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Stiller, Mauritz

(nome d'arte Mosche). Regista del cinema svedese (Helsinki 1883-Stoccolma 1928). Di origine ebraico-polacca, fu attore e regista teatrale in Finlandia e in Svezia, prima di accedere nel 1912 al cinema svedese, di cui divise con V. Sjöström il ruolo di guida geniale nell'epoca aurea del muto. Dotato di grandi capacità di assimilazione e di una forte tendenza alla sperimentazione creativa, prese il meglio del cinema allora esistente – da D. Griffith ai danesi, da Max Linder allo stesso Sjöström che gli fu spesso interprete – e lo trasfuse con eccezionale versatilità in soluzioni quasi sempre anticipatrici. Manifestò anzitutto il proprio talento nella commedia, e la condusse a perfezione rara in Erotikon (1920, tit. italiano Verso la felicità) precorrendo E. Lubitsch, i più raffinati cultori della sophistication e i futuri maestri dell'ellisse (da C. Chaplin a V. I. Pudovkin). Ma nel 1918 con Il canto del fiore scarlatto e nel 1919 con Il tesoro d'Arne in cui va riconosciuto il suo capolavoro, aveva già aperto la strada, con le sue invenzioni plastico-visive, il suo ritmo incalzante, la sua dialettica interna, a una concezione assolutamente moderna (e smitizzante per la tradizione nordica) del rapporto uomo-natura. In confronto con quella di Sjöström, la sua è un'arte più sfumata, allusiva e indiretta: tra i suoi personaggi e la sua cornice si crea talvolta un'antitesi, entro cui s'insinua l'angoscia, prorompe la tensione tragica, oppure affiora il disincanto, il distacco; mentre le sue ricerche di simbolismo intellettuale e certi risultati figurativi maestosi e profondi annunciano S. M. Ejzenstejn. Così nelle due saghe da testi di S. Lagerlöf, Il vecchio maniero (1923) e La leggenda di Gösta Berling (1924), il cineasta non aderisce al mondo della scrittrice nazionale, ma lo trasfigura con la sua particolarissima sensibilità decadente. Creata letteralmente Greta Garbo nel suo ultimo film svedese, ne divenne il premuroso pigmalione, ma non riuscì personalmente a dirigerla ancora né in Europa, né a Hollywood. Qui diresse due volte, invece, Pola Negri (Hotel Imperial, 1926; L'accusata, 1927); poi, sfiduciato e gravemente ammalato, rientrò in Svezia dove morì.

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