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allevaménto

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Lessico

sm. [sec. XIV; da allevare].

1) Atto ed effetto dell'allevare; in senso più comprensivo, l'insieme delle attività rivolte ad assicurare nel modo più efficace la sopravvivenza, l'incremento e il miglioramento delle specie animali (vedi zootecnia) e vegetali che costituiscono risorse indispensabili per i bisogni dell'uomo.

2) Il luogo in cui si alleva e l'insieme degli animali o delle piante allevate. In particolare, in ippica, le specie equine selezionate prodotte da un certo Paese: corse di allevamento, riservate ai puledri indigeni.

3) Nello sport, complesso dei giovani atleti tesserati a una società sportiva dai quali emergeranno gli eventuali campioni di domani.

Etnologia

Nonostante l'individuazione di numerosi siti preagricoli risalenti a un periodo fra il XIII e il IX millennio a. C., nei quali sono stati rinvenuti resti di piccoli erbivori selvatici che fanno supporre uno stato di cattività degli animali, non è ancora possibile stabilire con certezza quali furono le popolazioni che per prime seppero allevare specie domestiche. Ciò si spiega col fatto che le fasi di assoggettamento degli animali all'uomo (cattività, addomesticamento, domesticazione) hanno prodotto molto lentamente modifiche genetiche e morfologiche nelle specie assoggettate. Le comunità di raccoglitori-cacciatori del tardo Paleolitico vivevano, quasi certamente, in stato di commensalismo con alcuni animali, così come ancor oggi fanno alcuni gruppi etnici (i Pueblos con il coyote, i Berberi con lo sciacallo, alcuni gruppi bantu con la iena, gli indù con l'avvoltoio); ciò portò ai primi tentativi di utilizzare alcune specie di erbivori quali “riserve” alimentari, controllando i movimenti dei branchi e proteggendoli, se necessario, dai loro predatori naturali; così facevano gli Indiani delle Praterie, che in alcuni casi giungevano persino a mungere i bisonti selvatici. L'instaurarsi di questa prima forma di soggezione dell'animale indusse i popoli, dediti soprattutto alla caccia, a tenere in cattività animali utili, come il cane, perché li aiutassero nel controllo e nella cattura dei selvatici. Tale usanza è ancora diffusa tra gli Australiani (che utilizzano il dingo), i Nordafricani nomadi (che utilizzano lo sloughi), gli Athabaska e gli Eschimesi (che utilizzano lupi semiselvaggi). Il cane, infatti, è il primo animale sicuramente allevato in cattività: i resti ossei di un cucciolo di lupoide sono stati trovati in una sepoltura natufiana dell'XI millennio a. C. insieme con quelli di un bambino. Solo dall'VIII millennio a. C. compaiono, però, resti di ovini, caprini, suini, pollame, “diversi” da quelli selvatici, in alcuni siti dalla Palestina all'Anatolia, dal Sahara all'Iran e al Turkestan, dall'India alla Cina e all'Indonesia. In tale periodo venne effettuato anche l'allevamento di animali per loro natura difficilmente addomesticabili, quali il gatto e altri felini, vari uccelli, serpenti, coccodrilli; lince, ghepardo, falco, cormorano poterono essere addestrati per la caccia o la pesca rivelando all'uomo la possibilità di utilizzare alcuni animali per altre funzioni che non fossero esclusivamente connesse con l'alimentazione. Ciò portò prima alla cattività e poi all'addomesticamento di grossi animali come i bovidi, che già dal VII millennio a. C. compaiono fra i resti ossei nei siti archeologici della Mesopotamia e poi anche ad Anau (Turkestan), Sialk (Iran), El Badâri (Egitto), Jarmo (Palestina) nonché in varie località del Sahara settentrionale e meridionale, dell'India, dell'Indocina e della Cina meridionale e orientale. La possibilità di allevare in cattività grosso bestiame mobile favorì la costituzione di comunità pastorali nomadi alle quali si deve, con molta probabilità, l'addomesticamento di altre specie di animali di grossa taglia appartenenti agli equidi e ai camelidi; i primi compaiono fra i resti fossili dei siti archeologici di Tripol'e e Usatovo (Ucraina) e a Sialk, i secondi ad Anau, Mohenjodāro e Harappa (Pakistan), a Tripol'e e nel Turkestan, a partire dal III millennio a. C.; camelidi (lama, alpaca) furono addomesticati nel corso del II millennio a. C. anche dalle genti agricole del Perú. Interessante in proposito l'incisione di un dromedario accovacciato eseguita su un'ascia rinvenuta a Khurab (Iran) e risalente al 1900 a. C. D'altra parte, l'allevamento, sviluppato dalle popolazioni agricole, portò a un perfezionamento delle tecniche: selezione delle razze, incroci, selezione dell'alimentazione, allevamento di specie selvatiche per i loro prodotti (come per le api e il baco da seta), selezione delle razze in funzione dell'uso (per carne, latte, riproduzione, ecc.). Accanto alle due forme d'allevamento (nomade e razionale) esistevano, e in parte sussistono ancora, forme particolari basate sulla soggezione o lo sfruttamento di animali semidomestici (renna, ecc.) o semplicemente addomesticati (elefante, orsi, alcuni uccelli). Ancor oggi, il numero degli animali selvatici allevati in cattività è notevole: oltre agli animali da pelliccia e ai pesci (piscicoltura) dei quali si fa un allevamento razionale, si effettua l'allevamento di scimmie, pappagalli, procioni, ocelot (tra gli Indios); orsi, volpi, marmotte (tra i Siberiani e gli Athabaska); gru, cicogne, cormorani (da parte di alcune genti asiatiche e, un tempo, della California); ghepardi e serpenti (in India); molte specie di uccelli e pesci sono allevate per scopi non utilitari in tutte le parti del mondo, anche fra i popoli a cultura superiore.

