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Unióne Soviètica

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Generalità

URSS (Unione delle repubbliche socialiste sovietiche). Ex Stato dell'Europa orientale e dell'Asia centrale e settentrionale, costituito da 15 Repubbliche (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazahstan, Kirgizistan, Lettonia, Lituania, Moldova, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan) che, proclamando la propria indipendenza tra l'11 marzo 1990 e il 16 dicembre 1991, determinarono il crollo della massima unità politica e geografica della Terra. Dodici delle 15 Repubbliche si sono riunite nella CSI (Comunità di Stati indipendenti), che non ha però strutture parlamentari ed esecutive proprie. Organi esecutivi sono il Consiglio dei capi di Stato e il Consiglio dei capi di governo, che si riuniscono almeno due volte l'anno e la cui presidenza è assunta, a turno, da uno degli Stati membri. Non ne sono entrate a far parte le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania).

Geografia umana

Nonostante la fortissima prevalenza dell'elemento russo nella quantità totale di popolazione, l'immensa estensione del territorio e la varietà dei paesaggi fisici e antropici hanno fatto dell'Unione Sovietica un complicato mosaico etnico. I più antichi nuclei conosciuti erano situati al di fuori del centro storico dell'impero e dell'Unione, ed erano dunque estranei ai paesi russi in senso stretto: essi si collocavano nel Caucaso e nelle montagne dominanti la depressione compresa tra il lago d'Aral e il Mar Caspio. Ma fu l'invasione dei popoli delle steppe ad avere una parte decisiva nella formazione delle nazioni russe. Venuti dall'Alta Asia i popoli d'origine mongolica o tatara si imposero dapprima nella zona della depressione aralo-caspica, poi si diressero verso occidente, distruggendo il principato di Kiev, primo Stato russo centrato sul bacino del Dnepr, e assoggettando i russi. Solo nel sec. XV si invertirono i rapporti di forza: l'unificazione dei vari principati russi e la formazione della Moscovia segnarono l'inizio della riconquista dei territori russi e della ricostruzione, nel corso di tre secoli, di un immenso impero che dalla Vistola si sarebbe spinto fino all'oceano Pacifico. Riassumendo, alla fondazione dei principati medievali si può far risalire la distinzione esistente, nella comune matrice slava, tra Ucraini, Russi Bianchi (o Bielorussi) e Russi veri e propri (o Grandi Russi), i quali ultimi hanno avuto nel Paese sempre un ruolo predominante. Altri gruppi distinti erano quelli baltici, preslavi, dei lituani e dei lettoni, cui si aggiungevano gli estoni, parenti dei finnici; importanti i gruppi della regione caucasica, che comprendevano i georgiani, gli azerbaigiani (che sono però di origine turco-mongola), oltre agli armeni scampati al genocidio inferto dai turchi all'inizio del sec. XX; caratteristiche della regione caucasica sono l'estrema frammentazione etnica e la persistenza di popolazioni spesso antichissime che si sono conservate grazie alle chiusure vallive della regione. L'Asia centrale era rappresentata da varie popolazioni turche o turco-mongole in cui il gruppo più numeroso era quello degli uzbechi seguiti dai loro affini kazachi, dai kirghisi e dai turkmeni; di ceppo iranico sono invece i tagichi. Tutte queste nazionalità diedero vita a repubbliche distinte (e successivamente Stati indipendenti dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica) all'interno delle quali si trovano però ulteriori gruppi etnici, in genere minori, a volte tuttavia numericamente assai consistenti che spesso hanno dato luogo a veri e propri conflitti etnici.

Demografia

La situazione demografica dell'impero russo all'inizio del sec. XX era quella di tutti i Paesi dell'Europa moderna a economia rurale con forte incremento della natalità che creava problemi di difficile soluzione accelerando la colonizzazione agraria verso la parte meridionale della Siberia occidentale. La rivoluzione del 1917 e il successivo processo di industrializzazione, accompagnato da un notevole incremento della popolazione urbana, portarono a un profondo mutamento nelle condizioni sociali di vita e nel comportamento demografico. L'indice di natalità discese rapidamente, quello di mortalità, che si aggirava intorno al 2%, assai più lentamente, anche considerando che la prima grande guerra, la rivoluzione e la guerra civile avevano portato a un impoverimento delle classi giovani e a un invecchiamento generale della popolazione. Sui vuoti causati dagli eventi militari e politici non si possiedono cifre precise, ma le stime rivelano un deficit demografico tra i 10 e i 15 milioni, tenendo conto delle perdite di vite umane per fatti di guerra, carestie, epidemie e contrazione delle nascite nel periodo bellico. La parte più cospicua delle perdite riguardava ovviamente gli adulti giovani di sesso maschile e il Paese ne risentì proprio nel momento in cui aveva maggior bisogno di manodopera per la realizzazione del primo dei piani quinquennali; di qui un'intensa campagna di propaganda demografica che ottenne i primi risultati negli anni successivi al 1930; l'accrescimento naturale alla vigilia della seconda guerra mondiale si aggirava sui 2-2,5 milioni di unità all'anno. Un nuovo periodo di intensa propaganda demografica si ebbe dopo la seconda guerra mondiale, allorché la popolazione dell'Unione Sovietica fu di nuovo duramente provata: a quasi 20 milioni assommavano le vite perdute in combattimento o in seguito alle deportazioni, a 10 milioni le nascite mancate. Fu solo alla fine degli anni Cinquanta che l'indice di natalità riuscì a stabilirsi intorno al 2%. Demograficamente l'Unione Sovietica è stata caratterizzata, fino al 1990, da buoni incrementi naturali essendosi l'indice di natalità attestato intorno al 17,5‰ e quello di mortalità, fortemente ridottosi grazie alle migliorate condizioni di vita, intorno al 10‰; nel complesso nel periodo 1985-90 il coefficiente di accrescimento si aggirava intorno allo 0,9%. Il 34% ca. della popolazione dell'Unione Sovietica era considerata rurale. È una percentuale relativamente bassa se si pensa che alla fine del sec. XIX oltre l'80% della popolazione viveva ancora nei villaggi. Il processo di urbanizzazione è infatti avvenuto interamente nel corso del sec. XX, in rapporto al poderoso sviluppo dell'industrializzazione. La popolazione rurale dell'Unione Sovietica viveva per gran parte in centri di ca. 2000 abitanti o nei mir. In generale, comunque, non va dimenticato che fattori etnici, storici ed economici hanno influenzato anche la varietà degli insediamenti dell'Unione Sovietica, i quali, accanto al mir, comprendevano gli insediamenti con le case di fango dell'Asia centrale, o i villaggi di pietra arroccati (aul) sui versanti del Caucaso, o gli accampamenti nomadi degli allevatori di renne della tundra ecc. Per quanto riguarda l'organizzazione gerarchica dei centri, non si era formata nell'Unione Sovietica una gamma di insediamenti così ampia come in Europa, dove l'organizzazione del territorio ha selezionato (in funzione dei modi di produzione capitalistici) i vari centri in rapporto ai molteplici ruoli e collegamenti che essi hanno nei confronti della campagna. L'urbanesimo aveva assunto cioè un carattere meno “maturo” e spesso tra villaggio e città con ruolo amministrativo provinciale (oblast) sono mancati centri di dimensioni intermedie.

Economia

Se oltre che dei puri indici quantitativi si tiene conto della gamma e della qualità delle produzioni e dei servizi, nonché del generale livello di vita e del grado di “cultura” tecnologica che contraddistinguevano l'Unione Sovietica, risulta evidente che veniva senz'altro preceduta dagli Stati Uniti, pur detenendo moltissimi primati in campo sia agricolo sia minerario sia industriale. Tuttavia le complessità e le peculiarità delle strutture economiche sovietiche e ancor più lo strettissimo rapporto esistente tra il “momento” economico e quello sociale nella vita del Paese rendono meno perentorie certe affermazioni, più ardui i confronti. Si consideri solo il fatto che la principale ragione per cui l'Unione Sovietica è stata una grande potenza economica consiste senza dubbio nelle straordinarie risorse naturali del suo immenso territorio; ma proprio questa gigantesca estensione ha creato problemi di eccezionale gravità per l'organizzazione dello Stato, impegnato a qualificare economicamente e a strutturare in modo omogeneo un Paese caratterizzato da ogni diverso tipo di condizione climatica e ambientale esistente sulla Terra e dove convivevano una cinquantina di gruppi etnici, europei e asiatici. Non sono mancati ovviamente gravi squilibri regionali, la cui progressiva eliminazione era l'enorme sforzo che lo Stato, al momento della sua dissoluzione, si accingeva a compiere per un'integrazione economica globale di tutto il Paese. Tali considerazioni servono anche a comprendere meglio il centralismo economico, che s'impose all'indomani della Rivoluzione, ma che divenne rigidissimo con Stalin, un centralismo trasformatosi in un vero e proprio asservimento di tutta la popolazione alle direttive del governo, volte a creare pressoché dal nulla le strutture industriali di base. Furono decenni durissimi, durante i quali però l'Unione Sovietica riuscì a imporsi sulla scena mondiale come grande potenza. Il processo di sviluppo si articolò con modalità del tutto originali, diverse da quelle di qualsiasi altro Paese del mondo e, per il primo trentennio in cui l'Unione Sovietica fu l'unico Stato socialista esistente, con un minimo di relazioni e scambi con l'estero. Le basi di un'organizzazione socialista dell'economia venivano poste nel 1928 con l'applicazione del primo piano quinquennale di sviluppo; elemento essenziale era l'assunzione da parte della collettività di tutte le fonti e di tutti i mezzi di produzione. Anche il credito era nazionalizzato, così come il commercio e i servizi. L'impresa di produzione era sempre un'impresa pubblica, nell'agricoltura il kolchoz, cioè un'azienda cooperativa, o il sovchoz, un'azienda statale; nell'industria quasi sempre un'impresa di Stato, ma anche – in certi casi – un'impresa appartenente alle collettività regionali o locali. Lo Stato destinava gli investimenti, programmava le produzioni, assicurava la realizzazione dei piani che aveva elaborato, sovrintendeva alla distribuzione dei prodotti finiti e ne stabiliva i prezzi. Col tempo lo stesso crescente peso del Paese sulla scena politica ed economica mondiale e, quindi, l'inevitabile competizione con l'economia statunitense e con quella dei maggiori Paesi industrializzati dell'Occidente, determinarono mutamenti profondi e irreversibili nel sistema produttivo sovietico. L'economia aveva nuovi slanci, assumeva connotazioni sempre più complesse, mettendo in luce tutta l'inadeguatezza del rigido centralismo del passato e la necessità di attuare forme di organizzazione produttiva più articolate, di stampo quasi manageriale, per certi aspetti simili a quelle capitaliste, pur mantenendo intatti i principi basilari del socialismo.

Economia: agricoltura

Nella struttura economica sovietica il settore primario fu certamente poco dinamico, specie se lo si confronta con quello industriale, il cui intensissimo ritmo di crescita poté essere realizzato grazie anche a ingentissimi investimenti; certi ritardi dell'agricoltura sono tuttavia da imputarsi alle obiettive difficoltà di natura ambientale e socio-culturale proprie di un Paese non particolarmente favorito dalle condizioni climatiche e per di più caratterizzato per secoli da pratiche agricole di tipo latifondistico eminentemente parassitarie. L'immensità del territorio permetteva all'agricoltura di disporre di spazi vastissimi – oltre 230 milioni di ha – ma, in termini relativi, solo il 10% della superficie totale veniva coltivata (vale a dire la metà della percentuale agraria statunitense); inoltre la produttività media dei terreni era sensibilmente inferiore a quella degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale. Il numero degli addetti fra la popolazione attiva si aggirava intorno al 14%. Dopo la Rivoluzione del 1917 il problema agricolo fu in effetti il più arduo da affrontare; a un mondo rurale caratterizzato da condizioni di inerzia e di grande arretratezza era chiesta una poderosa accumulazione del capitale, necessaria al decollo dell'industria. Lo strumento prescelto fu il kolchoz, istituito nel 1919 ma divenuto pienamente operante a partire dal 1928 con il primo piano quinquennale di sviluppo, ossia grandi aziende cooperative, derivate dall'unificazione delle proprietà dei singoli contadini, che erano state espropriate poco dopo la Rivoluzione. I membri della cooperativa si ripartivano gli utili derivanti dalla vendita allo Stato dei locali prodotti, inoltre a ogni famiglia era riconosciuta la proprietà della casa e di un piccolo appezzamento, i cui eventuali prodotti agricoli e zootecnici eccedenti il consumo familiare potevano essere venduti sul mercato libero, il cosiddetto “mercato kolchosiano”, presente in ogni grande città. Accanto ai kolchoz, che possedevano ca. la metà dei terreni agrari, operavano i sovchoz, aziende di Stato nate immediatamente dopo la Rivoluzione per lo più in corrispondenza dei grandi latifondi espropriati; concepiti come aziende modello, i sovchoz furono sin dall'inizio altamente meccanizzati e si avvalsero di personale specializzato e stipendiato. Col tempo il numero dei kolchoz diminuì progressivamente, scendendo nell'ultimo quarantennio da oltre 93.000 a meno di 26.000, mentre si accrebbe l'importanza dei sovchoz, passati nello stesso arco di tempo da meno di 5000 a 22.000. Per quanto concerne i quantitativi primeggiava nettamente il frumento, che occupando ca. 50 milioni di ha poneva l'Unione Sovietica al primo posto nel mondo; la sua produzione si aggirava sui 900 milioni di q all'anno, quasi un quarto di quella mondiale. Altri primati assoluti dell'Unione Sovietica erano dovuti alla produzione di orzo (540 milioni di q), avena (170 milioni di q), segale (188 milioni di q). Cifre relativamente più modeste registravano il mais (160 milioni di q), il riso e il miglio (complessivamente 65 milioni di q); imponente era il raccolto delle patate (700-800 milioni di q, produzione anch'essa pari a un terzo di quella mondiale). Fra le altre principali colture alimentari si annoveravano numerosi gli ortaggi, come cavoli (93 milioni di q), pomodori (72 milioni di q), piselli (52 milioni di q), cipolle (25 milioni di q), tutti ampiamente diffusi; nelle aree temperate si producevano soprattutto mele (60 milioni di q), pere (5,5 milioni di q), prugne, pesche, albicocche, agrumi (3,5 milioni di q di sole arance), questi ultimi provenienti dalla Transcaucasia. Particolare importanza aveva la viticoltura (praticata nella regione caucasica e del Mar Nero e in Asia centrale sovietica), che forniva annualmente 50 milioni di q d'uva e 19 milioni di hl di vino. Tra le colture industriali rilevantissime erano quelle della barbabietola da zucchero, diffusa soprattutto in Ucraina, del cotone, quasi interamente fornito dall'Uzbekistan e dal Kazahstan; l'Unione Sovietica primeggiava per la produzione dei semi di cotone (51 milioni di q), mentre per la fibra (40 milioni di q) il primato le era conteso, a seconda degli anni, dagli Stati Uniti o dalla Cina. Coltivato per i semi ma ancor più per la fibra era il lino (3 milioni di q di fibra, 2 milioni di q di semi); tra le fibre tessili la canapa (550.000 q) e il . Produzioni relativamente modeste presentavano invece la soia (9 milioni di q), il ricino, la colza e il sesamo. Completano il quadro delle colture industriali il tabacco (3 milioni di q), il tè (1,5 milioni di q) e il luppolo. L'Unione Sovietica possedeva il più vasto patrimonio forestale della Terra, pari a quasi un quinto del totale mondiale: ben 945 milioni di ha (oltre il 41% della superficie territoriale del Paese) e forniva una produzione annua di legname di 392 milioni di m3. Sul suo sfruttamento si basavano alcune delle più fiorenti industrie del Paese.

