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Spenser, Edmund

poeta inglese (forse East Smithfield 1552-Londra 1599). Di origine modesta, figlio, a quanto sembra, di un sarto, fu educato alla Merchant Taylor's School, dove ebbe maestro l'umanista R. Mulcaster, che lo avviò allo studio dei classici senza fargli dimenticare le esigenze della nascente letteratura “volgare”, e al Pembroke Hall di Cambridge, allora centro importante di cultura umanistica e protestante, dove rimase fino al 1576. Sono di questo periodo due dei quattro Hymnes in Honour of Love and Beautie, pubblicati molto più tardi e riflettenti il suo interesse per la filosofia di Platone. A Cambridge fece amicizia con l'erudito G. Harvey, che lo presentò a sir P. Sidney e poi allo zio di questi, il conte di Leicesteril famoso favorito di Elisabetta. A Sidney Spenser, che probabilmente lavorò per qualche tempo come segretario del conte, dedicò nel 1579 la sua prima opera importante, The Shepheards Calender (Il calendario del pastore), una raccolta di dodici egloghe – una per ogni mese dell'anno – ispirate a modelli classici e moderni, dense di significati allegorici, volutamente arcaicizzanti nel linguaggio e assai varie per schemi metrici e strofici. Il volume ebbe consensi entusiastici e il poeta, che era stato nel frattempo introdotto anche a corte, sembrava avviato a una brillante carriera. Sfortunatamente, i suoi rapporti con il conte di Leicester si guastarono – sembra a causa del poemetto satirico Mother Hubberd's Tale (Il racconto di Mamma Hubberd, composto in quegli anni ma pubblicato solo nel 1591), contro la corruzione della chiesa e della corte – e Spenser dovette suo malgrado accettare la nomina a segretario di lord Grey de Wilton, governatore dell'Irlanda. § La permanenza in Irlanda, protrattasi per quasi tutto il resto della sua vita, non fu per il poeta un'esperienza piacevole, anche se è logico pensare che non sia stata del tutto amara, visto che lord Grey – i cui brutali metodi di repressione Spenser difese più tardi in maniera alquanto partigiana nell'opuscolo View of the Present State of Ireland (1596; Discorso sullo stato attuale dell'Irlanda) – gli concesse la dimora di Kilcolman, confiscata a un nobile ribelle. Lì ricevette (1589) la visita di sir W. Raleigh, al quale lesse la prima parte della Faerie Queene (La regina delle fate), il grande poema allegorico cavalleresco cui lavorava ormai da una decina d'anni. Modellato sull'Orlando furioso e sulla Gerusalemme liberata e ricco di echi delle maggiori opere della cultura classica e medievale, il poema – rimasto incompiuto – si proponeva di illustrare in dodici libri (dedicato ciascuno alle avventure di un cavaliere e alla virtù da costui simboleggiata) le virtù del perfetto gentiluomo, di celebrare le glorie di Elisabetta e della sua corte (la sovrana è appunto Gloriana, la regina delle fate) e, sullo sfondo, quelle della lotta della chiesa inglese contro il “paganesimo” di Roma (Spenser era un puritano convinto). Su suggerimento di Raleigh il poeta si recò a Londra, dove i primi tre libri della Faerie Queene, pubblicati nel 1590, gli conquistarono le lodi della regina (e una piccola pensione). Tornato in Irlanda nel 1591 – l'esperienza a corte venne ricordata nel poemetto pastorale Colin Clouts Come Home Again (pubblicato 1595; Colin Clouts ritorna a casa) – tre anni dopo vi sposava Elizabeth Boyle, il cui corteggiamento è descritto nella famosa raccolta di sonetti Amoretti, pubblicata nel 1595 assieme all'Epithalamion, composto in occasione delle nozze. L'anno seguente fece un nuovo viaggio a Londra per dare alle stampe altri tre libri della Faerie Queene e scrivere il bell'inno nuziale Prothalamion, per il matrimonio delle due figlie del conte di Worcester. Deluso nelle sue speranze di ottenere una posizione a corte, era di ritorno a Kilcolman prima della fine del 1596. Nel 1598 la sua dimora fu bruciata durante una ribellione (è possibile che altri libri della Faerie Queene siano andati distrutti nell'incendio): malato e demoralizzato, fece definitivamente ritorno a Londra, dove morì. Chiamato il “New Poet” per aver rivitalizzato la tradizione medievale inglese innestandovi i contemporanei influssi culturali e letterari dell'Europa rinascimentale, Spenser fu il massimo poeta non drammatico dell'età elisabettiana. Geniale, coltissimo e sommamente consapevole dell'importanza della sua funzione, riuscì a portare a termine uno straordinario lavoro di sintesi e a riunire nelle sue opere tutte le varie forme e i vari filoni poetici – dall'epico al pastorale, dall'allegorico al satirico, dal patriottico al fiabesco – allora oggetto di tentativi sperimentali, elevandoli nel contempo alla dignità di realizzazioni artisticamente compiute.

B. Cellini, Fantasia e realtà nell'opera di E. Spenser, Venezia, 1953; R. Ellrodt, Neoplatonism in the Poetry of Spenser, Ginevra, 1960; E. Welsford, A Study of E. Spenser's Doctrine of Love, Oxford, 1967; F. I. Carpenter, A Reference Guide to Edmund Spenser, New York, 1969; R. Freeman, The Faerie Queene. A Companion for Readers, Londra, 1970; J. B. Bender, Spenser and Literary Pictorialism, Princeton (New Jersey), 1972; V. Gentile, La Roma antica degli elisabettiani, Bologna, 1991.

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Edmund Spenser.