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antropologìa

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Definizione

Sf. [antropo-+-logia]. In senso stretto, scienza che studia l'uomo come fenomeno biologico naturale (antropologia biologica); in senso lato, scienza che studia l'uomo sia dal punto di vista biologico (antropologia fisica), comportamentale (etologia umana), nonché psicologico, sociale, economico (antropologia culturale). Nel secondo senso è più appropriata l'espressione “scienze antropologiche”.

Cenni storici: dalle origini al XX secolo

L'interesse per l'uomo e i suoi prodotti culturali risale, praticamente, alle civiltà classiche (Egizi, Greci, Romani, Cinesi, Arabi). Descrizioni sui costumi sociali, sugli aspetti morfologici e sulle usanze dei popoli “stranieri”, fatte da viaggiatori e storici, erano abbastanza frequenti, ma solo a partire dal sec. XVIII assunsero un aspetto sistematico. Il primo a considerare l'uomo parte del regno animale fu C. Linneo, che definì un genere Homo con la sola specie Homo sapiens; l'interesse per l'uomo “animale pensante” coinvolse anche letterati e filosofi come I. Kant, ma coloro che iniziarono a gettare le basi di una nuova scienza furono G. L. L. Buffon e J. F. Blumenbach nella seconda metà del sec. XVIII. Sulla loro strada vari studiosi iniziarono l'opera di oggettivazione delle osservazioni applicando una metodologia rigorosamente sperimentale: P. Camper iniziò gli studi sulla craniometria (1774); G. Cuvier introdusse la misura dell'angolo facciale (1795); G. Combe quella dei diametri antropologici (1831); S. G. Morton creò una branca specializzata, la craniologia (1839); A. A. Retzius introdusse metodi rigorosi per determinare gli indici cefalici (1843). Nel contempo, P. Flourens istituì a Parigi (1833) un corso d'anatomia e storia naturale dell'uomo che fu ampliato (1839) da A. Serres fino a comprendere ricerche di psicologia. Il primo insegnamento a livello universitario dell'antropologia lo si deve al francese A. de Quatrefages che nel 1855 istituì una cattedra di antropologia a Parigi; il successo di questi studi portò alla fondazione, sempre a Parigi, da parte di P. Broca, della prima Società d'Antropologia (1859) intorno alla quale si raccolsero studiosi di fama internazionale fra i quali gli inglesi Thuran e Devis e il tedesco K. E. Bear. Il primo che estese le ricerche anche agli aspetti culturali delle società “primitive” fu l'italiano G. Nicolucci (1857) che pubblicò un'opera rimasta di grande interesse storico e che nel 1860 istituì la prima cattedra italiana d'antropologia, a Pavia. Con l'affermarsi della teoria evoluzionistica di C. Darwin (1859) la ricerca antropologica ebbe un notevole impulso, facilitato dalle nuove scoperte della biologia e dal moltiplicarsi delle ricerche sul campo fra le popolazioni cosiddette “primitive”. Si ebbe anche un fiorire degli studi sociali, economici e psicologici che portarono a una stretta collaborazione fra l'antropologia e la nuova scienza che si andava delineando, l'etnologia. Nel 1869 venne costituita la Società Berlinese di Antropologia, Etnografia e Preistoria le cui metodologie di ricerca e studi legavano insieme queste tre discipline; tale criterio fu seguito (e in parte lo è anche oggi) da numerosi studiosi che hanno lasciato trattati di grande interesse. Ben presto, l'utilizzazione di metodi e tecniche rigorose consentì all'antropologia di superare la fase “descrittiva” per oggettivarsi in scienza teorica e applicata: A. Quételet introdusse il concetto di uomo medio, quale tipo umano di riferimento; definì cioè un uomo i cui caratteri antropologici servissero da comparazione per tutte le possibili variabili reali. Il metodo comparativo-statistico divenne norma negli studi di antropologia dando origine a una delle branche più importanti di questa scienza: l'antropometria. Nel 1876, a Parigi, P. Broca, A. de Quatrefages ed E. T. Hamy fondarono la celebre Scuola d'Antropologia, alla quale seguirono istituti analoghi in vari Paesi: al Broca si deve anche l'introduzione dei metodi analitici basati su dati oggettivi riferiti al vivente (antropologia fisica). Nello stesso periodo, l'italiano C. Lombroso elaborò i principi della cosiddetta “antropologia criminale” e contribuì alla formazione di una nuova metodologia, la “costituzionalistica”, basata su un insieme di valutazioni antropometriche, psicologiche e fisiologiche, che in Italia si sviluppò grazie agli apporti di A. De Giovanni, G. Viola e N. Pende. Sulla base dei risultati che si andavano elaborando vennero proposte diverse classificazioni dei tipi umani (definiti sempre razze) fra le quali vanno ricordate quelle di T. H. Huxley (1870), G. Fritsh (1881), A. de Quatrefages (1889), ma il primo trattato organico di antropologia, che raccoglieva i successi e gli sviluppi di questa nuova scienza, lo si deve al francese P. Topinard (1885, Éléments d'anthropologie générale). Notevole influenza ebbero anche le scuole italiane d'antropologia, in particolare la Società Italiana d'Antropologia (istituita a Firenze da P. Mantegazza, nel 1871) e soprattutto la Società Romana d'Antropologia, fondata a Roma nel 1893 da G. Sergi: a quest'ultimo, sostenitore dell'ipotesi poligenetica delle origini dell'uomo, si deve anche l'aver svelato il clamoroso falso dell'uomo di Pilt Down. Già all'inizio del sec. XX l'antropologia era una scienza affermata che annoverava numerosi studiosi in ogni parte del mondo: le metodologie d'indagine si potevano avvalere delle scoperte e acquisizioni di tutte le scienze biologiche; E. Fisher applicò e verificò le leggi di Mendel sull'uomo (1913), mentre L. Hirschfeld evidenziò l'importanza dei caratteri serologici ed ematologici (1919). Essenziali furono i contributi dei ricercatori tedeschi (R. Wirchow, G. Fritsh, F. von Luschan, F. Fischer, E. F. von Eickstedt), italiani (G. Sergi, V. Giuffrida-Ruggeri, G. Sera), svizzeri (R. Martin, K. Seller), statunitensi (W. G. Boyd, A. Hrdlička, C. B. Davenport), francesi (P.-M. Boule, J. Deniker, H. Montagu), olandesi (F. Weindereich, G. H. R. von Konigswald) nonché dell'inglese A. Keith e del sovietico V. I. Bunak. Le nuove elaborazioni e acquisizioni portarono quindi a sempre più accurate descrizioni dell'uomo e alla revisione delle varie classificazioni dei gruppi umani, fra le quali vanno ricordate quelle di J. Deniker (1900), C. H. Stratz (1904), F. Ratzel (1914), G.-A. Montandon (1928), E. F. von Eickstedt (1937), E. A. Hooton (1946), H. V. Vallois (1948), R. Biasutti (1958)..

