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abòrto

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Lessico

sm. [sec. XVII; dal latino abortus, nascita prematura].

1) Interruzione spontanea o procurata della gravidanza.

2) Per estensione, persona deforme, mostriciattolo; cosa incompiuta o imperfetta, tentativo non riuscito: è un .

Medicina: aborto spontaneo

In senso medico si parla di aborto quando l'eliminazione o la perdita del prodotto del concepimento avviene prima della ventesima settimana di gestazione; dopo tale data si parla più propriamente di parto prematuro. In una percentuale maggiore al 90% dei casi, l'aborto spontaneo può essere il naturale rigetto di un feto malformato. In tal senso la definizione di aborto in medicina si differenzia da quella giuridica. A seconda delle cause determinanti, l'aborto è detto spontaneo o provocato. La frequenza dell' spontaneo varia da nazione a nazione ed è in rapporto a cause climatico-ambientali, alimentari e patologiche. L'aborto spontaneo prevede diverse forme cliniche: minaccia d', quando si ha motivo di ritenere che la gravidanza continui, pur essendo comparsi segni di interruzione (sanguinamenti e dolori crampiformi a carico dell'utero durante le prime venti settimane); totale o completo, qualora venga espulso tutto il prodotto del concepimento (feto e annessi); incompleto, se nella cavità uterina permangono frammenti ovulari; interno, se l'ovulo fecondato si è staccato dalla parete uterina, ma è trattenuto all'interno dell'utero, seppure morto; abituale, quando compare in successive gravidanze, di solito quando si verificano tre o più aborti consecutivi; ritenuto, quando l'utero non cresce come dovrebbe, quando il battito cardiaco fetale non viene rilevato nel periodo appropriato mediante il Doppler o quando il battito cardiaco, prima presente, non viene più ascoltato; mancato, quando si ha un ritardo prolungato nell'espulsione di un feto morto; settico, quando sopraggiunge un'infezione del contenuto dell'utero, prima, durante o dopo un aborto. Le cause d'aborto sono molteplici: ginecologiche (utero infantile o bicorne, retro o antiversione uterina, fibromi dell'utero, cisti ovariche, neoplasie maligne o benigne, cicatrici, metriti, endometriti ecc.); ovulari (cattivo annidamento o annidamento in zona malata, deficiente vitalità dell'ovulo); fetali (malformazioni); ostetriche (mola vescicolare); maschili (deficiente vitalità dello spermatozoo); malattie acute (tifo, paratifo, influenza, polmonite, morbillo ecc.); malattie croniche (lue, tubercolosi, malaria); tossiche (intossicazioni esogene: alcolismo, saturnismo ecc.); traumatiche (traumi diretti o indiretti sul prodotto del concepimento); endocrine (diabete, morbo di Addison ecc.). Anche i dispositivi intrauterini (IUD) aumentano in modo significativo l'aborto spontaneo. I sintomi di aborto sono per lo più dolori crampiformi, determinati dal distacco dell'ovulo dalla parete uterina, e sanguinamenti.

Medicina: aborto provocato

Per l' provocato si distinguono due tipi. Il primo riguarda, da una parte, l'interruzione volontaria della gravidanza richiesta dalla donna e regolata dalla legge 194, dall'altra l'aborto impropriamente detto terapeutico e praticato dal medico quando, con il parere concorde di un collegio di tre medici, ritenga vi sia rischio di morte o reale pericolo per la salute della madre se questa è affetta da cardiopatie, malattie del sangue, tubercolosi, nefriti (date le attuali possibilità terapeutiche questo tipo di aborto va sempre più riducendosi), e infine i casi in cui vi siano anomalie o malformazioni fetali. Il secondo tipo, detto aborto criminoso, riguarda l'interruzione dolosa di gravidanza, qualunque sia il mezzo impiegato per provocarla: chirurgico, empirico o mediante prodotti chimici (abortivo). Dal punto di vista medico-legale i requisiti per l'imputazione di aborto criminoso sono l'accertamento di gravidanza, al momento in cui venne praticato l'aborto, l'evento abortivo e l'idoneità del mezzo. I metodi abortivi attualmente in uso sono: svuotamento strumentale per via vaginale; induzione farmacologica, con stimolazione delle contrazioni uterine (prostaglandine; RU 486 associata a una prostaglandina); interventi chirurgici sull'utero. Lo svuotamento strumentale è utilizzato nel 97% degli aborti. L'isterosuzione, attuata alla quarta-sesta settimana di gestazione, comporta l'uso di una cannula collegata a un aspiratore che, inserita attraverso il canale cervicale, permette lo svuotamento completo della cavità uterina. Dopo la settima settimana di gravidanza si esegue, di solito, la dilatazione e la revisione della cavità uterina. Il tipo di intervento scelto varia pertanto a seconda dell'epoca gestazionale. Un'anestesia locale è, di solito, preferita per gli aborti del primo trimestre; un'anestesia generale può essere invece necessaria per gli aborti più tardivi.