Economia: allevamento

L'ultimo dato riguardante il settore zootecnico dava a 119 milioni il numero dei bovini: di questi 43,5 milioni rappresentati da vacche da latte che consentivano di alimentare un'importante industria casearia, che forniva elevati quantitativi di formaggi (2 milioni di t) e di burro (ca. 1,7 milioni di t). L'Unione Sovietica era, nel 1989, il massimo produttore mondiale di ovini (140 milioni di capi), assai diffusi nell'Asia centrale sovietica, dove l'allevamento estensivo ha sempre avuto antiche tradizioni, come in tutto il mondo musulmano. Grande importanza aveva la produzione di pelli di astrakan e considerevoli erano i quantitativi di lana (2,7 milioni di q); pure in Asia centrale si allevavano la maggior parte dei caprini (6 milioni) e i cammelli. Elevato era inoltre il numero dei suini (78 milioni), dei cavalli (ca. 6 milioni) e soprattutto dei volatili da cortile, di vastissima diffusione (oltre 1 miliardo di capi) che fornivano ca. 4,5 milioni di t di uova. Nella regione siberiana si localizzava l'allevamento delle renne per le popolazioni locali e quello degli animali da pelliccia (volpi, visoni e soprattutto i pregiatissimi zibellini, di cui l'Unione Sovietica era l'unico produttore mondiale).

Economia: pesca

Enorme importanza economica rivestiva la pesca sia di mare sia d'acqua dolce. Per quantitativo di pescato il Paese si poneva al secondo posto nel mondo, dopo il Giappone, con oltre 11 milioni di t di pesce sbarcato. Tra i maggiori porti pescherecci – che sono in genere anche grandi centri dell'industria conserviera – si annoveravano Murmansk, Vladivostok, Astrahan ecc.

Economia: risorse minerarie e industria, generalità

Svariatissime e in genere gigantesche erano le risorse minerarie, a cominciare dai combustibili (carbone, petrolio) e dal ferro; si può dire che esse siano state alla base dell'intera organizzazione territoriale, che si è strutturata in funzione di alcune grandi aree industriali, per lo più legate alle rispettive possibilità minerarie. Si tratta di un processo già iniziato in epoca zarista, quando i primi sfruttamenti minerari avevano incentivato sviluppi produttivi e quindi determinato nuove tendenze distributive della popolazione. D'altronde la stessa vastità del territorio non avrebbe consentito di concentrare le industrie in una sola regione. Accanto alle preminenti motivazioni “minerarie” non vanno però trascurate quelle legate ai fattori umani: la prima area industriale sorse a Leningrado (San Pietroburgo), dove già Pietro il Grande aveva avviato nell'allora Pietroburgo, capitale dell'impero zarista e importante metropoli, varie attività commerciali e industriali (queste in funzione militare soprattutto) favorite dalla presenza del porto. L'altro grande polo di sviluppo sorto in funzione urbana è stato quello di Mosca che, assurta a sua volta al ruolo di capitale, divenne subito il punto di convergenza di tutto il territorio sovietico (è da Mosca che si diramano a ventaglio tutte le principali vie di comunicazione, stradali e ferroviarie), al tempo stesso favorita dalla vicinanza alle zone carbonifere del Don e raggiungibile per via fluviale dal Volga. La zona di Mosca, definita come “regione industriale centrale”, mantenne il primato fra tutte le aree industriali sovietiche con una gamma articolatissima di produzioni includenti in pratica qualsiasi settore sia di base sia manifatturiero (complessi meccanici ed elettromeccanici, chimici, tessili, alimentari ecc.). Essa non solo era la regione più popolosa, ma anche e soprattutto quella che promuoveva le attività più avanzate, potendo contare su maestranze e tecnici specializzati e sulla presenza dei più prestigiosi istituti scientifici e di ricerca del Paese, nonché sulle possibilità offerte da un vasto mercato di consumo. Infine la zona disponeva di un ricchissimo potenziale energetico. La terza grande area industriale, essa pure formatasi in epoca anteriore al periodo sovietico (cui peraltro si deve l'enorme sviluppo), è rappresentata dall'Ucraina; prevaleva qui nettamente l'industria siderurgica, per la presenza dei grandiosi giacimenti di carbone del bacino del Donec, il cosiddetto Donbass, e dei minerali ferrosi del non lontano bacino di Krivoj Rog. Infine sempre al periodo zarista risale la formazione di altre due aree industriali: quella di Baku, sorta in funzione dello sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi ubicati nei dintorni delle città e al di sotto delle acque del Mar Caspio (pur avendo da tempo perduto il suo primato per quanto riguarda l'attività estrattiva vera e propria, questa regione è stata fondamentale per i suoi poderosi complessi petrolchimici), e quella degli Urali, la cui enorme importanza si basava prevalentemente sui giacimenti dei minerali metallici: ferro, rame, nichel, bauxite, cromite, platino ecc. Anche se già sfruttata all'epoca degli zar, che con capitali eminentemente esteri avevano installato nella regione uralica alcuni complessi siderurgici, utilizzando come combustibile il carbone di legna delle foreste locali, il gigantesco sviluppo di questa zona, una delle massime aree industriali del mondo, è stato indissolubilmente legato agli sforzi sovietici di creare una potentissima industria di base nell'interno del Paese, quindi ben protetta da eventuali aggressioni dall'Ovest. Mancando la zona di adeguati minerali energetici il governo decise di rifornirla di combustibile con il carbone proveniente dal bacino siberiano di Kuzneck, il Kuzbass, ricchissimo ma distante dagli Urali oltre 2000 km. Grazie a questo colossale abbinamento di risorse, il cosiddetto UKK (Ural Kuzbass Kombinat), si ottenne da un lato la grande industria siderurgica, metallurgica e meccanica degli Urali, dall'altro l'industrializzazione del Kuzbass stesso, che a partire dal dopoguerra raggiunse una completa autonomia produttiva “combinando” lo sfruttamento dei giacimenti locali con i minerali provenienti dagli Urali e dalla Siberia. Anche qui le principali lavorazioni riguardavano naturalmente la siderurgia, la metallurgia e la meccanica pesante; grande centro propulsore della vita economica e culturale del Kuzbass era Novosibirsk, tra le massime “città nuove” dell'URSS. Insieme al Kuzbass il governo sovietico creava, nel periodo anteriore alla seconda guerra mondiale, un'altra grande regione industriale: quella di Karaganda, nel Kazahstan, che poteva contare su giacimenti di minerali metallici (in particolare rame) e di carbone; nonostante le difficoltà climatiche, trattandosi di una zona estremamente arida, il bacino di Karaganda è divenuto una regione industriale ad attività multiple, sia pure limitatamente al primo trattamento dei metalli estratti dai minerali. Infine le possibilità di sfruttare grandi quantitativi d'energia elettrica a bassissimo costo e quindi di installare industrie che, come la metallurgia dell'alluminio, richiedono un forte apporto energetico, sono state alla base della nascita della più recente grande regione industriale sovietica: quella della Siberia orientale. L'energia prodotta dalle gigantesche centrali costruite sullo Jenisej e sull'Angara o da quelle termiche alimentate dai giacimenti locali di carbone (Minusinsk, Irkutsk ecc.) ha favorito il sorgere di colossali complessi: in particolare la zona attorno a Čita per quanto riguarda le attività elettrometallurgiche e nucleari. In aggiunta alle grandi regioni industriali la realizzazione di efficienti impianti praticamente in ogni città che disponeva di materie prime locali ha determinato la formazione di poli di sviluppo produttivi dislocati un po' in tutto l'immenso territorio sovietico; tra i più notevoli si può ricordare quello di Taškent, centro primario dell'Asia centrale sovietica, con una vasta gamma di industrie – dalla meccanica alla tessile e all'alimentare – favorite dalla presenza di giacimenti petroliferi e carboniferi, nonché da una fiorente agricoltura.

Economia: minerali

Per quanto riguarda le complessive produzioni minerarie l'Unione Sovietica poteva venir considerata per i suoi molti primati, a cominciare da quelli relativi al ferro e al petrolio, la massima potenza mineraria del mondo. Annualmente si estraevano 138 milioni di t di ferro contenuto, quasi un terzo del totale mondiale (Ucraina, Urali ecc.); le principali produzioni degli altri minerali metallici comprendevano il manganese (3 milioni di t di Mn contenuto; Nikopol in Ucraina, Čiatura in Georgia), il nichel (210.000 t di Ni contenuto), la cromite (930.000 t; Hromtau negli Urali Meridionali), l'oro (280.000 kg, di origine per lo più alluvionale; fiumi Lena, Jenisej ecc.), il tungsteno (9200 t; Tyrnyauz, ai piedi della catena del Caucaso), il rame (oltre 950.000 t di Cu contenuto; Urali, Kazahstan, Transcaucasia ecc.), il piombo (520.000 t di Pb contenuto), il mercurio (1500 t), lo zinco (960.000 t di Zn contenuto) e l'argento (oltre 1,5 milioni di kg). Ingentissima è stata la produzione di platino (Urali, Siberia); così come di bauxite (5,7 milioni di t; Tihvin e Boksitogorsk, Urali), di molibdeno e di antimonio. Anche per i minerali non metallici il Paese deteneva vari primati, come per i sali potassici (10,4 milioni di t di potassa contenuta, un terzo della produzione mondiale; Solikamsk e Berezniki, nell'alto corso del fiume Kama) e l'amianto (2,5 milioni di t, metà del totale mondiale; Asbestovski e altre località degli Urali); veniva invece preceduto dagli USA per i fosfati naturali (34 milioni di t). Rilevantissime erano anche le produzioni di pietre preziose, come smeraldi (Urali) e diamanti (12 milioni di carati; Siberia orientale). Un'enorme importanza aveva il settore energetico; per quanto riguarda il carbone, anche se negli ultimi anni l'estrazione era stata relativamente ridotta (la produzione complessiva di carbon fossile e di lignite è stata nel 1989 di 804 milioni di t), l'Unione Sovietica disponeva delle più ingenti riserve carbonifere del mondo. Anche per il petrolio, si collocava nettamente al primo posto, con oltre 600 milioni di t estratti annualmente; le aree più ricche erano quelle della cosiddetta “seconda Baku” (la fascia dal Volga agli Urali) e della “terza Baku” (bacino dell'Ob-Irtyš nella Siberia occidentale), cui vanno aggiunti, tra i molti, i giacimenti della “prima Baku”, quelli dell'Ucraina, di Majkop (bacino del Kuban), della Russia settentrionale (bacino della Pečora) nella parte europea; nella sezione asiatica si trovavano i giacimenti caspici del bacino dell'Emba, dell'Uzbekistan (Gazli), del Turkmenistan (Nebit-Dag), di Sahalin ecc. La rete di oleodotti era, nel 1988, di 86.144 km; tra questi il più imponente è il cosiddetto “Oleodotto dell'Amicizia”, di 4500 km, che porta il greggio dai pozzi del bacino del Volga a varie raffinerie dell'Europa orientale. Al petrolio è stato spesso associato il gas naturale (l'estrazione annua superava i 770.000 milioni di m3, cifra leggermente inferiore a quella statunitense); i gasdotti raggiungevano nel 1988 una lunghezza di 208.000 km, in buona parte in territorio siberiano; la più recente realizzazione è stato il gasdotto, lungo ben 4450 km, destinato a portare il gas naturale estratto dai pozzi siberiani di Urengoj a vari Paesi dell'Europa centrale e occidentale, tra cui la Francia, l'Austria, la Germania, la Svizzera, l'Italia. L'Unione Sovietica è stata altresì uno dei massimi produttori di uranio del mondo; anche il potenziale idroelettrico, assolutamente gigantesco, è stato sfruttato solo parzialmente. Poderosi gli impianti termoelettrici come la centrale di Stavropol (3,6 milioni di kW), quella di Rjazan (2,8 milioni di kW) e (entrambe con 2,4 milioni di kW di potenza) le centrali di Konakovo presso Mosca e di Novočerkassk. Un certo sviluppo, nonostante il gravissimo incidente alla centrale di Černobyl, continuava ad avere l'energia di origine nucleare.