Cenni storici: gli sviluppi della seconda metà del Novecento

Dopo gli anni Cinquanta del sec. XX, l'impetuoso sviluppo della genetica e della biochimica, l'elaborazione, soprattutto a opera degli statunitensi, degli innumerevoli dati antropometrici raccolti fin dal sec. XIX, il moltiplicarsi di nuove e più estese indagini metodologiche sui gruppi umani viventi, la scoperta di innumerevoli reperti fossili dell'uomo, anche di epoche remote, portarono a una profonda trasformazione dell'antropologia, che praticamente si andò articolando in tre settori spesso ben distinti: l'antropologia biologica, la paleoantropologia e l'antropologia culturale. Oggi l'antropologia utilizza tutte le metodologie proprie di altre discipline, dalla statistica all'informatica, dalla medicina nucleare alla biochimica e alla fisiologia, avvalendosi del contributo di scienze quali la biologia molecolare, la genetica, la fisiopatologia, l'anatomia comparata e persino la geologia (per la ricostruzione degli ambienti naturali). Notevole importanza hanno assunto gli studi in parallelo condotti sui primati (J. T. Laitman, C. G. Sibley, R. R. Stanyon e altri), specialmente negli Stati Uniti, dove grandi centri si dedicano esclusivamente alla ricerca sperimentale sulle specie più vicine all'uomo, nella prospettiva di poter determinare le cause che hanno portato alla diversificazione degli Ominidi. Inoltre vanno sempre più intensificandosi ricerche sul sistema nervoso, nel confronto fra i primati e l'uomo. L'impiego dei calcolatori elettronici, consentendo di correlare tra loro in tutti i modi possibili classi di misure anche di notevole ampiezza, ha aperto la possibilità di abolire i limiti fra le varie acquisizioni sull'uomo portando a una visione più realistica della sua complessa realtà. Ormai si parla di una “tassonomia numerica” (R. R. Sokal) che ha parzialmente rivoluzionato i canoni classici delle classificazioni acquisiti dalla zoologia; così, con il ricorso all'elaborazione elettronica si sono potuti stabilire rapporti più completi fra i diversi reperti fossili in paleoantropologia ed effettuare interpolazioni fra i dati biochimici, fisiologici, antropometrici e osteometrici nei gruppi umani viventi. Gli sviluppi recenti dell'antropologia nel tentativo, positivo, di situare anche i fenomeni relativi alla biologia umana in una prospettiva di ricerca di causa-effetto, da un lato permettono una riconsiderazione in termini dinamici, e quindi un'indubbia valorizzazione dell'imponente patrimonio di dati analitici disponibili, dall'altro favoriscono una collocazione dell'antropologia più consona nell'ambito degli indirizzi più generali delle scienze biologiche moderne. Vengono così chiamati in causa l'identità stessa dell'antropologia e il suo ruolo nell'ambito delle discipline biologiche: non più limitata, infatti, a una funzione eminentemente sistematica e descrittiva, l'antropologia contemporanea tende a configurarsi sempre di più come scienza di sintesi delle molteplici discipline che hanno per oggetto lo studio dell'uomo. A questo rinnovamento hanno contribuito numerosi studiosi, spesso biologi come G. G. Simpson e T. Dobzhansky, tra i quali vanno segnalati: C. S. Coon, E. A. Hooton, N. Wolansky, V. H. Muller, W. Gieseler, O. Vershuer, J. Weninger, R. Lehman, J. Corrias, S. Sergi, F. Facchini, A. E. Mourant, H. V. Vallois, J. Hiernaux, F. Sarasin, Y. G. Rizkov, V. A. Šerenieteva, J. S. Weiner. Grazie a loro e ad altri, accanto a settori di studio tradizionali quali l'auxologia (introdotta da P. Godin) e la costituzionalistica (rinvigorite e rilanciate, in particolare dalla scuola inglese la prima e da quella nordamericana la seconda), se ne collocano