Demografia

La valutazione del tasso di abortività è una componente importante nella stima della fecondità umana naturale. In assenza di pratiche di controllo delle nascite, occorre infatti determinare la mortalità intrauterina, di cui una parte è individuabile proprio negli aborti spontanei o fisiologici, che intervengono fra il concepimento e la nascita (secondo la terminologia dell'ONU, ampiamente accolta da varie nazioni, prima del compimento di 28 settimane di gestazione). La valutazione della quota di aborti spontanei sul totale dei concepimenti non è agevole, anche perché l'abortività delle primissime settimane solitamente sfugge al controllo; molti autori, tuttavia, concordano nello stabilire tale valutazione intorno al 10%. Per altro verso è difficilmente riscontrabile una interrelazione tra aborto volontario e fecondità, da un lato, e contraccezione dall'altro. Stabilire l'entità dei legami e la loro interpretazione richiede una dettagliata conoscenza numerico-demografica del fenomeno secondo l'età della donna, l'ordine della gravidanza, il numero di figli avuti e viventi, gli aborti precedenti, le motivazioni addotte nella richiesta di interruzione, ecc.compito risulta tanto più difficile se si tiene conto, da una parte, del fatto che per quasi i 2/3 della popolazione mondiale, relativamente a tale richiesta, la legislazione prevede uno spettro di motivazioni molto ampio e spesso variabile da Paese a Paese, dall'altro che in generale persistono aborti che avvengono al di fuori delle procedure ufficiali che ne rendono difficile l'accertamento. Le misure più comunemente impiegate nella valutazione dell'abortività volontaria sono: a) misure che ragguagliano gli aborti verificatisi in un dato anno di calendario (A) alla popolazione media femminile, generalmente considerata nella classe di età da 15 a 49 anni (Pfa₁); tasso di abortività=(A/Pfa₁)∤1000; b) rapporto fra il numero di aborti e di nati vivi (NV) riferito ad un dato anno=(A/NV)∤1000, in cui la moltiplicazione per mille è dovuta più alla consuetudine demografica che non ad una necessità di espressione. Altra misura che illustra un aspetto importante del fenomeno consiste nel tasso di abortività per classi di età delle donne (eventualmente si può calcolare anche il rapporto di abortività per classi di età). Per quanto riguarda il nostro Paese il fenomeno dell'abortività volontaria si manifesta con intensità e caratteristiche molto difformi da regione a regione, e con situazioni di non semplice interpretazione. Mentre i dati sull'abortività spontanea sono piuttosto inattendibili sia perché spesso sfuggono a ogni accertamento sia perché vengono condotti più sul fronte medico-sanitario che su quello statistico-demografico, i dati sugli aborti volontari legali sono più attendibili, grazie anche all'obbligo, introdotto dalla legge 22 maggio 1978 n. 194, della segnalazione delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) al Ministero della Sanità. Il numero degli aborti praticati negli anni Ottanta e fino alla seconda metà degli anni Novanta era in netta diminuzione. Oltre che in valore assoluto, gli aborti sono diminuiti anche in rapporto alle nascite (da 32 a 24 aborti ogni 100 nati vivi). I dati del 2000 parlano di poco più di 130.000 aborti volontari, mentre il consumo della pillola è salito a quasi il 20%. Secondo i più recenti dati ISTAT, nel nostro Paese le IVG hanno seguito andamenti diversi a seconda delle regioni. Se intorno al 1978, per esempio, i livelli più bassi si ritrovavano al Sud e i più elevati al Nord-Ovest e al Centro, negli anni successivi il Mezzogiorno diventava la seconda area italiana con le percentuali più alte. Segno, questo, di un progressivo spostamento dell'abortività clandestina verso quella legale. Nel frattempo si sono ridotte le IVG praticate nelle fasce d'età 25-29 e 30-34 anni, anche per lo spostamento in avanti dell'età media del matrimonio, passata dai 24 anni nel 1980 ai 28 anni nel 2000. Sono invece aumentate le IVG eseguite tra le giovanissime di 15-19 anni e 20-24 anni. Le IVG sono inoltre più numerose tra le donne nubili piuttosto che tra le coniugate al Centro-Sud, mentre nel Sud le percentuali si invertono. Una nuova emergenza è inoltre rappresentata dall'abortività clandestina tra le straniere sempre più numerose in Italia. Dati a carattere territoriale non sono indicativi della diversa tendenza delle donne del posto a ricorrere all'aborto in quanto, per motivi di riservatezza, molte interessate preferiscono recarsi in una struttura sanitaria anche molto lontana dal luogo di domicilio abituale. Il maggiore o minore ricorso all'aborto volontario è legato alla normativa e all'assetto sociale e culturale di una popolazione.

