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Széchenyi, István

statista, scrittore e pubblicista ungherese (Vienna 1791-Döbling 1860). Di una famiglia dell'alta aristocrazia, abbracciata la carriera militare, partecipò alle guerre napoleoniche e alla vita brillante del Congresso di Vienna. Come uomo politico dedicò tutta la sua vita all'innalzamento della patria, fino a meritarsi l'appellativo di “il più grande ungherese”. I tre volumi più importanti della sua attività di riformatore sono Il credito (1830), Luce (1831) e Stadium (1833). L'antagonismo di Széchenyi con L. Kossuth, che solo molto approssimativamente può essere riassunto nei termini di un Széchenyi riformista e un Kossuth rivoluzionario, s'inizia col libro di Széchenyi Il popolo dell'Oriente (1841) e continua in una lunga polemica giornalistica, la cui conoscenza è importante per chiunque voglia comprendere a fondo i problemi storici dell'Ungheria. Ugualmente interessanti i suoi Diari che coprono un periodo di 46 anni. Il crollo della rivoluzione antiasburgica del 1848-49 gettò Széchenyi in una crisi di coscienza che sfociò nell'alienazione. Restò nel sanatorio di Döbling per 11 anni. Qui scrisse gli Ammonimenti al figlio Béla, una Conoscenza di me stesso e la Grande satira magiara, in risposta al Rückblick auf die Entwicklungsperiode Ungarns (Sguardo retrospettivo allo sviluppo degli Ungheresi), un libello apologetico del regime di terrore instaurato dal ministro A. Bach in Ungheria dopo il 1849. Quando l'ultimo lavoro di Széchenyi, rimasto incompiuto, Disharmonie und Blindheit (Disarmonia e cecità), un'invettiva sarcastica contro il governo di Vienna e il sovrano, fu ritrovato dalla polizia nella sua camera di sanatorio, Széchenyi, non volendo scegliere tra la prigione e il manicomio di Stato, si uccise con un colpo di rivoltella.