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acròstico

sm. (pl. -ci) [sec. XVII; dal greco tardo akróstichon]. Artificio poetico per il quale in una poesia le lettere iniziali di ciascun verso vengono a formare una parola o anche un complesso lessicale di più ampie proporzioni. A metà del verso il procedimento prende il nome di mesostico, alla fine del verso quello di telestico. In enigmistica, gioco che consiste nel ricavare parole o frasi unendo le iniziali di una serie di vocaboli che a loro volta sono ricavati dalle rispettive definizioni. § Esempi di acrostico si trovano già in epoca antica e in diverse tradizioni letterarie: grande diffusione ha soprattutto nella poesia ellenistica (in special modo negli epigrammi dell'Antologia Palatina); in latino appare per esempio negli argumenta delle commedie plautine, in cui le iniziali dei versi danno il titolo della commedia, come per la Casina:

Conservam uxorem duo conservi ex

[petunt.

Alium senex allegat, alium filius.

Senem adiuvat sors; verum decipitur

[dolis,

Ita ei subicitur pro puella servulus

Nequam, qui dominum mulcat atque

[vilicum.

Adolescens ducit civem Casinam co-

[gnitam”.

Classico è il caso dell'Amorosa visione del Boccaccio, in cui le iniziali di ciascuna terzina e dei versi finali di ciascun canto formano tre sonetti: due indirizzati a Fiammetta (o meglio a “madama Maria”) e uno ai lettori.

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