Diritto

Interruzione del processo fisiologico che inizia con la fecondazione dell'ovulo e termina con la nascita di un nuovo essere umano. Può essere spontanea, dovuta cioè a un processo patologico che si sviluppa naturalmente, o procurata (volontaria). Con l'entrata in vigore della legge 22 maggio 1978, n. 194, la volontaria interruzione della gravidanza è lecita, se compiuta con il rispetto di determinate procedure fissate dalla legge, entro i primi 90 giorni, qualora vi siano circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, sociali o familiari, o alle circostanze nelle quali è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito. È lecita anche dopo il novantesimo giorno quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, oppure quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Tuttavia, quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione è ammessa solo se vi sia grave pericolo per la vita della donna. La procedura per l'interruzione della gravidanza è complessa e deve essere obbligatoriamente esperita: costituisce infatti reato cagionarla senza le modalità previste dalla legge 22 maggio 1978, che ha sostituito le vecchie figure di reato del codice Rocco. In particolare, chi cagiona per colpa a una donna l'interruzione della gravidanza è punito con la reclusione (art. 17). L'interruzione volontaria senza il consenso della donna è punita anch'essa con la reclusione. Le pene sono aumentate se la donna è minore degli anni 18 (art. 18). L'interruzione col consenso della donna ma senza l'osservanza delle disposizioni di legge è punita, nei casi più lievi, con la reclusione fino a 3 anni per i responsabili e con la multa fino a lire 100.000 per la donna; e, nei casi più gravi, con la reclusione da 1 a 4 anni per i responsabili e l'arresto fino a 6 mesi per la donna. Se però questa è minore o interdetta, queste ultime pene sono aumentate e la donna non è punibile; se ne deriva la morte la pena è aumentabile fino a 7 anni di reclusione (art. 19). Tutte le pene previste dagli articoli 19 e 20 sono, infine, aumentate se il colpevole aveva sollevato obiezione di coscienza per evitare di procedere anche all'aborto consentito dalla legge (art. 20). Per l'interruzione entro i primi 90 giorni la donna deve rivolgersi a un consultorio pubblico o a una struttura socio-sanitaria abilitata dalla Regione o a un medico di fiducia, per farsi rilasciare un documento attestante lo stato di gravidanza e l'avvenuta richiesta, ovvero un certificato attestante l'urgenza. Tutto ciò avviene dopo che la donna è stata adeguatamente informata e sono state valutate tutte le circostanze che hanno indotto alla richiesta. In caso di urgenza la gestante può presentarsi subito, col certificato, a una delle sedi autorizzate a praticare l'interruzione stessa; altrimenti deve soprassedere per almeno sette giorni.l'interruzione della gravidanza dopo i primi 90 giorni l'accertamento delle circostanze va effettuato da un medico del servizio ostetrico-ginecologico dell'ente ospedaliero in cui deve praticarsi l'intervento. Egli ne certifica l'esistenza e comunica la sua certificazione al direttore sanitario dell'ospedale stesso per l'intervento, da praticarsi immediatamente. In caso di imminente pericolo per la vita della donna l'intervento può essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure citate e al di fuori delle sedi autorizzate. La richiesta di interruzione deve essere fatta dalla donna personalmente. Se essa è minore degli anni 18 è richiesto l'assenso di chi esercita la potestà o la tutela, ma, in caso di rifiuto o in presenza di motivi che sconsigliano di richiedere detto assenso, la donna viene autorizzata a decidere sull'interruzione dopo essere stata sentita dal giudice tutelare, che decide su relazione del medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria o del medico di fiducia. Nel caso che la donna sia interdetta per infermità di mente la richiesta può essere presentata, oltre che dalla donna personalmente, anche dal tutore o dal marito non tutore, che non sia legalmente separato e l'intervento deve anche in questo caso essere autorizzato dal giudice tutelare su relazione del medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria o del medico di fiducia. § In diritto canonico, il procurato aborto è causa di scomunica latae sententiae riservata all'ordinario diocesano, scomunica da cui non è esclusa, se colpevole, la stessa madre; inoltre crea un impedimento perpetuo ex delicto all'ordinazione sacerdotale.

Veterinaria

Per gli animali l'aborto è definito come l'interruzione della gravidanza prima che il prodotto del concepimento sia vitale. Poiché può verificarsi in qualunque momento della gravidanza, l'aborto può essere: ovulare, embrionale e fetale. È totale se vengono espulsi il feto e gli invogli, parziale se si ha ritenzione degli invogli. In base alla frequenza l'aborto si può così classificare: sporadico (pochi casi verificatisi in una vasta zona di paese); enzootico (numerosi casi in una zona limitata di territorio); epizootico (numerosi casi, ma estesi a una vasta zona di territorio). Dal punto di vista eziologico l'aborto si distingue in non infettivo e infettivo. L'aborto non infettivo può essere dovuto a cause esterne (traumi, carenze vitaminiche e minerali nell'alimentazione, somministrazione di medicamenti ed effetto di sostanze abortive accidentalmente presenti nei pascoli) oppure a cause interne (malformazioni o infezioni dell'apparato genitale e disturbi ormonali). L'aborto infettivo può essere causato da virus, miceti, protozoi e soprattutto da batteri. Nei bovini le malattie infettive che più frequentemente causano aborti sono: brucellosi, leptospirosi, listeriosi, clamidiosi, tricomoniasi. Nel cavallo ricordiamo invece i virus erpetici e la salmonellosi; nella pecora la brucellosi, la clamidiosi, la salmonellosi; nel suino la brucellosi, la leptospirosi e la pseudorabbia.

Bibliografia (per il diritto)

F. Antolisei, Diritto penale, vol. I parte speciale, Milano, 1989.