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Whitehead, Alfred North

filosofo inglese (Ramsgate, Kent, 1861-Cambridge, Massachusetts, 1947). Studente al Trinity College di Cambridge dal 1880 al 1885, vi rimase quindi come fellow e lecturer di matematica sino al 1910, per trasferirsi all'Università di Londra dove fu professore di matematica applicata sino al 1924. Chiamato quello stesso anno a occupare una cattedra di filosofia appositamente costituitagli nell'Università di Harvard, insegnò sino al 1937 e ricevette poi studenti e amici in liberi seminari settimanali. La prima opera importante di Whitehead è Universal Algebra (1898), vasto trattato diretto a stabilire i criteri fondamentali formali che consentono di discernere l'unità e la distinzione fra i vari calcoli algebrici, intesi come punti d'incontro di scelte convenzionali e di riproduzioni di “relazioni tra cose”. Dopo essere stato coautore con B. Russell dei Principia mathematica (1910-13), Whitehead si volse alla filosofia della scienza cui dedicò tre libri: An Enquiry Concerning the Principles of Natural Knowledge (1919; Ricerca sui principi della conoscenza naturale), The Concept of Nature (1920; Il concetto della natura), The Principle of Relativity (1922; Il principio della relatività), nei quali polemizzò empiristicamente contro la “biforcazione della natura in due sezioni”, l'una “appresa nella sensazione” e l'altra “causa della sensazione”; quest'ultima è per Whitehead una pura “chimera metafisica”. Tuttavia la sua concezione dell'esperienza è già quella di un ampio campo continuo, di una durata in cui si succedono e si sovrappongono degli “eventi”, di un “sistema chiuso” indipendente dal pensiero del soggetto percipiente. Questi motivi realisti, processuali e relazionisti, vennero a maturazione nel periodo americano, il più creativo di Whitehead, e si fusero in una grandiosa sintesi metafisica e “cosmologica” espressa soprattutto nella trilogia composta da Science and the Modern World (1925; La scienza e il mondo moderno), Process and Reality (1920) e Adventures of Ideas (1933). Il mondo per Whitehead è fatto di “entità attuali” o “pulsazioni” di esistenza, che si “prendono” fra loro formando organismi interconnessi ma “esternamente liberi” e autodeterminanti nel loro emergere creativo secondo una trama le cui possibilità sono stabilite dagli “oggetti eterni” (assai simili alle idee platoniche), i quali entrano nella costituzione del concreto per l'intervento mediatore di Dio. Il pensiero di Whitehead ha tuttora notevole influenza più che per i suoi esiti sistematici per la sua difesa dei diritti della ragione “costruttiva”, dell'invenzione teorica o “generalizzazione fantastica”, non solo in filosofia ma anche nelle scienze, in quanto sembra rispondere alle esigenze più sentite dall'epistemologia contemporanea ormai liberata dalle rigide chiusure “antimetafisiche” proprie del neopositivismo.

H. K. Wells, Process and Unreality. A Criticism of Method in Whitehead's Philosophy, New York, 1950; P. A. Schilpp (a cura di), The Philosophy of A. N. Whitehead, New York, 1951; E. Paci, Tempo e relazione, Torino, 1954; idem, Dall'esistenzialismo al relazionismo, Messina-Firenze, 1957;R. M. Palter, Whitehead's Philosophy of Science, Chicago-Cambridge, 1960; V. A. Lowe, Understanding Whitehead, Baltimora, 1962; C. Sini, Whitehead e la funzione della filosofia, Padova, 1965; M. A. Bonfantini, Introduzione a Whitehead, Bari, 1972; L. V. Arena, Comprensione e creatività. La filosofia di Whitehead, Milano, 1989.