Industria

L'industria, che partecipava per oltre il 50% alla formazione del prodotto nazionale, aveva una solidissima base produttiva, alimentata dalle risorse agricole e minerarie del Paese. L'Unione Sovietica deteneva il primato mondiale per ghisa e ferroleghe (114 milioni di t all'anno) e per l'acciaio (163 milioni di t), forniti essenzialmente dalle tre zone siderurgiche dell'Ucraina, di Mosca e degli Urali; del pari gigantesca era la produzione di cemento (135 milioni di t), l'industria metallurgica (rame, alluminio, zinco, piombo) e in particolare le industrie aerospaziale, aeronautica, navale, nucleare e delle telecomunicazioni. Mosca e San Pietroburgo (Leningrado) rappresentavano i massimi centri dell'industria metalmeccanica: apparecchi radio e televisivi (oltre 18 milioni in totale), elettrodomestici (10 milioni tra lavatrici e frigoriferi) e la meccanica di precisione (macchine fotografiche, binocoli, apparecchiature scientifiche ecc.). Tra le principali produzioni dell'industria chimica, si possono ricordare quelle dei fertilizzanti azotati (15 milioni di t) e dei prodotti in genere destinati all'agricoltura; quindi acido solforico, soda caustica, ingenti quantitativi di acido nitrico e cloridrico, ammoniaca, azoto, materie plastiche, caucciù sintetico (ca. 69 milioni di pneumatici), prodotti farmaceutici ecc. Il Paese disponeva di una colossale industria petrolchimica; le numerosissime raffinerie, costruite in tutto il territorio, avevano una capacità annua di raffinazione di quasi 620 milioni di t di petrolio, inferiori però ai quantitativi estratti. Quanto ai più importanti settori dell'industria leggera, quella tessile, molto efficiente, deteneva il primato mondiale sia per il cotonificio, con i suoi centri principali nella regione di Mosca e nell'Asia centrale sovietica (oltre 8600 milioni di m² di tessuti; 1,7 milioni di t di filati), sia per il lanificio (870 milioni di m² di tessuti; ca. 500.000 t di filati); rilevanti erano anche le produzioni di filati di lino, di canapa e di fibre artificiali (650.000 t tra fibre e fiocco; primato mondiale) e sintetiche (950.000 t tra fibre e fiocco). L'industria alimentare, naturalmente imponentissima in relazione alle colossali produzioni agricole, era diffusa in tutto il Paese; oltre ai già citati settori saccarifero, lattiero e caseario, possedeva grandiosi conservifici, impianti molitori, birrifici (56 milioni di hl di birra), oleifici ecc.; le manifatture di tabacchi producevano ca. 400.000 milioni di sigarette all'anno. Un certo rilievo occupavano infine varie lavorazioni di artigianato artistico, in gran parte destinate al turismo o all'esportazione: tappeti (Uzbekistan), monili di ambra, lacche, ricami, ceramiche d'arte ecc.

Storia: dalla Rivoluzione d'Ottobre all'indipendenza degli stati baltici

La Rivoluzione d'Ottobre significò la nascita di un Paese nuovo. Dalle macerie del vecchio Stato sorse una nazione che per la prima volta nella storia dell'umanità si avviò ad applicare le teorie socialiste. Col novembre 1917 ebbe inizio, secondo il concetto di Lenin, la dittatura del proletariato, fase intermedia tra il regime capitalista e quello comunista, periodo di lotta e di vigilanza ininterrotta di fronte al nemico interno ed esterno. Contro l'uno e l'altro avversario si organizzò l'Armata Rossa (300.000 uomini nella primavera 1918), con i quadri tecnici tratti in parte dalle armate imperiali, affiancati da “commissari politici” destinati a garantire la fede comunista del nuovo esercito; e inoltre una polizia oculata e assolutamente devota al regime. Le misure economiche furono dettate in parte dalla volontà di costruire uno Stato senza sfruttatori né sfruttati e in parte dall'assoluta necessità di far fronte ai bisogni immediati di un Paese stremato da una guerra mal condotta e impopolare, senza riserve, con gli istituti e i servizi essenziali fatiscenti e sull'orlo del collasso. Si cercò di riorganizzare l'industria; si fece leva sullo spirito patriottico e rivoluzionario degli operai per indurli ad accrescere il loro rendimento; si lottò eroicamente contro la carestia inviando nelle campagne squadre d'azione operaie per costringere i contadini a consegnare l'intera produzione nelle mani delle autorità locali. Nei distretti rurali i bolscevichi dovettero lottare coi socialrivoluzionari che temevano di perdere la loro base contadina. Fu una lotta durissima condotta da entrambe le parti per sopravvivere. In questa atmosfera di rappresaglia trovò oscuramente la morte a Jekaterinburg lo zar con tutta la sua famiglia (16 luglio 1918). Nel luglio 1918 fu promulgata la nuova Costituzione, che sanciva una dittatura proletaria severa, privando dei diritti politici i borghesi ostili all'ordine nuovo. Frattanto il nuovo governo doveva fronteggiare la guerra civile (1917-21), originata da tre cause ben distinte: la spinta centrifuga (sulla quale facevano leva sia gli Imperi centrali sia l'Intesa) delle comunità nazionali non russe, prima fra tutte l'Ucraina; la resistenza dei fautori del vecchio regime, dei socialrivoluzionari e dei contadini; il timore del “pericolo rosso” esistente in tutti i grandi Stati borghesi, tale da indurli a intervenire anche militarmente contro i bolscevichi, quando ancora la guerra mondiale non era finita. Si ebbero così imponenti rivolte, con l'intervento di forze tedesche, inglesi, francesi, statunitensi, italiane, giapponesi, cecoslovacche e polacche, scese in campo per evitare il diffondersi del “contagio” comunista (più tardi, fallito l'intervento diretto, si istituzionalizzò il “cordone sanitario” contro l'URSS) e per difendere i capitalisti dei loro Paesi, che avevano investito, prima della guerra, somme ingenti in Russia. Nel 1918 i bolscevichi si trovarono in una situazione quasi disperata, quando gli Ucraini proclamarono l'indipendenza (22 gennaio) e istituirono un governo filotedesco; nello stesso tempo le repubbliche caucasiche (Georgia, Armenia, Azerbaigian) si liberavano dalla soggezione moscovita, il generale Denikin avanzava con un esercito in prevalenza cosacco dalla regione del Don verso nord, gli inglesi sbarcavano a Murmansk e ad Arcangelo e una legione di ex prigionieri cecoslovacchi si alleava coi socialrivoluzionari e con l'ammiraglio monarchico Kolčak per conquistare ampi territori siberiani e il sudest della Russia europea. Trotzkij, commissario del popolo per la guerra, fece dell'Armata Rossa un valido strumento per la difesa della Rivoluzione. Crollata poi la Germania nell'autunno di quell'anno, si aprì una schiarita: i tedeschi abbandonarono l'Ucraina e il suo atamano Skoropadskij, lasciando il posto alla dittatura nazionalista di Petljura (novembre 1918). Francia e Inghilterra s'impegnarono anch'esse nell'inverno 1918-19 a inviare truppe in Russia, ma l'opposizione americana fece fallire il progetto e le potenze occidentali si limitarono a provvedere d'armi e munizioni i cosiddetti “bianchi”. Costoro attaccarono le forze bolsceviche di Pietrogrado e Mosca da quattro parti: da N con Miller, da NW con Judenič, da E con Kolčak, da S con Denikin. Judenič giunse alle porte di Pietrogrado nell'ottobre 1919; contemporaneamente anche Denikin si avvicinò a Mosca attraverso l'Ucraina e tentò la congiunzione con Kolčak che già da qualche mese premeva da E sul Volga. Ma la resistenza di Caricyn (che già nell'autunno 1918 aveva respinto le forze bianche del generale Krasnov sotto l'energico impulso di J. V. Stalin, che doveva poi dare il suo nome alla città), rese vani ancora una volta i loro sforzi. Nell'inverno 1919-20 si ebbero continue vittorie bolsceviche: Denikin e Kolčak furono costretti a penose ritirate. Kolčak fu poi preso e fucilato a Irkutsk, mentre Denikin affidava i resti del suo esercito all'energico generale Vrangel. Il 1920 vide lo svilupparsi di un'offensiva polacca contro la Bielorussia e l'Ucraina, dove sin dal marzo dell'anno prima la dittatura di Petljura aveva ceduto il campo a una “repubblica sovietica ucraina”. Piłsudski, avanzando rapidamente, occupò addirittura Kiev (7 maggio 1920), ristabilendo il regime di Petljura. Con Piłsudski non giungeva in Russia la reazione filozarista di un Kolčak o di un Vrangel, bensì l'odioso nazionalismo polacco, che scatenò la reazione patriottica di tutti i Russi: l'Armata Rossa cacciò Piłsudski dall'Ucraina e lo inseguì verso la Vistola, giungendo sino alle porte di Varsavia, dove il tempestivo aiuto dell'Intesa (14 agosto 1920) sconfisse i Sovietici. Ma questi, liberi sulle frontiere occidentali, potevano rivolgere tutte le loro forze contro Vrangel, che infatti veniva battuto (novembre 1920). La Russia della Rivoluzione, che aveva dovuto nel frattempo riconoscere l'indipendenza della Finlandia, poi degli Stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), guardava adesso all'avvenire senza più l'assillo dei nemici in casa.

Storia: dalle rivolte antibolsceviche del '21 al primo piano quinquennale

Il 1921 fu anch'esso un anno difficile per la distruzione dei raccolti, la chiusura di molte fabbriche, la penuria dei generi necessari, il malcontento popolare e la rivolta antibolscevica dei marinai di Kronštadt che, in nome di un socialismo libertario, resistettero per oltre due settimane alle forze governative. Lenin si vide costretto a reprimere la rivolta con la forza (marzo 1921). Furono allora istituite prima la CEKA (1917-22), poi la GPU (dal 1922), entrambe dirette da F. E. Dzeržinskij (m. 1926). Ma ciò evidentemente non bastava. In Russia si moriva di fame, di freddo, di stenti. Nessun aiuto proveniva dall'esterno, il commercio estero era inesistente. Impossibile, per il momento, organizzare un efficiente sistema agricolo. Si cercò allora una soluzione di compromesso fra la dottrina comunista e l'economia tradizionale, istituendo la Nuova Politica Economica (NEP), che consentì l'iniziativa privata nelle piccole e medie industrie e nel commercio interno e riammise il diritto alla proprietà privata. Intanto lo Stato si ricostituiva lentamente ma sicuramente. Nel 1920 l'Ucraina era passata definitivamente sotto l'ubbidienza sovietica e nello stesso anno si era formata la repubblica sovietica dell'Azerbaigian. L'Armenia, le cui regioni meridionali erano state annesse dalla Turchia, divenne repubblica sovietica tra il 1920 e il 1921. La Georgia, governata dapprima dai menscevichi come repubblica indipendente, dopo avere a lungo ondeggiato tra la Rivoluzione russa e le grandi democrazie occidentali, fu sovietizzata nel febbraio 1921. Una repubblica orientale, costituitasi (1920) in Transbajkalia, dopo aver assorbito la provincia di Vladivostok dove sopravvivevano, protette dai giapponesi, forze “bianche”, fu costituita nel novembre 1922. In conseguenza di queste riconquiste, il 27 dicembre 1922 fu decisa, al Congresso panrusso dei Soviet, la creazione dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Tali repubbliche erano allora sei e cioè la RSFSR (Repubblica socialista federativa sovietica russa, comprendente la Russia abitata dai Grandi Russi, la Siberia e l'Asia centrale), la Bielorussia, l'Ucraina, l'Azerbaigian, la Georgia e l'Armenia. Negli anni successivi si distaccarono dalla RSFSR le repubbliche turkmena, uzbeka, tagika, kazaka e kirghisa. Nel 1936 l'Unione Sovietica contava così 11 repubbliche ed era divenuta uno Stato plurinazionale: ai 75 milioni di Russi si contrapponevano infatti i 65 milioni di non Russi. Se l'inverno 1921-22 era stato molto duro (la carestia aveva fatto almeno 5 milioni di vittime), l'inizio del 1923 vide una certa ripresa economica; nel gennaio 1924 entrò in vigore la Costituzione dell'URSS. Si concedeva quanto allora si poteva concedere all'idea delle “nazionalità”, un concetto innovatore che farà poi molta strada. Ma il rafforzamento del partito e la sua struttura centralizzata assicuravano al giovane Stato una guida unica con un'unica ideologia. La nuova Costituzione rifletteva ancora l'atmosfera tempestosa dei primi anni e proponeva la dittatura del proletariato senza alcun addolcimento; i borghesi, gli ecclesiastici e quanti non svolgevano un “lavoro produttivo” erano esclusi dal voto. Apparivano evidenti certi aspetti estremisti della lotta antiborghese, come la svalutazione della famiglia, della scuola tradizionale, della religione. Il problema della scuola assunse ben presto un notevole spicco: non si poteva infatti concepire che, contestata la vecchia cultura, non ci si preoccupasse di cercarne una più aggiornata. La nuova scuola cessò di essere monopolio delle classi borghesi; fu fatto ogni sforzo per renderla accessibile alle masse lavoratrici. Le arti e le lettere ebbero momenti di splendore con i narratori Gorkij e Aleksej Tolstoj, con i poeti Esenin e Majakovskij e con il regista cinematografico Ejzenštejn. In politica estera, la Russia sovietica si adoperava intanto per uscire dall'isolamento. Già nel 1921 concluse due trattati con l'Afghanistan e la Persia mentre si tentava in ogni modo di avviare trattative economiche con le potenze occidentali. Mosca divenne nel frattempo la sede di quella Terza Internazionale o Internazionale Comunista (l'abbreviazione russa è Komintern) che fu progettata per la propaganda dell'ideologia marxista-leninista. Nonostante la contraddizione fra sistema comunista e sistema borghese, il ministro degli Esteri sovietico Čičerin riuscì a stringere con la Germania un patto di amicizia che sollevò le preoccupazioni di tutto l'Occidente (Rapallo, 16 aprile 1922). L'amicizia con la Germania non durò però oltre il 1930, quando il nuovo ministro degli Esteri Litvinov riuscì ad aprire un dialogo con la Francia e l'Inghilterra, fino allora irriducibili nemiche del regime sovietico. Intanto Lenin, già ammalato da tempo, moriva a Gorki presso Mosca (21 gennaio 1924). La sua morte scatenò una lotta accanita per la successione: lotta ideologica prima che di potere. Si trattava infatti di far compiere all'Unione Sovietica quel “salto di qualità” che Lenin non aveva potuto fare, di tradurre in scelte concrete le indicazioni del grande rivoluzionario scomparso. Fu uno scontro durissimo che si trascinò dal 1924 al 1927 dentro e fuori il partito, nelle piazze e sui giornali, tra le tesi di Stalin e quelle di Trotzkij. Stalin si sbarazzò di Trotzkij (che del resto fu sempre in minoranza), opponendo alla sua dottrina della “rivoluzione permanente” la teoria del “socialismo in un solo Paese”, il che significava prudenza in politica estera e, all'interno, pretendere il massimo sforzo per fare di un Paese sottosviluppato uno Stato industrializzato e potente. Era la politica della mano di ferro, per cui fu facile a Stalin liberarsi anche d'altri rivali, seguaci di una linea più morbida (come Bucharin); dopo di che, abrogata la NEP, si diede inizio (1929) alla collettivizzazione dell'agricoltura in tutto il Paese e alla liquidazione dei kulaki (contadini agiati). Tra il 1929 e il 1930 i kulaki vennero pressoché eliminati da una rivoluzione agraria sostenuta dalle autorità comuniste locali. Fu uno degli eventi tipici di quel primo piano quinquennale (1928-32) che ebbe il merito di far compiere un grande balzo in avanti all'industria russa, specie a quella metalmeccanica, dell'acciaio ed estrattiva. Fu uno sforzo grandioso ed esaltante compiuto tra incredibili difficoltà. Nonostante questi faticosi progressi e un'evidente intenzione di uscire da un pericoloso isolamento, l'Unione Sovietica tardava a trovare all'estero un adeguato riconoscimento. Il governo statunitense si manteneva freddo e distante, le democrazie occidentali procedevano con estrema cautela, mentre la Germania democratica era incerta anch'essa sulla linea politica e i Paesi confinanti (Finlandia, Polonia, Romania) continuavano a guardare a Mosca con diffidenza. Meno difficili furono i rapporti con l'Oriente, specie con la Cina, il cui governo nazionalista (Sun Yat-sen, Chiang Kai-shek) si appoggiò in molti casi a Mosca.

