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allucinògeno

agg. e sm. [da allucin(are)+-geno]. Farmaco capace di produrre profonde alterazioni del sensorio, del pensiero e dell'umore senza compromettere l'integrità funzionale del sistema nervoso autonomo e di altri apparati dell'organismo. Le allucinazioni rappresentano un aspetto tipico ma non costante dell'azione dei farmaci allucinogeni, da cui il termine più proprio di psicomimetici. Già in epoca precristiana popolazioni dell'Asia e dell'America Centrale conoscevano gli effetti allucinogeni ed euforizzanti del peyotl, della canapa indiana e di altre piante, ma il carattere rituale, magico e in genere segreto del loro impiego ha ostacolato fino al recente passato l'identificazione delle droghe allucinogene e la caratterizzazione dei principi attivi. In questi ultimi anni gli allucinogeni naturali sono stati studiati e analizzati con rigore scientifico. Ciò ha portato alla sintesi di sostanze psicomimetiche estremamente potenti. La composizione degli allucinogeni è molto varia e risultano oscuri i rapporti tra struttura chimica e azione. Gli allucinogeni bloccano le funzioni inibitorie della corteccia e alterano l'attività di vari circuiti proiettivi e intercorticali, con un'azione specifica sui mediatori della trasmissione nervosa nel sistema nervoso centrale. I più potenti allucinogeni sono la mescalina, l'arsina e l'LSD (lisergildietilammide). Vengono talora impiegati in psicoterapia (nevrosi croniche, alcolismo) e per produrre, a fini di studio, delle psicosi sperimentali. Provocano in genere assuefazione; per impiego iterato risultano attivi solo se si aumenta progressivamente il dosaggio. L'effetto di singole dosi di allucinogeni, per esempio LSD, è seguito spesso dalla comparsa di psicosi e di serie manifestazioni depressive, da episodi confusionali, panico, ecc. La progressiva disintegrazione della personalità è la conseguenza più frequente e drammatica dell'uso protratto di sostanze allucinogene.

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