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abbazìa o abazìa

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Lessico

(ant., abadìa o abbadìa, popolare badìa), sf. [sec. XVI; dal latino abbātīa].

1) Comunità monastica autonoma retta da un abate o da una badessa.

2) Ant., il beneficio ecclesiastico connesso con il monastero. Nel Medioevo anche riunione di abati.

3) Il complesso degli edifici claustrali ospitanti la comunità. Spesso anche una chiesa appartenente in origine a un'abbazia e che ne ha conservato il nome.

Architettura

La prima organica sistemazione di abbazia organizzata intorno allo spazio aperto di un chiostro è forse da riferirsi alle comunità benedettine dell'alto Medioevo intorno ai sec. VII-VIII; in Italia, a Montecassino, Pomposa, Farfa, Bobbio. Il chiostro nacque presumibilmente dallo spostamento sul fianco della chiesa del quadriportico paleocristiano, che raccoglieva intorno a sé i corpi fondamentali (capitolo, refettorio, dormitori). La prima grande fioritura del sistema abbaziale, favorita per ragioni politiche da Carolingi e Ottoniani, è documentata dal cosiddetto “piano di S. Gallo” (820 ca.) , ancor oggi conservato: oltre alla grande varietà dei corpi colpisce la regolarità geometrico-modulare dell'insieme, simbolica di una suprema armonia mondana e celeste (città di Dio, Gerusalemme Celeste) . Con le abbazie di fondazione carolingia (St. Denis, St. Riquier a Centula, Fulda, Echternach, Reichenau, S. Juan de la Peña, S. Antimo), lo schema benedettino si stabilizzò. Intorno al chiostro con pozzo centrale e giardino (“paradiso”), posto a N o a S del corpo basilicale, si susseguirono la sala capitolare con la sovrastante abitazione dell'abate e il dormitorio, il refettorio e la cucina (talora in un corpo a sé), il noviziato e i vani funzionali e rappresentativi, portineria, economato, eventuale ospizio o foresteria. In età romanica e protogotica, le forme più elaborate di tale schema sono raggiunte dai cluniacensi, soprattutto dopo il ritorno di Ugo di Cluny da Montecassino (1083) e dopo la terza, colossale, ricostruzione di Cluny (dal 1088). A cavallo fra i sec. XI e XII, il romanico cluniacense si estese dalla Francia (Moissac, La Charité-sur-Loire) all'Italia (S. Fede di Cavagnolo, Vezzolano), alla Svizzera (Hirsau, Sciaffusa), alla Spagna, all'Inghilterra. All'imponenza e al fasto delle abbazie cluniacensi reagì, nel secondo-terzo decennio del sec. XII, Bernardo di Chiaravalle, dettando la “regola” su cui si fonda l'architettura cistercense: semplicità, organicità, moduli geometrici, rigore strutturale. L'esempio più perfetto conservatoci è l'abbazia di Fontenay (consacrata nel 1147). Nel giro di pochi decenni il sistema cistercense si espanse impetuosamente in Germania, in Polonia, in Austria (Heiligenkreuz, 1135), in Svezia (Alvastra, 1143), in Danimarca (Ringsted, 1160), nei Paesi Bassi, in Spagna (Moreruela, 1131), in Inghilterra (Kirkstall, 1153), in Italia (Chiaravalle Milanese, 1135; S. Clemente a Casauria, 1176; Casamari, 1203; Fossanova, 1208). Innovazione tarda è il sistema delle certose con due chiostri e celle singole e isolate. È da notare, specie in Spagna, Portogallo e Inghilterra, la ripresa dello schema abbaziale con chiostro e sala capitolare nei grandi complessi secolari vescovili. Gran parte delle abbazie decaddero nel Rinascimento: fra i maggiori esempi dei sec. XVI-XVII era Montecassino. Un'ultima fioritura si ebbe nel maturo barocco del mondo germanico (EinsiedelnMelk, Sankt Florian).

Diritto canonico

Con il termine abbazia venne anzitutto indicato l'ufficio di abate, e cioè di colui che presiede e regge (abbas de regimine) una comunità di monaci (cenobio o monastero sui iuris). Servì in seguito a indicare anche le stesse comunità monastiche, particolarmente quelle viventi, in Occidente, secondo la regola di San Benedetto (sec. VI). Con lo stesso nome vennero poi indicati gli edifici che ospitano la comunità (e la stessa chiesa del cenobio) e i beni formanti il patrimonio spesso ingente del monastero e il territorio su cui l'abate esercita la giurisdizione. L'originaria organizzazione autonoma o autocefala dell'abbazia subì già nell'alto Medioevo vicende varie, e cioè la sottoposizione al potere di re, imperatori e signori feudali laici della comunità e dei beni, e successivamente l'accentramento di più comunità, formanti così una congregazione di monasteri, sotto un'abbazia madre e un unico abate principale (per esempio, la congregazione di Cluny già nel sec. X). Più tardi le abbazie furono spesso infeudate e date in beneficio o in commenda a ecclesiastici secolari o anche a laici. Il Codex iuris canonici del 1917, oltre a singole disposizioni sugli abati, enuncia norme più ampie sull'abbatia nullius (o nullius diocesis), e cioè su quelle abbazie che, per ragioni storiche varie, non solo sono esenti dalla giurisdizione del vescovo locale, ma il cui abate esercita a sua volta nel territorio circostante una propria giurisdizione simile a quella vescovile (così le abbazie benedettine di Subiaco, di Montecassino, di Cava dei Tirreni, di Montevergine, di Monte Oliveto Maggiore in Italia, di Einsiedeln in Svizzera, di Pannonhalma in Ungheria, l'abbazia basiliana di Grottaferrata, presso Roma, ecc.). Gli organi di governo dell'abbazia, di solito elettivi, possono essere diversi, anche se in parte previsti dalla regola di San Benedetto. Si possono ricordare, accanto all'abate, il priore o preposito, il cellerario o economo e un consiglio o capitolo o congregazione di monaci.

Bibliografia

Per la storia e il diritto

P. Grossi, Le abbazie benedettine nell'alto Medioevo italiano. Struttura giuridica, amministrazione e giurisdizione, Firenze, 1957; R. Oursel, L. Moulin, R. Grégoire, La civiltà dei monasteri, Milano, 1985.

Per l'arte

M. Aubert, L'architecture cistercienne en France, Parigi, 1943; P. Schmitz, Geschichte des Benediktinerordens, Zurigo, 1947; M. Eschapasse, L'architecture bénédictine en Europe, Parigi, 1963.