Etologia

Per allevamento si intende il complesso dei comportamenti parentali finalizzati alla sopravvivenza della prole nel periodo della crescita, inclusi l'alimentazione, la protezione dai pericoli e l'assistenza durante le esperienze giovanili. La maggior parte delle specie animali non pratica l'allevamento ma si limita a fornire qualche protezione alle uova, solo in alcune specie di Uccelli e di Mammiferi, nei quali comportamenti parentali raffinati spesso sono messi in atto anche da individui non in fase riproduttiva e nei confronti di piccoli estranei, l'allevamento della prole è la regola. Alcune specie di Pesci (Ciclidi), Uccelli (gabbiani, alche, ecc.) e Mammiferi (Primati, Ungulati, Felidi, Roditori, ecc.) distinguono la loro prole da quella di altri conspecifici e nelle specie che formano associazioni anonime (per esempio i gabbiani), i piccoli di altre coppie possono essere aggrediti e talvolta uccisi. Nelle specie che allevano la prole esiste una comunicazione reciproca fra madre e figlio basata su stimoli e risposte, e gli stimoli che evocano la risposta parentale compaiono già alla nascita. Se, come si verifica quando i piccoli sono in cattive condizioni, questi stimoli mancano, non ci sarà risposta parentale e i figli possono essere trascurati e perfino uccisi. Lo stesso avviene se nei genitori manca la capacità di rispondere correttamente ai segnali che provengono dalla prole, capacità basata in gran parte su risposte istintive ma che in molte specie (Mammiferi e Uccelli) è influenzata anche dall'imprinting. In queste, l'importanza del rapporto madre-figlio va al di là dell'assistenza generica fornita dall'adulto al giovane, ma ha conseguenze sulla capacità del giovane, divenuto adulto, di identificare la propria specie, di accoppiarsi correttamente e di allevare appropriatamente i piccoli (vedi abbandono).

Bibliografia

G. Scortecci, Gli animali, Milano, 1953; K. Birket-Smith, Histoire de la civilisation, Parigi, 1955; F. E. Zeuner, History of Domesticated Animals, Londra, 1958; G. Forni, Nuove luci sull'origine della domesticazione animale, Roma, 1964; V. L. Grottanelli, Ethnologica, Milano, 1965; I. Johansson, J. Rendel, Genetica e allevamento animale, Bologna, 1982.