Storia: dagli anni Trenta alla nascita della CSI

Già il 1º piano quinquennale aveva privilegiato la produzione industriale; il 2º (1933-37) e il 3º (1938-42) dovevano continuarne l'opera con la stessa determinazione. La crescita industriale era apparsa imponente. Benché viziata dal “gigantismo”, l'industria russa aveva veramente cambiato il volto del Paese; ma a questo sviluppo facevano da contrappeso le carestie (per esempio nel 1931 e nel 1933), la qualità scadente dei prodotti dell'industria, la povertà del contadino, la penuria dei beni di consumo. Il malcontento delle campagne e gli abusi dei funzionari, gli eccessi polizieschi sembravano persino mettere in forse la sopravvivenza del regime staliniano, ma dopo il 1933 il momento più triste parve superato: i pericoli corsi stimolavano le energie; gli sforzi dei lavoratori vennero esaltati (stachanovismo) e premiati (salari differenziati); si tornò a proteggere l'intellettuale purché fosse fedele all'idea; si riportò la disciplina nella scuola, ridando autorità all'insegnante; si esaltò di nuovo il concetto di patria, si reintrodusse il culto delle tradizioni, degli eroi, degli scrittori della vecchia Russia. Nel 1936 fu promulgata la nuova Costituzione, in pratica più elastica e meno radicale di quella del 1924. Il voto era concesso a tutti; a tutti si accordavano gli stessi diritti. Era garantita la libertà di coscienza, libertà di parola, di stampa, di riunione. Al Partito comunista veniva assicurata una preminenza assoluta su ogni altra istituzione statale. Non era prevista nessuna forma d'opposizione. Dopo il 1936, il regime attraversò un periodo drammatico: la dittatura staliniana, evidentemente minacciata da varie parti, veniva difesa con misure straordinarie. Si susseguivano (1936-38) i processi contro i nemici del regime: la vecchia guardia rivoluzionaria ne uscì quasi distrutta. Scomparvero Zinovev, Kamenev, Bucharin, Ordžonikidze, Jagoda, Tuchačevskij e molti altri grandi personaggi dell'epopea bolscevica. La politica estera si fece più attiva dopo il 1934, quando l'Unione Sovietica entrò nella Lega delle Nazioni. Si accentuò la collaborazione con le Potenze occidentali, preoccupate per le iniziative di Hitler. Stalin tuttavia non rinunciò ad approcci con la Germania e d'altra parte cercò d'impedire ogni possibilità d'accerchiamento, firmando patti di non aggressione con la Lettonia e l'Estonia (1932), con la Polonia (1932), con la Finlandia (1933) e ristabilendo normali relazioni con la Romania. Il suo programma, coerente coi vecchi principi di Lenin, consisteva nell'attendere il dissanguamento delle nazioni capitaliste in una guerra che si presumeva imminente. Di qui la tattica prudente che portò Stalin ad accordarsi (agosto 1939) con Hitler e a intervenire nella spartizione della Polonia. Anche la guerra contro la Finlandia (1939-40) mostra che l'Unione Sovietica non aveva intenzione di gettarsi anzitempo in un severo conflitto. L'attacco improvviso (22 giugno 1941) della Germania e dei suoi satelliti costrinse l'Unione Sovietica a impegnare nella guerra ogni sua risorsa. Per l'Unione Sovietica fu una prova durissima. Colte di sorpresa, le forze sovietiche ebbero qualche mese di sbandamento. Il primo inverno di guerra fu atroce: a Leningrado (oggi San Pietroburgo), accerchiata e affamata (ma mai conquistata), la cittadinanza subì perdite enormi; a Mosca non fu facile sedare il panico ma la rude energia di Stalin, le eccellenti doti tecniche dei comandanti e dei soldati, l'ottima qualità dei mezzi tecnici (carri armati, aerei, artiglieria) permisero di superare i momenti più terribili. Alla fine dell'inverno 1943-44 i Russi, conquistata l'Ucraina e la Crimea, varcavano il Dnestr e raggiungevano il Prut, rioccupando così quasi tutto il territorio dell'URSS. Nell'estate 1944 le truppe sovietiche occupavano Leopoli, giungevano alle porte di Varsavia, costringevano all'armistizio Finlandia, Romania e Bulgaria. Poi era la volta della stessa Germania e dell'Austria, dove le armate sovietiche giunsero a conquistare (aprile 1945) Berlino e Vienna. A Yalta Stalin, vincitore su tutta la linea, riusciva (4-11 febbraio 1945) a far prevalere di fronte agli altri due grandi il punto di vista del Cremlino; a Potsdam infine, crollata ormai la Germania nazista, otteneva (17 luglio-2 agosto 1945) lo spostamento verso ovest dei confini polacchi e la contemporanea occupazione di una parte notevole del territorio germanico. L'Unione Sovietica usciva dalla guerra non solo come vincitrice sui campi di battaglia, ma come la beneficiaria di una situazione politica radicalmente nuova. L'Unione Sovietica era ormai una potenza mondiale non tanto per le risorse economiche e militari, seconde solo a quelle degli USA, quanto per la vastità dei suoi interessi politici che coprivano tutta la Penisola Balcanica, raggiungevano il Vicino e il Medio Oriente, l'Africa settentrionale e tutto il Mediterraneo, l'Asia sino alla Corea e l'Europa sino a Berlino e a Vienna. Ma la bolscevizzazione dell'Europa orientale e centrale provocò un irrigidimento degli Stati occidentali. La “cortina di ferro” (l'espressione fu coniata da Churchill) venne a separare i due mondi che le vicende belliche avevano avvicinato. La Conferenza per il Piano Marshall (Parigi, 1947) diede origine alla “guerra fredda”. Da un lato gli Stati Uniti, forti della bomba atomica, rinunciavano alla politica di collaborazione con l'Unione Sovietica, chiamando i Paesi democratici a far blocco contro il comunismo, dall'altro si delineava chiaramente la costellazione dei “satelliti” dell'Unione Sovietica, ossia delle Repubbliche socialiste dell'Est europeo. Gli eventi del 1947 inasprirono anche la situazione interna della Russia, già resa tragica dai 20 milioni di morti, dai 25 milioni dei senzatetto, dalla miseria dei superstiti nelle terre devastate e nelle città distrutte. In questo clima di tensione, anche i Paesi satelliti furono assoggettati a una rigida disciplina ideologica; la Iugoslavia di Tito fu espulsa dal blocco sovietico e considerata “eretica” (1948). Dopo il 1949 l'Unione Sovietica si dovette preoccupare di un possibile

attacco dall'ovest e dal sud d'Europa: il Patto Atlantico (agosto 1949), esteso poi (1952) alla Grecia e alla Turchia, parve minaccioso per una URSS che non aveva ancora sanato tutte le piaghe della guerra. Ma alla morte di Stalin (5 marzo 1953), un netto mutamento, già avvertibile negli ultimi mesi di vita del dittatore, si rese evidente nella politica interna ed estera del regime. La tesi della coesistenza pacifica con gli Stati non comunisti fu subito affermata; all'interno si ebbe il “disgelo”, ossia un'attenuazione della repressione ideologica e culturale. L'immediato successore di Stalin fu Malenkov, primo ministro dal 1953 al 1955; lo seguì Bulganin, dal 1955 al 1958; ma accanto a entrambi stava guadagnando terreno l'abile Nikita Chruščëv, segretario del PCUS dal 1953. Nel XX Congresso del partito (febbraio 1956) questi, leggendo un rapporto segreto, distrusse il mito di Stalin provocando ripercussioni in tutto il mondo e specialmente nei Paesi del blocco orientale (rivolte di Polonia e di Ungheria). Dal 1958 Chruščëv, divenuto primo ministro, guidò da solo la politica dell'Unione Sovietica: accolse la tesi della coesistenza pacifica, ma non esitò a rinnovare la “guerra fredda” quando gli parve necessario. Nel 1960 la Cina prendeva le distanze da Mosca e accusava il Cremlino di tradire la dottrina comunista negando la necessità della guerra anticapitalista: polemica che gli anni non sanarono. Con gli USA le relazioni migliorarono al tempo di Kennedy (1961-63), pur con qualche momento drammatico (questione cubana, 1962). Tra i successori di Chruščëv, Leonid Brežnev apparve la figura dominante: accanto a lui Aleksej Kosygin, primo ministro, e Nikolaj Podgornij, presidente del Soviet Supremo, completavano la triade detentrice del potere. Brežnev non si discostò troppo dall'indirizzo dei predecessori circa la coesistenza pacifica, studiandosi di non inasprire i conflitti latenti, ma rimase fermo nell'opposizione all'ideologia cinese, mirando piuttosto a stringere i legami tra i Paesi europei del blocco comunista, in vista di una comune politica economica. Dopo il 1968, però, gli atteggiamenti politici di Brežnev, rigidi in teoria, si mantennero in pratica piuttosto accomodanti. Soffocata l'eresia cecoslovacca, non si procedette con pari vigore contro altre eresie “striscianti” (Iugoslavia, Polonia e soprattutto Romania) e si cercò di responsabilizzare i governi degli Stati comunisti piuttosto che scomunicarli. Anche nei riguardi della Repubblica Federale di Germania, il governo sovietico non si rifiutò a gesti nettamente distensivi, come il trattato del 1970, firmato da Kosygin e W. Brandt. In Asia, perdurando la tensione con la Cina, dovuta non tanto a problemi di confini quanto a una questione d'egemonia ideologica, l'URSS accentuava più volte la tendenza a sostenere le ragioni dell'India; nel Medio Oriente si mostrava propensa ad appoggiare la causa araba, ma nell'uno e nell'altro caso si asteneva da ogni intervento decisivo. Gli anni Settanta furono caratterizzati dalla distensione con gli USA e dagli incontri al vertice col presidente americano R. Nixon e col suo segretario di Stato H. Kissinger. La distensione ebbe la sua consacrazione ufficiale col trattato di Helsinki (1975), dopo di che il clima tornò a volgere al peggio. Nel 1977 Brežnev riuscì a ottenere anche la carica di capo dello Stato (presidente del Presidium del Soviet Supremo) sottratta a N. Podgornij, che terminava così una lunga e prestigiosa carriera all'interno del PCUS. Nel 1980 fu Kosygin a uscire di scena, lasciando la carica di presidente del Consiglio dei Ministri a N. Tikhonov. Brežnev rimase così il solo vero detentore del potere, cumulando cariche e onori quali non si erano mai visti dai tempi di Stalin. Nel frattempo, in politica estera, l'intervento armato sovietico in Afghanistan (dicembre 1979) causava un netto deterioramento nei rapporti con gli Stati Uniti; con l'avvento, nel 1980, di R. Reagan alla Casa Bianca il dialogo Est-Ovest parve del tutto bloccato (il momento di maggior tensione si ebbe nel 1983, con l'installazione dei primi euromissili NATO). All'inizio del 1982 scompariva M. Suslov, l'ideologo del partito ed eminenza grigia del Politburo, e nel mese di novembre, dopo una lunga malattia, moriva anche Brežnev. Fu chiamato a succedergli, nella carica di segretario generale del PCUS, Jurij Vladimirovič Andropov, membro del Politburo, nonché ex capo del temutissimo KGB. Nel giugno 1983 Andropov venne eletto anche presidente del Presidium del Soviet Supremo, in pratica capo dello Stato, cumulando così le cariche del suo predecessore. L'“era Andropov” (che si era preannunciata innovativa e riformista) fu però di breve durata perché, colpito da grave malattia, il segretario del PCUS moriva nel febbraio 1984. All'insegna nuovamente della continuità, il segretariato passava nelle mani dell'anziano Černenko, che a sua volta moriva poco più di un anno dopo. A Černenko succedeva, nel marzo 1985, Michail Gorbačëv; nel luglio dello stesso anno A. Gromyko era proclamato presidente del Presidium e il Ministero degli Esteri passava a E. Ševardnadze. “Uomo nuovo”, Gorbačëv si faceva subito assertore dell'urgente necessità di profonde trasformazioni, non solo economiche e non solo all'interno dell'URSS, ma inglobanti una complessiva rilettura di tutta la politica estera, in chiave nettamente distensiva. Anche Reagan, rieletto presidente nel 1984, si dichiarava disposto a riprendere le trattative – da tempo interrotte – sulla limitazione delle armi spaziali e nucleari; nel 1985 i due leader si incontravano a Ginevra, summit cui faceva seguito, l'anno successivo, quello di Reykjavík, in Islanda. Nel giugno 1988 il PCUS decise di riformare la struttura dello Stato, secondo gli orientamenti della perestrojka, concedendo maggior autonomia agli Stati, ai centri produttivi e più libertà ai cittadini. In tale contesto di accresciuta liberalizzazione iniziarono a manifestarsi con crescente intensità sentimenti nazionalistici e tendenze secessionistiche a vari livelli della struttura politico-territoriale. Si intensificò la rivendicazione d'indipendenza da parte delle Repubbliche baltiche (con l'Estonia che in novembre proclamava il diritto di veto del proprio Parlamento sulle decisioni del Soviet Supremo), cui si opponeva la crescita del nazionalismo panrusso rappresentato dall'associazione Pamjat, mentre in Transcaucasia la contesa apertasi fra Armeni e Azeri per la provincia del Nagorny-Karabach si trasformava in conflitto. Progressi ulteriori nel campo della distensione internazionale si avevano con l'avvio del ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan (che si completava all'inizio del 1989), con la riduzione unilaterale degli effettivi dell'Armata Rossa e con la ripresa di più stretti legami diplomatici con la Iugoslavia e la Cina (prima visita di un ministro degli Esteri cinese dopo trent'anni); il consolidamento del dialogo diretto con gli Stati Uniti proseguiva con visite reciproche dei due presidenti (maggio-giugno e dicembre). Le prime elezioni semilibere (marzo 1989) dell'URSS, che per tre quarti dei seggi prevedevano la scelta fra più candidati spesso estranei al partito, portavano, a Mosca, alla vittoria di Boris Nikolaevič Elcin (o Eltsin) contro il candidato ufficiale del PCUS e nelle Repubbliche baltiche alla larga affermazione dei nazionalisti. Eletto presidente dal nuovo Soviet Supremo, Gorbačëv poteva operare più agevolmente contro le forze conservatrici del Paese, rimpiazzandone alcuni leader in talune importanti cariche politiche; difficoltà comunque continuava a incontrare la perestrojka, soprattutto in campo economico, non apportando concreti benefici alla popolazione ma traducendosi anzi, attraverso la progressiva liberalizzazione dei prezzi (principalmente dalla primavera 1990) e la riduzione dell'occupazione, in un sensibile abbassamento del tenore di vita. Nello stesso anno l'azione volta alla distensione internazionale si concretizzava nella proposta della “Casa comune europea” e nella sconfessione del principio della “sovranità limitata” enunciato da Brežnev, nonché, soprattutto, nel conseguente avallo alla liberalizzazione dei regimi comunisti dell'Est europeo e nell'apertura alla prospettiva di riunificazione della Germania; si attenuavano inoltre i legami con Cuba e con i Paesi socialisti africani e asiatici, mentre con la visita di Gorbačëv a Pechino (maggio 1989) veniva sancita la piena riconciliazione con la Cina. Fra il 1989 e il 1990 si aggravava il conflitto fra Armenia e Azerbaigian; nuovi focolai di tensione interetnica si manifestavano in Kirgizistan, in Uzbekistan (contro i Mescheti), in Georgia (contro gli Osseti) e in Moldavia, inducendo ulteriori spinte centrifughe che si aggiungevano a quelle già presenti nell'area baltica. Alla proclamazione d'indipendenza della Lituania nel marzo 1990, all'indomani della vittoria elettorale del movimento Sajudis, sospesa in conseguenza delle sanzioni moscovite, seguivano quelle di Estonia e Lettonia, che con maggior cautela introducevano un periodo di “transizione” preventivo all'effettiva entrata in vigore della deliberazione; si trattava della prima e più radicale espressione di una tendenza generale che, agevolata dall'introduzione del multipartitismo (marzo 1990), vedeva entro la fine dell'anno ogni repubblica, a iniziare da quella russa (giugno), affermare il primato della propria sovranità su quella dell'URSS. Contestualmente all'abolizione del ruolo guida del PCUS e alla rilegittimazione della proprietà privata, lo Stato assumeva una struttura di repubblica presidenziale, alla cui guida era eletto dal Congresso dei Deputati del Popolo lo stesso Gorbačëv. Temendo la disgregazione completa del Paese questi cercava di salvaguardare una certa unitarietà, oltre che con l'ampliamento delle prerogative presidenziali, proponendo un'Unione rinnovata nella struttura e nei rapporti fra poteri centrali e nazionali, detta appunto Unione delle Repubbliche Sovrane, alla cui costituzione rifiutavano però di partecipare ben sei di esse (Armenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania e Moldavia), che boicottavano il referendum del marzo successivo. L'appoggio dei settori più conservatori impostosi a Gorbačëv per riequilibrare il calo di consenso già manifestatosi durante l'elezione presidenziale determinava un'involuzione nella politica interna (riattivazione della censura, rallentamento della liberalizzazione economica ecc.) che provocava le volontarie dimissioni di vari riformatori di primo piano (fra i quali E. A. Ševardnadze, protagonista del processo di distensione internazionale e preoccupato per il rischio di una svolta dittatoriale), nonché il rafforzamento della volontà d'indipendenza e autonomia espressa dai movimenti più radicali, in particolare dopo il cruento intervento di truppe moscovite in Lituania (gennaio 1991). In tale situazione cresceva la popolarità di Elcin, presidente della Russia dal maggio precedente, il quale con la firma dell'accordo per un nuovo Trattato dell'Unione e la propria rielezione (in contrapposizione al candidato del PCUS, in giugno) riusciva a esercitare una notevole pressione politica sul presidente sovietico fino a influenzarne la ripresa di una linea riformista. In luglio il PCUS abbandonava l'ideologia marxista-leninista, veniva riconosciuta l'indipendenza della Lituania (da essa ribadita in febbraio, dopo sospensione) e firmato il trattato START per il disarmo. Dissenziendo da tali sviluppi, un gruppo di conservatori, fra i quali alcuni ministri e, isolato Gorbačëv in Crimea, il 19 agosto tentava un colpo di Stato con la decretazione dello stato d'emergenza e l'autoattribuzione di poteri sovrani. Agevolata dalle incertezze dei golpisti che non riuscivano a farsi obbedire da buona parte dell'esercito, nonché sostenuta dall'opinione pubblica internazionale, la mobilitazione popolare promossa dalle forze democratiche strettesi attorno a Elcin riusciva in un paio di giorni a scongiurare il golpe. Dal fallimento di questo progetto di restaurazione, il crollo del sistema politico e istituzionale riceveva quindi un'accelerazione determinante: rientrato a Mosca politicamente indebolito, Gorbačëv, dopo aver sciolto il governo, era infatti costretto a cedere le leve del comando al presidente russo Elcin, mentre il neoistituito Consiglio di Stato riconosceva l'indipendenza delle Repubbliche baltiche e di alcune dell'area asiatica. Esigenze di carattere economico connesse alla stretta interdipendenza degli apparati produttivi hanno indotto comunque a ricercare subito nuove forme di cooperazione fra le varie unità statali in costituzione: sottoscritto da otto repubbliche un trattato d'unione economica (ottobre), l'Ucraina (che pure aveva proclamato la propria indipendenza), la Bielorussia e la Russia, affossando le proposte di Gorbačëv per una rinnovata Unione di Stati Sovrani, hanno sottoscritto (8 dicembre) l'atto di nascita di una Comunità di Stati Indipendenti (CSI), politicamente meno vincolante, cui presto si sono associati anche Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. I presidenti di questi 11 nuovi Stati, riuniti ad Alma-Ata il 21 dicembre 1991, hanno istituito formalmente la CSI, decretando di fatto la dissoluzione dell'URSS, sancita quindi il 25 dicembre dalle dimissioni di Gorbačëv da capo dello Stato. Quale erede dell'URSS si è subito configurata la Russia (principale componente della CSI), che si è assunta la responsabilità del controllo dell'ex Armata Rossa, della gestione del debito estero e sostituito l'ex URSS nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Letteratura

