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Tito (rivoluzionario e uomo politico)

pseudonimo del rivoluzionario e poi uomo di stato iugoslavo Josip Broz (Kumrovec, Zagabria, 1892-Lubiana 1980). Già aderente nella natia Croazia a movimenti socialisti, fu prigioniero in Russia durante la prima guerra mondiale e, convertito all'idea comunista, tornò in Croazia a lavorare come metallurgico. Condannato per le sue idee politiche, riparò in Russia (1934) per rimpatriare nel 1937 e assumere la guida del Partito comunista del suo Paese. Riuscì a organizzare un gruppo di uomini particolarmente risoluti e combattivi, così che, al nascere della lotta partigiana, i combattenti comunisti costituirono la punta di diamante del movimento popolare di rivolta contro le potenze dell'Asse. Centro della sua azione fu la Bosnia, dove i contadini ortodossi erano perseguitati, torturati e a volte massacrati dagli ustascia croati di A. Pavelic e dove quindi i guerriglieri di Tito trovarono un terreno favorevole per fare proseliti. Alla fine del 1942 Tito aveva riunito 8 divisioni (30-35.000 uomini) in un Esercito popolare di liberazione e, insieme, aveva radunato in assemblea i delegati di tutti i territori dove si combatteva, creando un Consiglio antifascista di liberazione popolare della Iugoslavia(AVNOJ). Tito evitò di dare al suo movimento una precisa ideologia comunista proclamando che solo il popolo, a guerra vinta, avrebbe deciso del proprio destino. Ormai appoggiato dagli Alleati, nel maggio 1944, sfuggito a stento a un'azione di sorpresa dei tedeschi, si rifugiò in Italia; ma presto riprese l'offensiva, inseguendo croati e tedeschi sino nel territorio austriaco, occupò l'Istria e spinse le sue truppe fino a Trieste; ma a quel punto venne fermato dagli Alleati, che non gli consentirono l'annessione di questa città. Finita la guerra, Tito s'adoperò a ricostruire il suo Paese semidistrutto secondo un modello socialista. Favorito dall'impopolarità della monarchia, da un'esile borghesia avulsa ormai dalle forze attive del Paese e da tre correnti religiose (cattolica, ortodossa e musulmana) incapaci di dar vita a un'opposizione organizzata, Tito riuscì facilmente a imporsi non tanto per la riuscita attuazione di un regime di largo impegno sociale quanto per il carattere “patriottico” delle sue imprese antiche e nuove. Tutto questo apparve evidente nel 1948, quando si ebbe la rottura con Stalin; Tito fu allora sostenuto dall'enorme maggioranza del suo popolo. Morto Stalin nel 1953 e fallito nello stesso anno un tentativo di collettivizzazione agraria, Tito si riconciliò parzialmente con Mosca, ma non attenuò l'autonomia del suo socialismo. Presidente della repubblica dal 1953 e presidente a vita dal 1974, diresse sempre la Iugoslavia con mano ferma, anche negli ultimi anni di vita. Tito poté vantare importanti successi nel campo del progresso economico e, in particolare, dell'industrializzazione; riuscì a mantenere sufficientemente unito un Paese continuamente sollecitato da spinte centrifughe; poté anche svolgere una politica estera abbastanza prestigiosa sia nei confronti dei Paesi occidentali sia di quelli non allineati; inoltre serbò intatto lo spirito socialista del suo governo pur nella tenace affermazione della “vita nazionale” e della non ingerenza delle grandi potenze nelle questioni interne della Iugoslavia.

Bibliografia

J. Marianovič, Guerra popolare e rivoluzione in Jugoslavia (1941-45), Milano, 1962; P. Auty, Tito. A Biography, Londra, 1970; A. Ciliga, Crise d'état dans la Jugoslavie de Tito, Parigi, 1974; J. Pirievoc, Il gran rifiuto. Guerra fredda e calda tra Tito, Stalin e l'Occidente, Trieste, 1990.

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