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allegorìa

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Lessico

sf. [sec. XIII; dal greco allēgoría, il parlare con altro senso]. Figura retorica per cui, attraverso il senso letterale delle parole, s'intende esprimere un contenuto riposto e diverso, specie di carattere astratto e ideale: le allegorie medievali dell'oltretomba. In arte, rappresentazione simbolica di idee astratte: sulla parete era affrescata un'allegoria dell'Abbondanza.

Arte

Si intende per figurazione allegorica la rappresentazione sistematica di figure, oggetti, scene, ecc., ai quali si è voluto o si vuole dare un'interpretazione diversa da quella di per sé evidente. Quando tra figura significante e concetto significato si ha un rapporto immediato e obbligato, è più esatto parlare di figurazione simbolica (per esempio, la croce per i cristiani o il candelabro a sette braccia per gli ebrei). Spesso tuttavia le rappresentazioni simboliche e quelle allegoriche sono difficilmente scindibili. Tali figurazioni sono presenti fin dalle prime rappresentazioni figurative umane. Può già considerarsi allegorica (ma soprattutto di carattere magico e propiziatorio) la rappresentazione del cacciatore dell'età paleolitica, che trafigge con una freccia la figura di animale da lui disegnata sul muro della caverna; in Egitto, già in età predinastica e protodinastica, la sfinge rappresenta l'autorità faraonica e le gesta del faraone sono espresse nell'azione di un toro che distrugge le mura di una città (tavoletta commemorativa di una vittoria del re Narmer, della I dinastia; Il Cairo, Museo Egiziano); nell'arte iranica il simbolismo (anche se talora di difficile interpretazione) è indubbio (sigilli cilindrici con la palma, che rappresenta l'Albero della Vita; disco solare alato, simbolo della divinità, ecc.). Nell'arte dell'Estremo Oriente è preferibile parlare di simbolo nei confronti di cicli mitologici e di grafie caratterizzanti una divinità. Nelle civiltà precolombiane messico-andine si ha spesso un significato nascosto anche se non sempre spiegabile completamente, oltre che nelle raffigurazioni plastiche, nei tessuti e nell'oreficeria, anche nell'architettura (la piramide di El Tajin, nel Messico, con 365 nicchie, come simbolo del passar del tempo; le piramidi a più ripiani come rappresentazioni della volta celeste; animali da preda come simbolo della classe dirigente e animali veloci come simbolo di messaggeri, ecc.). Nel mondo occidentale la figurazione allegorica, quasi assente nell'arte greca arcaica, legata alla rappresentazione dei temi mitologici, si sviluppa in Grecia dal sec. V a. C., sia nella produzione vascolare sia nei monumenti funerari e nella statuaria (raffigurazione di fiumi), per passare poi nell'arte romana, dove, per esempio, le rappresentazioni dei sarcofagi sono spiegabili solo attraverso un'esegesi allegorica (concetto di apoteosi del defunto nelle scene che lo rappresentano, eroicizzato, accanto a divinità; concetto della sopravvivenza del defunto nelle scene di battaglie tra Romani e barbari, ecc.). Con l'avvento del cristianesimo la figurazione allegorica assume un'ampiezza particolare, che manterrà inalterata per tutto il Medioevo e ha funzione di esempio per il credente. Nel periodo paleocristiano frequenti sono le scene di vendemmia (mosaico anulare del mausoleo di S. Costanza a Roma, sec. IV d. C.); le rappresentazioni delle Stagioni (interpretate nel loro significato di morte e resurrezione, comuni in numerose catacombe); Pietro pescatore con la rete carica di pesci (da interpretare come “pescatore di uomini”, frammento di sarcofago del sec. V d. C. a Roma, S. Sebastiano); la riproduzione di miti classici (di Orfeo, di Amore e Psiche, ecc.) reinterpretati come esempi di salvezza e resurrezione. In età carolingia numerose sono le allegorie, anche di soggetto non strettamente religioso: personificazioni delle Virtù, della Morte (vecchia alata), del Sonno (giovane alato), delle Arti Liberali (soprattutto della Musica), degli elementi naturali. Dal sec. XI si manifesta più accentuata la tendenza alle allegorie dottrinali: la Chiesa identificata con la Vita e la sinagoga con la Morte (Vangeli di Uta, principio del sec. XI, Monaco, Bayerische Staatsbibliothek); la Scala del Paradiso; l'Albero della Croce (mosaico absidale della chiesa di S. Clemente a Roma, sec. XII); l'Albero di Jesse (stipiti del portale di Antelami nel battistero di Parma). Cicli dottrinali completi sono raffigurati nell'Arca di S. Pietro Martire (Milano, chiesa di S. Eustorgio, 1336-39) e nella decorazione del Cappellone degli Spagnoli (Firenze, S. Maria Novella, ca. 1365-67), opera di Andrea di Bonaiuto, che può essere considerata una vera e propria enciclopedia figurativa dell'ordine domenicano. Frequenti sono anche le rappresentazioni allegoriche di Virtù e Vizi (il Bene e il Male), dei Mesi, delle Arti Liberali, della Vita e della Morte, della Ricchezza e della Povertà. Numerose anche le allegorie politico-sociali, tra le quali quella del Buono e Cattivo Governo affrescata da Ambrogio Lorenzetti, tra il 1337 e il 1339, nel Palazzo Pubblico di Siena. Rinascimento e manierismo ereditano dal Medioevo il gusto per l'allegoria, conferendole un significato culturale (ripresa delle allegorie pagane) e intellettualistico legato alle correnti filosofiche e alle teorie artistiche del tempo (Allegoria della Primavera di Botticelli, Firenze, Uffizi; Amor Sacro e Amor Profano di Tiziano, Roma, Galleria Borghese). Rifiutata nettamente dal realismo caravaggesco, la figurazione allegorica continua tuttavia anche nel Seicento in opere come la decorazione della Galleria di Palazzo Farnese a Roma, dei Carracci, con la rappresentazione delle Virtù, di Eros e di Anteros; il Trionfo del Nome di Gesù (volta della chiesa del Gesù in Roma, opera di G. B. Gaulli); la serie delle Quattro Stagioni di N. Poussin (Parigi, Louvre); le allegorie filosofiche di Salvator Rosa, ecc. Rifiutata dall'ideologia illuminista, la figurazione allegorica ha un qualche sviluppo in età neoclassica (il Parnaso di A. R. Mengs nella Villa Albani a Roma) e continua nell'Ottocento in opere di carattere celebrativo (per esempio, della Rivoluzione Francese). Essa è tuttavia contraddetta, da Goya in poi, dalle correnti realiste e veriste. Per l'arte contemporanea più che di figurazioni allegoriche si deve parlare di simbologie e di metafore.