La Rivoluzione ebbe un'eco contrastante nel mondo letterario. Molti scrittori, come Remizov (1877-1957), Balmont (1867-1942), Gippius (1869-1945), Vjačeslav Ivanov (1866-1949), Cvetaeva (1892-1941) lasciarono la patria. Altri invece si immedesimarono con convinzione nei grandi eventi vissuti dal Paese. Blok (1880-1921) e Brjusov (1873-1924) pubblicarono versi bellissimi, in cui riviveva con profonda commozione il dramma dal quale il Paese era appena uscito. Inquieta, incerta, titubante fu l'attività di altri, come l'Achmatova (1889-1966) che, dopo le liriche raccolte in Anno domini (1921), tacque per venti anni. Fu ancora una volta Lenin a capire che l'irrigidimento in arte avrebbe significato un livellamento sterile e nel 1920 difese, contro i seguaci dell'arte proletaria, l'importanza del retaggio culturale borghese. Sulla sua tesi si basò poi il Comitato Centrale del Partito nel 1925 quando avvalorò le posizioni degli scrittori non proletari e promosse una politica culturale più tollerante, stimolando lo sviluppo della letteratura, del teatro e della critica. Tale atteggiamento fu spesso interrotto da ripensamenti. Si vide, per esempio, con scarsa simpatia la formazione di gruppi letterari e il partito nel 1932 li sciolse e propugnò, anzi stabilì, la costituzione di un'unica organizzazione che preluse, nel 1934, in occasione del 1º Congresso dell'Unione degli scrittori, alla nascita del realismo socialista. Nonostante il condizionamento politico, la letteratura sovietica era andata manifestando la sua vitalità. La Rivoluzione e la guerra civile furono uno stimolo vivissimo per i futuristi e per gli scrittori proletari. L'avanguardia tutta, a cominciare da Majakovskij (1894-1930), ne trasse motivo di fervore e di rinnovamento. Si può dire che Majakovskij si gettò nella Rivoluzione per cantarla in ogni momento, nel suo grido di rivolta come nel suo impeto di rinnovamento, in un'esaltazione creativa che fece di lui il cantore più alto e più profondo. Le dedicò il poema 150.000.000 (1921), ampio, nervoso, pieno di acuti e di silenzi come una cantata moderna, e alla Rivoluzione dedicò altre opere come Per questo (1922), Vladimir Ilič Lenin (1925), Bene! (1927), Ottobre (1927), in uno slancio creativo che accanto alla pubblicazione di opere, anche di teatro, come (1918), (1929) e (1930) lo trasformò in un propagandista fervido di quell'avanguardia futurista che sembrava polarizzare ogni idea innovatrice, alla quale solo si opponeva la poesia di autori schietti, semplici come Kljuev (1884-1937), poeta contadino, i cui versi sono stati raccolti nel Libro dei Canti (1919), e come Esenin (1895-1925), influenzato da Belyj (1880-1934) e da Blok (1880-1921), passato attraverso il simbolismo e l'imaginismo, cantore accorato della Russia di sempre, della natura, della grande anima slava, della nostalgia per il villaggio russo perduto per sempre, con versi incantati, bellissimi. Il dopo Rivoluzione fu un momento tormentato e incerto, per molti, ma fecondo. I simbolisti Blok e Belyj ebbero un grande influsso sulle nuove generazioni, ma ebbero forse il torto di non reclamare una cultura nuova, come invece propugnarono i futuristi e gli scrittori proletari, i quali ultimi ebbero a loro volta il torto di voler dimenticare completamente il passato, credendo di poter dar vita a una cultura nuova, ignorando le fondamenta, e finirono per sfociare nella poesia del komsomol. Nuovi gruppi andavano formandosi e muovendosi esitanti, come i Fratelli di Serapione, sorti nel 1921, con Zamjatin (1884-1937), Vsevold Ivanov (1895-1963), Zoščenko (1895-1958), Tikonov (1896-1979), Šklovskij (1893-1984) e altri, che vollero restare apolitici per dedicarsi solo al rinnovamento della forma e che naturalmente portarono allo sviluppo del formalismo, così come i Compagni di strada, formatisi anch'essi negli anni Venti, con Pilnjak (1894-1937/41), A. N. Tolstoj (1882-1945), Pasternak (1890-1960), Babel (1894-1941) e altri, cercarono di aderire alla Rivoluzione, restando ancorati a un'attività di tipo, per così dire, borghese, che non ebbe certo il favore del partito, ma che operò attivamente accanto ad altri gruppi, come Il valico, i Costruttivisti e gli Imaginisti, e contribuirono con la loro opera alla fioritura prima del racconto, specie con Babel e i suoi incomparabili (1926) e (1931) e poi del romanzo, specie con Pasternak e il suo (1957). Si erano intanto affermati autori importanti. La letteratura sovietica offriva un panorama interessantissimo con autori, oltre ai già citati, come Serafimovič (1863-1949), Gladkov (1883-1958), Fadeev (1901-1956), Ilf (1897-1937) ed E. Petrov (1903-1942), Platonov (1899-1951), Bulgakov (1891-1940), autore del romanzo. Le critiche non rare alla società in trasformazione, gli scrittori incomodi (Zamjatin, Pilnjak, Babel, Pasternak, Oleša ecc.) e le correnti giudicate inopportune (formalismo, cosmopolitismo) furono prima attaccati dagli scrittori proletari e nel 1934 condannati. Il realismo socialista divenne il metodo da applicare. I temi preferiti furono: l'industrializzazione, i piani quinquennali e poi la guerra patria. L'appello del partito trovò eco in numerosi scrittori, primo fra tutti Gorkij (1868-1936) che aveva già dato opere vigorosamente proletarie come Le mie università (1922) e L'affare degli Artamonov (1925) e che concluse la sua partecipazione alla realizzazione socialista con La vita di Klim Samgin (1927-36). Dall'insegnamento di Gorkij nacquero opere piene di vigore come Čapaev (1923) e La rivolta (1925) di Furmanov (1891-1926) e i romanzi dei già ricordati Fadeev e Serafimovič, mentre più vicino alla tradizione classica rimase A. N. Tolstoj con i suoi romanzi storici. Nacquero autori nuovi o si affermarono scrittori già apparsi alla ribalta, come M. Prišvin (1873-1954), stilista splendido, e K. Paustovskij (1892-1968), che non aveva certo dimenticato i classici della sua terra e che aveva scritto opere di grande vigore e respiro come Cronaca di una vita (1946-62). Su tutti si eleva M. Šolochov (1905-1984), vero continuatore del romanzo russo, creatore di una vasta galleria di ritratti, fiume in piena di una vita sempre rigogliosa che affonda le sue radici nell'autentica ricchezza popolare. (4 vol., 1928-40) è l'epopea della vita cosacca dal 1912 al 1921 ed è forse il romanzo più forte e pieno della letteratura sovietica contemporanea, cui fanno degnamente corona, dello stesso autore, Terre dissodate (1932-60) e Hanno combattuto per la patria (1943-59), evocazione della seconda guerra mondiale. Un altro scrittore schiettamente legato ai canoni socialisti è N. A. Ostrovskij (1904-1936), autore del famoso romanzo autobiografico Come fu temprato l'acciaio (1932-34), sulla guerra civile. Accanto a lui va citato un altro autore, pedagogista di schietta ispirazione socialista, A. Makarenko (1888-1939), autore del bellissimo Poema pedagogico (1933), e il più inquieto I. Erenburg (1891-1967), cui si devono opere sempre al limite dell'ortodossia sovietica, ma sempre vivaci, piene di intelligenza e di intuizioni, come L'ultima ondata (1952) o Il disgelo (1954). Va detto a questo punto che se il partito durante la seconda guerra mondiale era apparso conciliante, nel settembre 1946, con A. Ždanov, condannò le tendenze democratiche e liberalizzanti nella letteratura, nel teatro, nel cinema e, nel 1948, anche nella musica. La morte di Stalin (1953) e il XX Congresso del Partito (1956) significarono il “disgelo” vero e proprio, già intuito da Erenburg, e la scelta dei temi da affrontare venne liberalizzata, anche se l'Unione scrittori non mancò di scagliare, quando le parve il caso, i suoi anatemi contro i dissidenti. La liberalizzazione fu avvertita innanzi tutto nella poesia, dove il pathos celebrativo cedette il posto a un'analisi polemica ma autentica. Vennero o tornarono alla ribalta N. A. Zabolockij (1903-1958), B. A. Sluckij (1919-1986), D. Samojlov (1920-1990), B. S. Okudžava (1924-1997), A. Tarkovskij (1932-1986), R. I. Roždestvenskij (1932-1994), A. Voznesenskij (n. 1933), B. Achmadulina (n. 1937) e soprattutto A. Tvardovskij (1910-1971), altissimo rappresentante della poesia di impegno civile, autore dei poemi Dietro la lontananza il lontano (1960) e Tërkin nell'altro mondo (1963). La prosa si rinnovò al pari della poesia, abbandonando gli schematismi monocordi del “realismo socialista”. Si affermarono così scrittori ben presto di valore e fama mondiale, come V. Kataev (1897-1986), autore di L'erba dell'oblio (1967) e Il cimitero di Skuljany (1975), Nekrasov (1911-1987), divenuto celebre con il romanzo Nella città natale (1954), K. Simonov (1915-1979), autore dei racconti di guerra I vivi e i morti (1959) e L'ultima estate (1971), A. I. Solženicyn (1918-2008), affermatosi con Una giornata di Ivan Denisovic (1962) e con Divisione Cancro (1968), G. J. Baklanov (n. 1923), V. Tendrjakov (1923-1984), autore de L'estraneo (1956) e Il trapasso (1968), V. Astaf'ev (1924-2001), V. Solouchin (1924-1997), divenuto celebre con I sentieri di Vladimir (1957) e Una goccia di rugiada (1960), J. V. Bondarev (n. 1924), J. Trifonov (1925-1981), autore di I riflessi del rogo (1965), Un'altra vita (1975) e La casa sul lungofiume (1976), J. P. Kazakov (1927-1982), V. Šukšin (1929-1974), che ha scritto Gente di campagna (1963) e Conversazioni al chiaro di luna (1974), il drammaturgo Rozov (1913-2004), V. Belov (n. 1932) ecc. Nonostante una certa distensione, molti scrittori, a cominciare da Solženicyn, furono costretti tuttavia alla via dell'esilio o a quella del samizdat, la diffusione clandestina attraverso una catena di dattiloscritti delle opere proibite dalla censura. Nell'atmosfera plumbea dell'era brezneviana, la vita letteraria continuava a scorrere semisegreta sotto la verniciatura di maniera della cultura ufficiale. Molti libri, dal valore letterario ineguale, penetrarono in quel periodo la cortina della censura, giungendo in Occidente ammantati di quella curiosità eccitata e affascinata che da sempre caratterizza la percezione europea del mondo slavo. È questo il caso del celebre Mosca sulla vodka (1977) di V. Erofeev (1938-1990), lacerato brandello di anima russa, divisa come sempre tra il sogno di un'impossibile purezza e la corruzione del quotidiano. La letteratura russa continua la sua vita difficile in patria, mentre quella dell'emigrazione, pur mantenendo un'identità forte, si contamina poco a poco con le culture ospiti. V. Nabokov (1899-1977) entra a far parte, a buon diritto, della cultura americana; lo stesso dicasi per I. Brodskij (1940-1996), la cui anima russa si esprime in una meravigliosa lingua poetica inglese. Nina Berberova (1901-1993) si afferma come la musa della cultura russa negli Stati Uniti, ricostruendo sul filo della memoria le vicende e l'atmosfera della Russia prerivoluzionaria. Gli scrittori del dissenso politico militante pubblicano all'estero i loro roventi atti d'accusa contro il regime che incarcera i suoi intellettuali più critici: nasce un vero e proprio filone, la memorialistica del Lager, che può annoverare alcuni lavori significativi come Grigio è il colore della speranza (1988) di Irina Ratusinskaja (n. 1954). In patria la letteratura, che di lì a poco non potrà più definirsi sovietica, ha aspetti diversi: c'è una letteratura ufficiale, grigia e verniciata di ottimismo artificiale, diretta continuatrice dei dettami del realismo socialista; c'è una letteratura cautamente riformista che, senza essere in aperta opposizione al regime e soprattutto senza tradirne il principio di base (realismo rigoroso senza alcuna concessione allo sperimentalismo), ne critica le storture più evidenti. C'è, infine, una letteratura apertamente e sfrontatamente dissidente che esprime, sia dal punto di vista stilistico che contenutistico, un totale rifiuto della cultura ufficiale (Kaledin, n. 1949; Petrusevskaija, n. 1938; P'ecuch, n. 1946; Popov, n. 1946; il già citato Erofeev). La vivacità del dibattito politico e il clima di rinnovamento sociale che si respirano nell'URSS di Gorbačëv offrono uno straordinario alimento alla letteratura, tanto da definire “disgelo gorbaceviano” l'insieme delle nuove tendenze che caratterizzano la seconda metà degli anni Ottanta. Da quando, nel 1991, l'Unione Sovietica ha cessato di esistere, è diventato molto difficile seguire le fila del dibattito letterario. La cultura soffre di una tragica crisi di identità, dovuta al rapido cambiamento del suo orizzonte politico-sociale: venuta meno la ragione di esistere della cultura di protesta, l'intellettuale russo ha dovuto reinventarsi un ruolo e ridefinire la propria identità. Fenomeni esterni, come la penuria di carta e la ristrutturazione delle case editrici, più orientate verso la letteratura straniera, rendono difficile interpretare le tendenze che caratterizzano il mondo letterario russo contemporaneo.

