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Taliban

sm. arabo [persiano Taleban, studenti]. Movimento musulmano sunnita afghano, nato nelle scuole coraniche (madrasa) situate al confine tra Pakistan e Afghanistan. Esponenti di una versione ultraradicale del fondamentalismo islamico, i Taliban, in gran parte di etnia pashtō, traggono ispirazione dalla scuola islamica, d'origine indiana, di Deoband Dar-ul-Uloom, al quale fa riferimento una setta (i Deobandi) che conta seguaci in India, Pakistan e Bangladesh. Particolare rilievo hanno assunto gli scritti di un predicatore musulmano vissuto nel sec. XVII, Mujjad Alf-i-Sani, fautore dell'eliminazione di ogni dissenso e cultura pre- e antislamica. Agitando la bandiera della legge coranica (shari‘ah) come strumento di pacificazione dell'Afghanistan, sconvolto dalla guerra civile seguita alla fine della resistenza contro l'occupazione sovietica (1989), i Taliban si affacciavano sulla scena politica nazionale alla fine del 1994, complicando la già difficile situazione interna che vedeva numerose fazioni in lotta. Sotto la guida di Moḥammad Omar, un ex mujaeddin deluso dai continui scontri ai vertici del Paese, il movimento si irrobustiva grazie anche all'adesione di ex soldati dell'esercito afghano e di mujaeddin che avevano disertato dopo il ritiro delle truppe sovietiche. Ottenuta una serie di successi militari che li portava ad assumere il controllo dei due terzi del Paese, i Taliban, dopo cruenti scontri con l'esercito regolare, conquistavano la capitale Kabul (27 settembre 1996), imponendovi una rigida legislazione islamica soprattutto nel settore della giustizia, con esecuzioni e flagellazioni pubbliche, proibendo alle donne di lavorare, di istruirsi e di accedere alle strutture sanitarie, costringendole al burka, vietando a tutti qualsiasi forma di intrattenimento (musica e televisione inclusi). Il nuovo regime veniva immediatamente riconosciuto dal governo del Pakistan, mentre il presidente deposto Burhannudin Rabbani, democraticamente eletto nel 1992, doveva fuggire verso il Nord del Paese insieme al comandante dell'esercito Ahmad Shah Massud e al primo ministro Hekmatyar. Altrettanto facevano migliaia di afghani, mentre i Taliban sferravano una vasta offensiva militare contro l'opposizione, composta da esponenti delle religioni ed etnie minori (sciiti, Tagichi, Azeri e Usbechi) e asserragliata nel Nord del Paese. Qui, nel maggio 1997, i Taliban conquistavano la maggiore città, Mazar-i-Sharif, da dove venivano poi ricacciati senza perdere il controllo del resto dell'Afghanistan. La guerra civile, pertanto, proseguiva, nonostante le iniziative dell'ONU e qualche provvisoria tregua. Malgrado i Taliban avessero cercato di migliorare la loro immagine con una serie di azioni contro il traffico di stupefacenti e con l'allentamento di alcune rigidissime norme, il loro regime rimaneva isolato sul piano internazionale, sia per i collegamenti con il terrorismo musulmano e in particolar modo con il miliardario saudita Bin Laden, sia per gli atti di barbarie culturale di cui si rendeva responsabile, culminati nella distruzione delle antiche statue di Buddha della valle di Bamiyan, fatte saltare con la dinamite perché giudicate esempi di “idolatria” antislamica (2001). L'incondizionata difesa del terrorista Bin Laden e il rifiuto di una sua estradizione negli Stati Uniti, dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 al World Trade Center di New York e al Pentagono, determinavano per i Taliban la fine di qualsiasi appoggio pakistano e l'inizio di un conflitto (7 ottobre 2001), che vedeva contrapposti a loro gli USA e i suoi alleati e l'intensificarsi della lotta armata dei mujaeddin. La disparità delle forze in campo provocava in breve tempo la disfatta dei Taliban, che subivano ingenti perdite ed erano costretti a cedere, una dopo l'altra, tutte le loro roccaforti. Con la resa della città di Kandahar, all'inizio di dicembre dello stesso anno, il loro regime in Afghanistan poteva ritenersi definitivamente rovesciato.