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analfabetismo

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Lessico

sm. [sec. XIX; da analfabeta].

1) Condizione di analfabeta.

2) Fenomeno sociale costituito dalla presenza percentuale degli analfabeti in una certa regione.

Pedagogia e sociologia

Quando l'incapacità di leggere e scrivere viene riferita a coloro che non hanno mai appreso gli elementi della lettura e della scrittura si parla di analfabetismo puro o strumentale; se riferita invece a coloro che hanno posseduto quelle cognizioni elementari ma poi le hanno perdute, per ragioni diverse, si ha l'analfabetismo di ritorno che, contrariamente al primo, difficilmente si presta a rilevazioni statistiche, impedendo una precisa definizione della situazione. I criteri statistici con cui si rileva la diffusione dell'analfabetismo sono differenti fra Paese e Paese in quanto varia il concetto stesso: secondo il criterio accettato dall'UNESCO. fin dal 1958, è considerato alfabeta solo chi sa “leggere e scrivere, capendolo, un testo relativo alla vita quotidiana” (De Mauro). Così per quanto riguarda i limiti d'età oltre i quali un individuo è considerato analfabeta, esiste un differente criterio di giudizio ma in genere le variazioni sono comprese fra i 5 e i 15 anni. In Italia i dati statistici sono raccolti soprattutto durante i censimenti, ma sono utili anche quelli riferiti al livello di alfabetizzazione dei coscritti alla leva, alle iscrizioni alle scuole primarie, ecc. Il censimento che ha avuto luogo nel 1991 ha dato una percentuale di analfabeti pari al 2,1% della popolazione; la distribuzione geografica assegna una percentuale maggiore alle regioni del Sud-Isole rispetto alle regioni del Nord-Centro. L'analfabetismo non è solo un fenomeno culturale; ciò appare evidente se si considerano i tassi della sua distribuzione che a livello mondiale toccano prevalentemente i Paesi del Terzo Mondo e a livello sociale le classi subalterne. Fenomeno complesso, quindi, in cui le componenti economiche, sociali, culturali e politiche si intrecciano e producono quelle cifre (800 milioni circa di analfabeti adulti, di cui il 70% è costituito da donne) che non parlano soltanto il linguaggio dei dati statistici perché “ci danno” anche “la misura della miseria mentale dell'uomo” (Maheu). Il processo di alfabetizzazione assume, infatti, un'importanza psico-pedagogica rilevante poiché esiste un rapporto inscindibile fra l'alfabetizzazione del bambino e l'organizzazione della sua conoscenza e di quelle abilità mentali (designate dal termine generale di intelligenza) che vanno dal rendere espliciti assunti e premesse, al classificare in modo gerarchico, all'assumere le regole del ragionamento logico. In Italia la lotta contro l'analfabetismo ha visto impegnati all'inizio del sec. XX, fra le altre istituzioni, gli Enti per le Scuole Rurali (cui sono legati, fra gli altri, i nomi di Giovanni Cena, Alessandro Marcucci e Felice Socciarelli), il Gruppo d'azione per le scuole del popolo, l'Unione nazionale per la lotta contro l'analfabetismo (si veda anche la voce istruzione). Dopo la seconda guerra mondiale è da segnalare, per l'impegno volto al recupero degli analfabeti adulti, l'istituzione della Scuola popolare e, più tardi, dei Centri di lettura e dei Corsi di educazione degli adulti. A cominciare dagli anni Settanta sono stati istituiti anche Centri sociali di educazione permanente. Grazie al loro operato e all'obbligatorietà della licenza elementare, prima, e di quella di scuola media, più tardi, il tasso di analfabetismo è sceso dal 12,9% del 1951 al 2,1% del 1991. A livello internazionale, a partire dalla storica Conferenza mondiale di Montréal del 1960, è stata l'UNESCO a porre sul tappeto l'analfabetismo come problema di tutti quei popoli per lunghi secoli emarginati dalla storia. La lotta contro l'analfabetismo, inoltre, si configurò come educazione degli adulti, venendo ad ampliare, ma anche a rinnovare, in questo modo, l'accezione tradizionale che la limitava all'apprendimento del leggere e dello scrivere. Nel 1967 l'UNESCO ha dato inizio ai primi sette progetti sperimentali nell'ambito di un programma mondiale di alfabetizzazione configurante l'attuazione di progetti pilota in 12 Paesi d'Africa, Asia, America Meridionale. Nei Paesi meno sviluppati l'analfabetismo ha tuttora i caratteri di un fenomeno di massa: sembra, infatti, che interessi ancora circa 800 milioni di persone. Inoltre, la lotta all'analfabetismo si presenta quanto mai ardua perché il problema riguarda non solo le generali condizioni di sottosviluppo culturale, ma anche e soprattutto la questione della lingua da adottare come ufficiale. In genere la scelta della lingua ufficiale è caduta sulla lingua nazionale, ma questo non è stato possibile in Africa e nella maggior parte degli Stati di nuova formazione, dove la scelta di una lingua significherebbe favorire un gruppo a danno di altri e incontrerebbe sicure opposizioni. Sono pochi gli Stati africani etnicamente omogenei che hanno potuto adottare una lingua interna, come la Somalia, che nel 1972 ha assunto il somalo quale lingua ufficiale. Altri hanno scelto la lingua parlata dalla maggioranza degli abitanti (come lo swahili per il Kenya e la Tanzania), ma in genere si è preferito conservare come ufficiale la lingua europea coloniale, salvo adottare nell'uso corrente quella locale. Queste difficoltà e altre ancora, di ordine più specificamente socioeconomico, sono alla base degli elevati tassi di analfabetismo che – secondo stime della Banca Mondiale – caratterizzano il continente africano, con una maggiore diffusione dell'analfabetismo fra le donne che fra gli uomini. Nel 1995-2000 il tasso totale di analfabetismo era del 63,7% in Sierra Leone, 59,7% in Mali, 56,2% in Mozambico, 45,1% in Guinea-Bissau, 84,3% in Niger, 77,8% nel Burkina Faso, ecc.

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