Arte

Nel periodo rivoluzionario, della guerra civile e del primo assestamento economico e politico della Repubblica popolare, cioè negli anni tra il 1918 e il 1925, vissero una breve ma intensa stagione i movimenti d'avanguardia (raggismo, suprematismo, costruttivismo) inserendosi attivamente nella cultura rivoluzionaria nel tentativo di adeguarsi ai precetti di Lenin, che postulava la necessità dell'adesione popolare all'opera d'arte, considerata come espressione di contenuti storici e sociali. Pochissime furono ovviamente le realizzazioni in campo architettonico di questo primo periodo; più numerosi i progetti tra cui quello per il Monumento alla III Internazionale (1919) di V. Tatlin, concepito come una gigantesca architettura astratta in metallo a forma di spirale, quasi un'antenna radio che diffondesse nel mondo i valori rivoluzionari; secondo l'impostazione ideologica di Malevič e Tatlin (affiancati da Rodčenko e Lissitsky), impostazione che tentava di conciliare la figurazione astratta con i compiti rappresentativi e sociali che il partito imponeva agli artisti sovietici, l'architettura e le altre arti dovevano così rappresentare simbolicamente le conquiste e le aspirazioni delle masse rivoluzionarie. Queste teorie, che ebbero largo seguito anche fuori della Russia, non giunsero tuttavia ad affermarsi compiutamente. Tra le realizzazioni nel campo dell'architettura si possono ricordare la Mostra Agricola Panrussa a Mosca (1923; di I. V. Zoltovskij, A. V. Ščusev e altri), il Mausoleo di Lenin a Mosca (A. V. Šcusev; 1926), la centrale idroelettrica di Volhov (1919-26) e i primi complessi di case operaie a Mosca, San Pietroburgo, Jekaterinburg, Novosibirsk, approntati tra il 1920 e il 1930. L'attività dei costruttivisti, legati nella società “Architettura Contemporanea” (1925-31) di cui fecero parte tra gli altri i fratelli Vesnin, autori del Palazzo di Cultura della Fabbrica di Automobili di Mosca, M. J. Ginzburg e P. A. Golosov, autore della sede della Pravda a Mosca, mantenne vive le tesi di un'architettura razionalista e funzionale, raccogliendo consensi anche all'estero. Mentre già intorno al 1920 i movimenti connessi con le avanguardie europee (cubismo, futurismo, astrattismo) apparivano esclusi dagli sviluppi immediati dell'arte russa, tentò una conciliazione tra avanguardia e nuovi contenuti l'Unione degli Artisti da Cavalletto (1925-32). Erano intanto venute delineandosi sempre più chiaramente, negli anni tra il 1920 e il 1930, correnti conservatrici che, facendo appello alle tradizioni classiciste nell'architettura (Società Architettonica di Mosca, 1869-1930) e al realismo nelle arti figurative (Associazione degli artisti della Russia Rivoluzionaria, 1922-32), avrebbero in seguito indirizzato in quel senso ogni ulteriore evoluzione dell'arte sovietica, mantenendone il distacco dalle contemporanee correnti europee fino a tempi recenti. L'avvenimento fondamentale del periodo in campo artistico, i concorsi per il Palazzo dei Soviet a Mosca (1931-33), cui parteciparono tra l'altro Le Corbusier e Gropius, segnò il definitivo trionfo del tradizionalismo accademico di I. A. Fomin e A. V. Ščusev nell'architettura e del realismo socialista nella pittura; successo confermato dalla fondazione nel 1932 delle Unioni degli Architetti Sovietici e degli Artisti Sovietici, organi ufficiali del nuovo gusto. Le realizzazioni grandiose dei periodi immediatamente precedente e successivo alla seconda guerra mondiale si ispirarono a esigenze di rappresentanza e sfarzoso monumentalismo con esiti discutibili per irrazionalità ed enfasi decorativa (Metropolitana di Mosca, 1932-35; Università di Mosca, 1948-53). Nelle arti figurative prevalse la rappresentazione realistica, spesso fredda e oleografica, degli avvenimenti storici e della realizzazione della società comunista (Ioganson, Gerasimov, Maximov, Pimenov ecc.). Intensa riprese nel periodo postbellico l'attività urbanistica con la ricostruzione dei centri danneggiati dalla guerra e con la costruzione di nuovi centri industriali e residenziali nelle regioni orientali e in Siberia, secondo criteri di architettura razionale con largo impiego della prefabbricazione; tra i numerosi centri sorti dal 1945 a oggi si distingue per imponenza Togliatti (1967 e seguenti); anche le ristrutturazioni urbane più recenti e i nuovi edifici si ricollegano al funzionalismo (Mosca, Palazzo dei Congressi, 1961; Kalinina Prospekt e Lenina Prospekt, 1967; San Pietroburgo, Hotel Russia, 1962), mentre parallelamente si sviluppano nelle arti figurative correnti che si riaccostano all'astrattismo e all'informale. Accanto all'arte cosiddetta “ufficiale”, negli anni Sessanta si sono affermati numerosi gruppi d'avanguardia, le cui esperienze erano in qualche modo rapportabili a quelle allora in voga in Occidente. Importante è il lavoro svolto dal collettivo Dviženie, che si rifaceva alle vecchie avanguardie astrattocostruttiviste di Malevič e Tatlin. Negli anni Settanta c'è stato anche nell'Unione Sovietica un certo sviluppo dell'arte concettuale, dell'arte comportamentale e della land-art. Questi lavori sono giunti in Occidente attraverso la Biennale veneziana del 1977. La Galleria Tretiakov di Mosca nel 1981 ha allestito una mostra dedicata ad alcuni pittori non conformisti come Ilya Pravdin, Aleksandr Simnikov, Tatiana Nazarenko, Viktor Kalinin, Tatiana Nassipova e gli “iperrealisti” Aleksandr Petrov e Andrej Volkov.

Musica

Dopo lo scoppio della Rivoluzione del 1917 oltre a Stravinskij altri musicisti abbandonarono il Paese trasferendosi in Occidente: S. Rachmaninov (1873-1943) nello stesso 1917, Nikolaj Nikolaevič Čerepnin (1873-1945), A. N. Čerepnin (1899-1977) e N. K. Metner nel 1921; A. T. Grečaninov (1864-1956) nel 1922, Glazunov (1865-1936) nel 1928. Prokofev (1891-1953), che era stato assente dall'Unione Sovietica dal 1918, pur condividendone le scelte politiche e ideali, vi fece ritorno nel 1933. La prima fase del regime comunista (sino al 1930 ca.) fu caratterizzata in campo musicale da un'aperta adesione alle avanguardie storiche occidentali, in particolare alle esperienze dell'espressionismo e della nuova scuola di Vienna (Schönberg, Berg e Webern), e dalla ricerca di un linguaggio che rispecchiasse sul piano dello stile il processo di rinnovamento rivoluzionario in atto nel Paese. La rivalutazione del patrimonio folcloristico, la stretta collaborazione con uomini di teatro e di cinema (celebre fra le altre la collaborazione di Prokofev con Ejzenštejn per Alessandro Nevskij), l'elaborazione di nuove forme e modi di comunicazione furono i punti nodali di questa ricerca. Accanto a Prokofev e a Šostakovič (1906-1975), personalità di rilievo della storia musicale del Novecento, si segnalarono N. J. Mjaskovskij (1881-1950), R. M. Glier (1875-1956), B. V. Asafev (1884-1949), M. O. Šteinberg (1883-1946), M. F. Gnesin (1883-1957), A. A. Krejn (1883-1951), J. A. Šaporin (1887-1966), S. N.Vasilenko (1872-1956) e altri. La politica culturale staliniana portò a un arresto di queste esperienze, ponendo l'accento sulla necessità di una musica facilmente comprensibile al popolo, ispirata a tematiche patriottiche e, soprattutto, nettamente legata al sistema tonale: in base a questi principi nel 1948 furono accusati di “formalismo borghese” autori quali Prokofev, Šostakovič, V. I. Muradeli (1908-1970), A. Chačaturjan (1903-1978) e altri. Occorre comunque tenere presente che queste direttive si accompagnarono a una capillare ristrutturazione della vita musicale, sia sul piano didattico sia su quello organizzativo, che fece dell'Unione Sovietica uno dei Paesi nei quali è stato raggiunto il più alto e generalizzato livello d'istruzione musicale, com'è confermato dalla vasta diffusione di complessi sinfonici e di solisti di fama mondiale: si pensi a pianisti come E. Gilels (1916-1985), S. Richter (1914-1997), Y. Flier, V. Aškenazij (n. 1937), L. Berman (n. 1930), ai violoncellisti G. Piatigorski (1903-1976) e M. Rostropovič (1927-2007) e a sua moglie il soprano G. Višnevskaja (n. 1926), ai violinisti Igor (n. 1931) e David Oistrach (1908-1974), L. Kogan (1924-1982) ecc. Anche sul piano delle esperienze compositive si è assistito a un ampio dibattito sfociato in un cauto confronto critico con le esperienze del linguaggio musicale occidentale, accompagnato a una sempre più approfondita indagine sulle caratteristiche etniche e culturali del patrimonio musicale di ogni singola pepubblica. Nel vasto panorama di indirizzi e di posizioni sono emersi D. B. Kabalevskij (1904-1979), J. A. Šaporin, V. J. Šebalin (1902-1963), T. N. Chrennikov (1913-2007), I. I. Dzeržinskij (1909-1978), A. V. Mosolov (1900-1973) e inoltre R. Ščedrin (n. 1932), G. G. Galynin (1922-1966), A. Volkonskij (n. 1933), E. Denisov (1929-1996), S. Slonimsky (n. 1894-1995), T. Mansurian (n. 1934), R. Grinblat (n. 1930) e soprattutto A. Schnittke (1934-1998), B. Tiščenko (n. 1939) e S. Gubaidulina (n. 1931).