Letteratura

Definita da Aristotele una “metafora continuata”, l'allegoria si distingue dalla metafora in quanto si può estendere a un'intera composizione letteraria: la Divina Commedia, per esempio, è la rappresentazione allegorica dei tre regni ultraterreni. Nei confronti del simbolo, l'allegoria sembra caratterizzata dalla natura logico-intellettuale del rapporto che lega il segno al suo nascosto significato, mentre nel primo questo è piuttosto fantastico o magico. Nella classicità l'uso dell'allegoria stimolò un'interpretazione più profonda del mito e divenne metodo esegetico: la poesia di Omero fu interpretata come velame di verità filosofiche e morali e più tardi lo stesso avvenne per quella di Virgilio (famosa, nel sec. VI, l'Expositio Vergilianae Continentiae di Fulgenzio) e di Ovidio (si pensi al medievale Ovidius moralizatus). Ma il terreno più favorevole all'interpretazione allegorica è stato offerto dalle Sacre Scritture, da quando Filone di Alessandria cominciò a trasfigurare quei passi dell'Antico Testamento che riteneva moralmente riprovevoli. Nel Medioevo le preponderanti preoccupazioni religiose, etiche e didattiche trovarono nell'allegoria un mezzo ideale di trasfigurazione e la giustificazione di quella che pareva la futilità dell'opera d'arte per sé presa. Dante, che più largamente se ne servì, definisce l'allegoria “veritade ascosa sotto bella menzogna” (Convivio, II, 1). Si trattava però non di una, ma di più verità: all'arbitrio di chi escogitava l'allegoria si aggiungeva infatti quello dell'interprete, autorizzato e stimolato a scoprire più sensi riposti di quanti fossero nell'intenzione dell'autore. La critica moderna ha definito l'allegoria come ibrida associazione di un'immagine e di un concetto, come “criptografia” (Croce), e pertanto ne ha contestato la validità artistica. Se però il termine di allegoria è interpretato in senso più estensivo, si riconosce che l'arte, in quanto trasfigurazione del particolare nell'universale, è sempre allegorica.

Religioni

Nelle varie religioni l'allegoria trova un largo uso soprattutto allo scopo di tacere nomi, oggetti, azioni ecc., sacralmente interdetti. Per esempio, tra gli africani Nandi era tabù parlare degli uomini partiti per una spedizione di guerra: quando si doveva alludere a loro se ne parlava come di “uccelli”. L'allegoria è da intendersi sovente, tuttavia, anche come un espediente per portare a livello del popolo certe verità naturali e morali altrimenti patrimonio di una ristretta cerchia di sapienti; tali verità diventano accessibili quando sono espresse mediante immagini anziché mediante concetti. Con una simile prospettiva, che trova le sue origini già nella speculazione greca, si formò un indirizzo esegetico che cercava di spiegare, con il meccanismo dell'allegoria, quasi ogni fatto religioso (culti, miti ecc.). A tale indirizzo, che non ha alcun fondamento scientifico, si dà il nome di allegorismo. Nelle religioni ebraica e cristiana il ricorso al linguaggio allegorico diventa un'esigenza, a cui la stessa Bibbia si adatta, dato che l'intelletto umano può attingere la trascendenza dell'Essere Divino solo per via analogica. L'uso dell'allegoria diventò l'indirizzo costante dell'esegesi patristica, che specialmente ad Alessandria subì l'influsso del neoplatonismo; la Scuola di Antiochia sentì allora il bisogno di opporre a troppi significati allegorici l'aderenza al senso letterale, ammettendo tuttavia che i fatti dell'Antico Testamento dovevano essere proiettati in una prospettiva più ampia e diventare tipi prefigurativi di più grandi realtà. Nel Medioevo l'uso dell'allegoria dilagò in abuso e venne frenato da San Tommaso, il quale si richiamò ai canoni della Scuola di Antiochia, affermando che solo il senso letterale costituisce una base solida della teologia, anche se non sono privi di valore religioso gli altri tre significati: l'allegorico (ciò che si deve credere), il morale (ciò che si deve fare), l'anagogico (ciò a cui si deve tendere). Nell'esegesi moderna il primato rimane al senso letterale. Gli esegeti tuttavia parlano anche di un senso “tipico” connaturale ai sacri testi, ma sempre legato al senso letterale. Per esso il fatto storico menzionato acquisterebbe valore profetico. Il valore allegorico della Bibbia non è quindi negato, ma deve risultare dalla stessa Rivelazione o avere la garanzia del magistero della Chiesa.