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anacorèta

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Lessico

sm. (pl. -i) [sec. XIV; dal greco anachōrētḗs, chi vive in ritiro]. Chi vive solo, lontano dal consorzio umano, dedito alla contemplazione e alle pratiche ascetiche.

Religione

La solitudine degli anacoreti non era quasi mai assoluta, perché spesso si riunivano, nelle feste, per la preghiera e il pasto in comune, dando luogo a una forma intermedia tra completo isolamento e vita cenobitica. Loro caratteristiche la preghiera, il lavoro manuale, l'aspra penitenza, la mancanza di un superiore e di una regola. Il fenomeno dell'anacoretismo nacque in Egitto nella seconda metà del sec. III e si sviluppò largamente durante le persecuzioni di Decio e di Valeriano. Secondo San Girolamo, ebbe a suo fondatore San Paolo di Tebe verso il 250, e nel periodo della sua massima fioritura fu reso noto da Sant'Antonio, che ebbe numerosi seguaci. In Egitto l'anacoretismo fiorì nel deserto della Tebaide con Sant'Antonio, nella valle della Nitria con Ammonio (sec. IV), nella solitudine dello Scete con Macario il Grande. Dall'Egitto l'anacoretismo si diffuse in Palestina con Ilarione di Gaza e San Nilo (m. ca. 430). In Siria si sviluppò nelle forme particolari dei reclusi e degli stiliti. In Occidente l'anacoretismo comparve verso la metà del sec. IV e subì un grande sviluppo: la cella dell'eremita fu sovente il primo elemento del futuro cenobio. Eremitica fu anche la prima esperienza di San Benedetto. In seguito avvenne il fenomeno inverso, cioè i monasteri fornirono elementi per la vita cenobitica e nel sec. XI furono fondati gli ordini eremitici (benedettini di Fonteavellana, di Camaldoli e di Vallombrosa). L'eremitaggio di singoli tuttavia, anche se limitato, sussistette anche dopo questa data.

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