Danza

All'indomani della Rivoluzione d'ottobre, dopo un periodo di incertezza, animato da aspre discussioni sul futuro della tradizione ballettistica e dal tentativo di affidare a I. Duncan (1921-22) la creazione di una nuova cultura coreografica di ispirazione rivoluzionaria, il governo sovietico, anche grazie alla determinante presa di posizione di A. Lunacarskij, primo commissario alla Cultura, si assunse il compito di preservare e tutelare adeguatamente l'arte del balletto. Fin dagli anni Venti, nei due maggiori teatri dell'ex impero zarista, il Bolšoj di Mosca e il Mariinskij (ribattezzato Teatro Accademico di Stato d'Opera e Balletto, poi dal 1935, Kirov, e dal 1992 di nuovo Mariinskij) di Leningrado (oggi San Pietroburgo) al repertorio tardoromantico imperniato sull'opera di M. Petipa, cominciarono ad affiancarsi nuove creazioni, largamente influenzate da varie correnti del modernismo nonché dalle teorie di K. Stanislavskij e, a partire dagli anni Trenta, dai principi del realismo socialista. A. Lopuchov e K. Golejzovskij, poi V. Vainonen, R. Zacharov e L. Lavrovskij furono i coreografi protagonisti della prima fioritura del balletto sovietico, mentre sul versante didattico l'opera di sistematizzazione e riorganizzazione dei corsi e dei metodi di studio intrapresa da A. Vaganova, fornì alla scuola sovietica un'impareggiabile base tecnica. Il primato dell'antico Mariinskij si mantenne pressoché inalterato fino ai primi anni Quaranta, quando il trasferimento a Mosca di G. Ul'anova, unanimemente considerata la “prima ballerina assoluta” del balletto sovietico, segnò il passaggio a una fase di predominio – quanto a risorse e prestigio, nazionale e internazionale – del Bolšoj di Mosca. La cura e la riorganizzazione dell'insegnamento, della diffusione e della riproduzione dell'arte coreografica (balletto e danze popolari) è stata successivamente affidata ad appositi organismi centralizzati: nuove accademie per la formazione professionale di ballerini, coreografi e maestri sono state create in ogni repubblica e nuove compagnie si sono formate in tutte le principali città dell'Unione Sovietica. Largo spazio ha avuto anche l'elaborazione di una moderna tradizione coreografica folclorica, che ha contribuito all'arricchimento del vocabolario ballettistico, grazie soprattutto all'opera pionieristica e riorganizzatrice di I. Moiseev. L'apparizione di nuove splendide generazioni di interpreti (M. Pliseskaja, E. Maximova, V. Vasilev, M. Liepa, Y. Solovä, A. Shelest, A. Sizova, R. Stručkova, I. Kolpakova, N. Bessmertnova) non ha impedito il lento, dapprima impercettibile, poi sempre più evidente declino, a partire dalla fine degli anni Sessanta, della scuola sovietica: grandi talenti di interpreti – R. Nureev, N. Makarova, M. Barijsnikov – si sono resi protagonisti di clamorose fughe in Occidente, alla ricerca di una maggiore libertà di espressione artistica e personale, mentre sul piano coreografico, nonostante l'apparizione di nuove personalità creative (J. Grigorovič, L. Jacobson, O. Vinogradov) il sempre più soffocante clima culturale sovietico impediva una vera fioritura di talenti. Salvo rare eccezioni, lo stile sovietico si esauriva, a Mosca, in un esasperato tecnicismo, gonfio di atletismo retorico e di virtuosismo fine a se stesso, mentre a Leningrado se si coltivava ancora, ma con sempre maggiore fatica, l'antica aristocratica purezza tecnicostilistica, sul piano creativo si soffriva delle medesime limitazioni. Il patrocinio dello Stato e la certezza delle risorse finanziarie hanno comunque garantito un fiorire di scuole e, in larga misura, la continuità di una ricca tradizione. Con la dissoluzione dell'Unione Sovietica anche il balletto è entrato in una profonda crisi.

Teatro

All'indomani della Rivoluzione d'Ottobre, un decreto del nuovo governo sottopone l'intera attività teatrale al Commissariato per l'Istruzione, alla cui testa è il drammaturgo A. V. Lunačarskij; due anni dopo tutti i teatri vengono nazionalizzati e sono soggetti a un Comitato teatrale centrale. Il primo quindicennio del teatro sovietico è caratterizzato da un fervore di attività che si manifestò non solo sulle scene professionali, rapidamente moltiplicatesi di numero, ma anche negli innumerevoli gruppi a carattere sperimentale che sorgono un po' ovunque. Si possono distinguere alcune tendenze fondamentali: il rifiuto radicale delle forme teatrali tradizionali e la loro sostituzione con grandi spettacoli di massa che si riallacciano alle feste della Rivoluzione francese; la sperimentazione teatrale, ritenendo sufficiente per l'epoca nuova il superamento delle forme nelle quali si è finora riconosciuta la classe dominante (è la tendenza che si riscontra, per esempio, negli ultimi spettacoli di Vachtangov, morto prematuramente nel 1922, e in quelli di A. Tairov, peraltro radicalmente diversi); un teatro nel quale le più ardite innovazioni formali (con occhio attento ai più avanzati movimenti letterari e artistici, dal costruttivismo al suprematismo) procedono di pari passo con un discorso volutamente e provocatoriamente politico: è la strada di Mejerchold e dei suoi spettacoli, ogni volta sassi lanciati nello stagno e ogni volta oggetto di furibonde polemiche; infine, la necessità di non rompere con il passato, la cui lezione deve anzi essere ripresa e portata avanti adeguandola ai contenuti nuovi. Sarà questa la linea prevalente, soprattutto a iniziare dagli anni Trenta, con l'ufficializzazione dell'estetica del realismo socialista, con la condanna di tutti i “formalismi” e con la stretta subordinazione del teatro, come di ogni altra attività, alle esigenze prioritarie del Paese, in particolare a quelle della propaganda. Mejerchold è arrestato nel 1939, altri registi d'avanguardia (come Ochlopkov, Akimov, Popov ecc.) s'adeguano al nuovo corso, la tradizione realistica del Malyj e del MCHAT (Teatro d'Arte di Mosca) diventa modello insostituibile, privata per di più delle sue componenti di inquietudine e di critica. Il livello tecnico del teatro (attori, registi ecc.) rimane assai alto, ma, fatte poche eccezioni, il tono generale delle rappresentazioni è quello di un corretto accademismo. È solo dopo il 1953 che, riabilitato Mejerchold, registi come Ljubimov, Efros, Tovstonogov, più alcuni superstiti della grande epoca, riportano la scena sovietica all'attenzione dei teatranti del mondo intero. Il risultato più importante del regime sovietico è d'ordine soprattutto organizzativo e quantitativo. Si va dalla moltiplicazione delle scene in tutte le Repubbliche che compongono l'Unione Sovietica alla loro organizzazione in strutture permanenti; dall'aiuto e dall'incoraggiamento forniti alle iniziative giudicate meritevoli al riconoscimento dell'autonomia di gestione dei singoli teatri, che non vengono aiutati con sovvenzioni ma forniti di un capitale di partenza da amministrare con piena responsabilità. L'Unione Sovietica è stata dunque uno dei Paesi dove la diffusione del teatro è avvenuta in modo più capillare e dove più alto è risultato il livello tecnico medio delle rappresentazioni. Ai dati largamente positivi della capillarità della diffusione, della grande affluenza del pubblico e dell'alta professionalità dei teatranti, si sono accompagnate tuttavia una forte burocratizzazione dell'offerta teatrale e una certa uniformità, attestata dalla prevalenza assoluta del modello stanislavskijano nella recitazione, dalla scelta di un repertorio il più possibile privo di inquietudini e di problematiche contemporanee, da una tecnica di messinscena subordinata alla preminenza del testo. Ci sono state, naturalmente, le eccezioni, soprattutto negli ultimi decenni, cioè da quando è stato di nuovo possibile rifarsi alla gloriosa lezione di Mejerchold. Registi come quelli sopra citati, e anche alcuni drammaturghi, attenti ai problemi della nuova società sovietica, hanno posto alternative ai modelli ufficiali. Dai loro spettacoli è affiorato spesso un discorso di attualità, magari dalla messinscena non convenzionale di un classico.

Cinema

Il cinema dell'Unione Sovietica ha le sue origini nel cinema russo prerivoluzionario anche se nacque in polemica e in aperta rottura con esso e, per mancanza di pellicola, talvolta sulla cancellazione degli antichi film (alcuni dei quali magari di grande interesse come Il ritratto di Dorian Gray, 1916, di Mejerchold). Preziose testimonianze delle cineattualità dell'epoca zarista sono i film d'archivio e di montaggio di E. Šub La caduta della dinastia dei Romanov (1927) e La Russia di Nicola II e Leone Tolstoj (1928). Giornalista a Nižnyi-Novgorod, Gorkij fu il primo cronista cinematografico; G. Vitrotti dell'Ambrosio di Torino l'operatore straniero di miglior fama; Drankov e Chanžonkov furono i primi produttori nazionali (Stenka Razin, 1908, il primo film) e tra i registi di “colossi” storici e letterari si segnalarono Gončarov e Čardynin, poi V. Gardin e I. Protazanov che girarono insieme Guerra e pace (1915). Tolstoj, Lenin e Gorkij si erano battuti per un cinema diverso, ma durante la prima guerra mondiale – con la produzione Ermolev, le dive Lysenko e Cholodnaja, l'attore I. Mozžuchin, i registi Protazanov e E. Bauer – trionfarono la tendenza salottiera e quella mistico-erotico-satanica, anche se gli stessi registi e attori si riscattavano a contatto con la letteratura dell'Ottocento o con temi politici contemporanei; finché Protazanov nel 1917, tra la rivoluzione di febbraio e quella d'ottobre, in Padre Sergio da Tolstoj, con Mozžuchin, diede forse il migliore dei quasi duemila film prerivoluzionari, uscito soltanto sugli schermi sovietici e rimastovi per un decennio. Emigrato (soprattutto a Parigi) lo stato maggiore del cinema zarista e kerenskiano, stabilita una certa continuità tecnico-artigianale dai cineasti rimasti in patria (come Gardin) o più tardi rientrativi (come Protazanov), il cinema sovietico, nazionalizzato il 29 agosto 1919, ebbe inizio dagli agitki, brevi film di propaganda della guerra civile e del comunismo detto appunto di guerra, e del quale D. Vertov si farà il primo banditore. Lenin fu il primo uomo di Stato a considerare il cinema “di tutte le arti, la più importante”, Lunačarskij un commissario alla cultura che partecipava anche di persona all'elaborazione dei primi soggetti e Majakovskij un poeta che si produceva anche come attore cinematografico ma riteneva il cinema non spettacolo, bensì “quasi una concezione del mondo”; mentre già nell'autunno 1919 si aprivano a Mosca e a Pietrogrado i primi due Istituti statali specializzati e nello stesso anno si ricorreva ancora a Tolstoj in Polikuška, rimanevano apertissimi i problemi della distribuzione (con un'accurata cernita dei film stranieri) e della produzione, che negli anni Venti si ristrutturò, anche col concorso delle ultime società private durante il periodo della NEP, o venne creata ex novo specie nelle Repubbliche periferiche. Proprio dalla Georgia arrivò nel 1923 I diavoletti rossi di I. Perestiani, mentre il 1924 fu un anno cruciale con il film fantascientifico di Protazanov Aelita, con Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi di L. Kulešov, grande sperimentatore e maestro della nuova generazione di cineasti, con Le avventure di Ottobrina che a Leningrado segnò l'esordio della FEKS, con la prima serie Kino-Pravda di Vertov e con la prima opera di Ejzenštejn, Sciopero, vero principio del cinema rivoluzionario. In un crogiolo di battaglie ideali e linguistiche, di distacchi dal passato (come richiesto dai virulenti manifesti del Cine-Occhio di Vertov) e di insegnamenti teatrali (quali l'eccentrismo del Proletkult), il nuovo cinema sovietico fu elaborato con la partecipazione prevalente del rovesciamento ideologico dal cinema borghese in cinema classista (col proletariato operaio nuovo protagonista plastico). Seguirono: La corazzata Potëmkin (1925) di Ejzenštejn e La Madre (1926) di Pudovkin in Russia, Arsenale (1929) e La terra (1930) di Dovženko in Ucraina, capolavori che si imposero come classici non solo in Unione Sovietica, ma in tutto il mondo, mentre il cinema-verità documentario di Vertov si raccoglieva e si esaltava in sinfonie del lavoro e dell'edificazione socialista. Fu un decennio straordinario, certo la punta più alta mai raggiunta dal cinema internazionale, in cui apparvero le opere successive di Ejzenštejn e Pudovkin (Ottobre e La linea generale per il primo, La fine di San Pietroburgo e Tempeste sull'Asia per il secondo), il capolavoro figurativo La nuova Babilonia (1929) di Kozincev e Trauberg a Leningrado, si sviluppò il travaglio teorico dei “formalisti russi”, la commedia NEP toccò vertici originalissimi nei film di A. Room e B. Barnet, il Manifesto dell'asincronismo impostò i problemi del sonoro; in quegli anni vi fu la parentesi messicana di Ejzenštejn, G. V. Aleksandrov e Tissé, apparvero il cine-treno e le satire militanti di A. Medvedkin, i primi film parlati di Dovženko (Ivan, 1932), Pudovkin (Il disertore, 1933) e Barnet (Okraina, 1933), l'ultimo film muto (Boule-de-suif, 1934, da Maupassant) che segnò l'esordio di M. Romm. Va però notato che, parallelamente a questa esplosione multiforme, si rassodava e si sviluppava una linea più tradizionale che, facendosi forte della dichiarazione di Stalin al XIII Congresso del Partito Comunista nel 1924 (“Il cinema è il più grande mezzo di propaganda di massa. Dobbiamo prenderlo nelle nostre mani”), si opponeva sempre più agli innovatori, ostacolava gli sperimentatori, accusava di formalismo, di intellettualismo e di individualismo i maggiori registi, si rivolgeva indietro ai modelli artistici e letterari dell'Ottocento e, privilegiando la commedia di costume o musicale, il film storico e quello psicologico con eroe “positivo”, giungeva nel 1934-35, al Congresso degli scrittori e poi a quello dei cineasti, a decretare la soppressione burocratica delle varie tendenze, a definire sorpassato il realismo “critico” e a proclamare il realismo “socialista” unica tendenza del cinema sovietico. Di questo processo furono testimonianza, nel 1932, film come Il cammino verso la vita di N. Ekk e Contropiano di Ermler e Jutkevič, e nel 1934 Ciapaiev dei Vasilev, che Stalin assunse a modello del nuovo corso. Si trattava ancora di opere di grande qualità e ancora valide furono più tardi la “trilogia di Massimo” (1934-38) di Kozincev e Trauberg, la “trilogia di Gorkij” (1938-40) di M. Donskoj, Il deputato del Baltico (1936) e Membro del governo (1939) di Zarchi e Chejfic, L'ultima notte (1937) di J. Rajzman, Biancheggia una vela solitaria (1937) di V. Legošin, Aerograd (1935) e Ščors (1939) di Dovženko, Pietro il Grande (1937-39) in due parti di V. Petrov, Aleksandr Nevskij (1938) di Ejzenštejn (reduce tuttavia dal progetto incompiuto del Prato di Bežin, bloccatogli nel 1937 dal direttore della cinematografia Šumjackij), il dittico su Lenin (1937-39) di M. Romm, L'uomo col fucile (1938) di Jutkevič, Il maestro (1939) di S. Gerasimov ecc. A dispetto della qualità di tali film e di quelli prodotti nelle Repubbliche periferiche, come I ventisei commissari (1933) del georgiano Šengelaja, Pepó (1935) dell'armeno Bek-Nazarov, Noi di Kronstadt (1936) del bielorusso Dzigan, Bogdan Chmelnickij (1941) dell'ucraino Savčenko, i pericoli di schematismo, appiattimento e deformazione, sia della storia sia della contemporaneità (tuttavia sempre più raramente affrontata), si affacciavano però già in modo preoccupante, sostituendo all'analisi della realtà la sua idealizzazione, alla dialettica l'ottimismo, specie nelle commedie colchosiane di Pyrev che seguirono a quelle musicali di Aleksandrov. Durante la seconda guerra mondiale i generi più sviluppati furono il documentario e quello storico-biografico che, oltre a Georgij Saakadze (1942-43) di Čiaureli in Georgia e a David Bek (1943) di Bek-Nazarov in Armenia, diede l'Ivan Groznij (1943-45) in due parti (titolo italiano Ivan il Terribile e La congiura dei boiardi) di Ejzenštejn. La seconda parte di quest'ultimo, bocciata con altri film da una risoluzione del Comitato centrale nel settembre 1946, uscì in Unione Sovietica soltanto dopo la denuncia del “culto della personalità” (1956), che l'opera a suo modo anticipava. Nel dopoguerra, mentre la produzione declinava anche quantitativamente in quanto le sceneggiature erano sottoposte a ferrei controlli, il culto del vincitore e la verniciatura della realtà predominavano incontrastati, sia nel trittico staliniano di Čiaureli Giuramento (1945), La caduta di Berlino (1949-50) in due parti, L'indimenticabile 1919 (1952), sia nelle due parti della Battaglia di Stalingrado (1949) di Petrov, mentre una visione meno distorta della guerra è nella Grande svolta (1946) di Ermler. Anche le biografie storiche ebbero largo spicco: le migliori furono, nel 1949, L'accademico Ivan Pavlov di G. Rošal, in cui prevale la monografia scientifica, e Mičurin di Dovženko per i suoi aspetti lirici, sottolineati dal colore. Ma in quasi tutti i film del periodo, salvo forse quelli favolistici di Ptuško (da Il fiore di pietra, 1946, a Sadko, 1953) e, in maggior misura, i bellissimi documentari scientifici di Žguridi e Dolin, la teoria dell'“assenza di conflitti” e lo stravolgimento del concetto di “tipico” conducono all'iperbole e al manicheismo; tra i titoli maggiormente denunciati in seguito, I cosacchi del Kuban (1950) di Pyrev che, essendo tra i pochi sull'attualità, meglio disvela la falsità del contrasto tra il bene e il meglio. Si salvò invece l'ultima opera di Pudovkin, Il ritorno di Vasilij Bortnikov (1953), in cui il dolore riprendeva la sua funzione di alternativa alla gioia di vivere e che preannunciava il tempo del “disgelo”. Questo si qualificò anzitutto con un richiamo alla tradizione degli anni Venti e Trenta (Il quarantunesimo, 1957, di G. Čurchraj rifaceva un film di Protazanov del 1927; Quando volano le cicogne, 1958, di M. Kalatozov ricordava, almeno nei virtuosismi fotografici, il suo documentario del 1930 Il sale della Svanezia; la raffinatezza letteraria e figurativa di film come La cicala, 1955, di Samsonov, Don Chisciotte, 1957, di Kozincev, La signora dal cagnolino, 1960, di Chejfic, si ricollegava a modelli del passato). In due opere del 1959, Destino di un uomo di S. Bondarčuk, regista e attore, e Ballata di un soldato di Čuchraj, si riaffermava un sofferto umanesimo, mentre i veri protagonisti del disgelo cinematografico risultarono, nei primi anni Sessanta, l'anziano M. Romm, straordinario maestro di giovani, col suo Nove giorni di un anno (1961), e i suoi allievi Čuchraj (il cui Cieli puliti, 1961, fu però meno felice dei suoi precedenti, pur essendo il più coraggioso), A. Tarkovskij (che con l'opera prima L'infanzia di Ivan, 1962, vinse il Leone d'oro a Venezia e destò l'entusiasmo di Sartre), M. Chucjev (che con Ho vent'anni, 1962, uscito rimaneggiato nel 1964, suscitò le preoccupazioni di Chruščëv) e V. Šukšin (già attore di Chucjev, che esordì nel 1964 con Vive un ragazzo così, ottenendo a Venezia il Gran Premio nella Mostra del film per ragazzi). I registi anziani concludevano intanto la loro carriera: Kozincev con Shakespeare (Amleto, 1964; Re Lear, 1971), Jutkevič con due film su Lenin e due da Majakovskij, e Romm col film di montaggio Il fascismo quotidiano (1966); Bondarčuk monopolizzava la Mosfilm con le varie parti di Guerra e pace (1964-67) come più tardi J. Ozerov con le varie parti di Liberazione, film-epopea sulla seconda guerra mondiale ultimato nel 1971. Contemporaneamente i registi giovani che meglio si segnalavano erano M. Kalik (L'uomo segue il sole, 1961), J. Karasik (Dingo cane selvaggio, 1962), K. Voinov (Giovane verde, 1962), l'ucraina L. Šepitko col film kirghiso Calura (1963) e con Ali (1966), G. Danelija (A zonzo per Mosca, 1964; Trentatre, 1965), E. Klimov, V. Derbenjov, A. Saltykov, il lettone M. Bogin, il lituano V. Žalakjavičus e il russo A. Končalovskij, ex collaboratore di Tarkovskij, la cui attività personale si è sviluppata dal film kirghiso Il primo maestro (1966), attraverso le riduzioni letterarie Nido di nobili (1969) e Zio Vanja (1971), fino a Siberiade (1978-80) e a Maria's Lovers (1984), girato negli USA. La personalità preminente del periodo è comunque Tarkovskij con Andrej Rublëv (1966, presentato a Cannes nel 1969, proiettato in URSS nel 1972), Lo specchio (1975), Stalker (1979); infine con i film, fedelissimi al suo mondo, Nostàlghia (1983), girato in Italia, e Il sacrificio (1985) in Svezia. Di non minore rilievo sono però due altri cineasti: l'armeno-georgiano S. Paradžanov, autore di Le ombre degli avi dimenticati (1964), Sajat Nova ovvero Il colore della melagrana (1969) e, dopo alcuni anni di carcere, La leggenda della fortezza di Suram (1985). Il siberiano Šukšin, che con opere profondamente sue, splendidamente dialogate (da Vostro figlio e fratello, 1966, a Viburno rosso, 1974), si rivelò prima della morte immatura un singolare erede della tradizione contadina di Dovženko. L'interesse per la contemporaneità proseguì negli anni Settanta e Ottanta, sebbene non senza precauzioni, permanendo il “realismo socialista” la tendenza-guida. Tuttavia alcuni registi hanno manifestato un notevole anticonformismo: S. Mikaelian con Il premio (1975), I. Averbach con Lettere altrui (1975), G. Panfilov con Chiedo la parola (1976) e Vassa (1983), Karasik con Opinione personale (1977), S. Solovëv occupandosi del passaggio dall'adolescenza alla maturità nel trittico Cento giorni dopo l'infanzia (1975), Il salvatore (1980), L'ereditiera in linea diretta (1981). Altri hanno guardato in modo nuovo al passato, come Klimov nel sontuoso Agonia (1975, presentato a Venezia nel 1982) e L'addio (1983) o A. German in Venti giorni senza guerra (1976) e Il mio amico Ivan Lapšin (1985). Nel passato erano pure ambientati i primi film di N. Michalkov (da Schiava d'amore, 1975, a Cinque serate, 1978, a Oblomov, 1979): il cineasta si è però convertito all'attualità con La parentela (1982) e con Senza testimoni (1984), mentre il veterano Rajzman (Vita privata, 1982) le era fedele ormai da tempo. Il cinema russo, di cui sono espressione tutti i nomi ora segnalati, continuò a esercitare il predominio. Nella seconda metà degli anni Settanta, comunque, iniziò a emergere la produzione delle Repubbliche periferiche (europee, transcaucasiche e asiatiche), dalle quali sono venute opere non trascurabili. Proprio da queste regioni e dalle Repubbliche nate dalla dissoluzione dell'URSS si sono imposti all'attenzione cineasti che avranno un ruolo nei futuri sviluppi delle varie cinematografie nazionali. Già una lunga tradizione vantavano le Repubbliche meridionali, specie la Georgia, attiva tra gli anni Venti e Trenta con N. Šengelaja (I ventisei commissari, 1933), Kalatozov e Čiaureli; i figli del primo, Eldar e Georgij, hanno raccolto l'eredità paterna, e Pirosmani (1969, edizione 1971) di G. Šengelaja fece onore a tutto il cinema sovietico, così come Le montagne blu (1985) di E. Šengelaja, Tre giorni di un'estate afosa (1982) di M. Kokočašvili, come Non te la prendere (1968) di Danelija (il quale ha poi proseguito l'attività in Russia: Afonja, 1975; Mimino, 1977; Maratona d'autunno, 1979), come La supplica (1968) o L'albero dei desideri (1978) di T. Abuladze, o come i capolavori di O. Ioseliani: La caduta delle foglie (1966), C'era una volta un merlo canterino (1971), Pastorale (1976), I favoriti della luna (1984), girato a Parigi, Un incendio visto da lontano (1988), Caccia alle farfalle (1992). Dall'Armenia sono giunti un notevole film, Nahapet (1977) di H. Malian, e un grande cineasta-documentarista, A. Pelešian (Le stagioni, 1975), creatore del “montaggio a distanza”. Dall'Ucraina L'uccello bianco con la macchia nera (1971) di J. Ilenko, Gli orfani (1976) e La vita, le lacrime e l'amore (1985) di N. Gubenko, Romanzo al fronte (1983) di P. Todorovski. Uno sviluppo interessante si è registrato nelle Repubbliche asiatiche, dove i nomi più noti sono i kirghisi B. Šamšiev (Il battello bianco, 1976) e T. Okeev (Il feroce grigio, 1973; La mela rossa, 1975; Il discendente del leopardo delle nevi, presentato al Festival di Berlino nel 1985), che hanno attinto entrambi al narratore nazionale C. Ajtmatov; i turkmeni C. Narliev (La nuora, 1972; Buio bianco, 1978) e U. Saparov (Educazione virile, 1983); gli uzbechi E. Išmuchamedov (Tenerezza, 1966; Gli innamorati, 1969; Incontri e distacchi, 1973) e A. Chamraev (L'uomo insegue gli uccelli, 1975; Trittico, 1979). A metà degli anni Ottanta, con Gorbačëv e la perestrojka, anche il cinema sovietico cominciò a rinnovarsi radicalmente. La vera svolta si ebbe nel 1986, con l'elezione di Elem Klimov a segretario del congresso dell'Unione dei cineasti, al posto dell'accademico Kuligianov. Da allora, infatti, il “disgelo” della produzione sovietica prese a procedere a tappe sempre più veloci, anche se l'aggravarsi della crisi, con la dissoluzione del regime e la rinascita degli Stati indipendenti, ebbe serissime ripercussioni anche sul cinema nazionale. Vennero messe in circolazione opere bloccate dalla censura, riemersero cineasti sino a quel momento ostacolati, come Panfilov, A. Gherman, K. Muratova ed esordì tutta una generazione di autori dal linguaggio spesso rabbioso e anticonformista. Così, se l'attività di Tarkovskij (scomparso nel 1986), Končalovskij, Michalkov, Ioseliani è ormai cosmopolita, in patria si fanno notare S. Bodrov, V. Khotinenko, V. Pichul (Piccola Vera, 1988), P. Loungine (Taxi Blues, 1990; Luna Park, 1992), A. Sokurov (Elegia di Mosca, 1990). Nei primi anni Novanta la gravissima crisi economica ha spento la grande forza tradizionale della produzione di Stato. Tuttavia, i grandiosi studi cinematografici Mosfilm, a Mosca, e Lenfilm, a San Pietroburgo, lavorano a pieno ritmo per le produzioni straniere, vista la straordinaria qualità dei servizi forniti.

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