altri, come quello relativo allo studio della dinamica microevolutiva delle popolazioni umane isolate, basati non solo sull'antropometria, la serologia e l'ematologia, ma anche sulla demografia, l'antropologia culturale, l'etologia umana e l'epidemiologia clinica, oltre che la linguistica e l'antropologia storica. Questo complesso di indagini contribuisce, mediante raffinate tecniche di elaborazione statistica, a definire la dinamica del differenziamento intra- e intergruppale delle varie popolazioni, estendendo il campo d'indagine anche alle relazioni genetiche esistenti non solo fra i gruppi umani attuali ma anche fra quelli estinti, fino a giungere (mediante il metodo comparativo) all'interpretazione dei resti fossili più antichi. È stato così possibile, per esempio, dimostrare che la differenziazione dei tipi umani attuali è abbastanza recente: le diversità morfologiche non appaiono quindi più sufficienti a provare un'antichità remota delle razze, in quanto esse rientrano nelle possibili variabili di una specie politipica come quella umana. È in corso, pertanto, una complessa revisione di tutti gli schemi classificatori che tenga conto anche delle interrelazioni fra evoluzione morfologica e sviluppo e differenziarsi delle culture, proprio per le implicazioni che questo ha sulle valutazioni sociali, psicologiche, culturali (e anche politiche) relative ai gruppi umani viventi. In questo lavoro, che richiede ormai équipe di ricercatori che affianchino l'antropologo, si pone più attenzione alle acquisizioni paleoecologiche, all'evoluzione dei reperti culturali e allo studio comparato della morfologia dei fossili recenti. Negli ultimi tempi, l'etologia umana ha portato notevoli contributi (E. Eibl Eibesfeldt), favorendo quel rinnovamento delle scienze antropologiche teso a ridare unitarietà all'antropologia che, pur essendo una disciplina biologica, conserva una elevata componente umanistica proprio per le implicazioni riguardanti il comportamento del suo soggetto di studio: l'uomo. Il desiderio di perfezionare le conoscenze relative ai rapporti della biologia degli esseri umani con i fattori ambientali origina un indirizzo di studi volto alla realizzazione di una ecologia umana in progressivo allontanamento dalla ricerca dei processi evolutivi; oggetto privilegiato di indagine diviene il complesso equilibrio che lega l'uomo biologico alle altre componenti del suo ecosistema.

Antropologia biologica

Settore dell'antropologia che comprende l'insieme delle metodiche che hanno quale oggetto di studio l'uomo come fenomeno biologico in senso stretto. La specie umana costituisce infatti un problema biologico particolare, in quanto è la sola specie animale attualmente vivente che si è diffusa su tutta la terra con progressione crescente, in contrapposizione all'involuzione o alla scomparsa delle specie a essa più vicine e più simili. È la sola che si è adattata a climi e ambienti molto diversi, modificando non solo alcuni aspetti morfologici propri ma anche l'ambiente in cui si trova, fino a essere in grado di sopravvivere (opportunamente protetta e organizzata) nello spazio circumterrestre. L'antropologia biologica si occupa sia del vivente sia dei resti fossili dell'uomo utilizzando metodiche proprie che tuttavia si avvalgono di tecniche spesso elaborate da altre discipline scientifiche. Per ciò che riguarda i reperti fossili procede allo studio e ricostruzione dei resti allo scopo di fornire gli elementi oggettivi per indagare sul processo dell'ominizzazione, compito questo assolto dalla paleoantropologia. Le ricerche sul vivente sono rivolte sia verso i singoli, dei quali vengono studiate le modificazioni somatiche, morfologiche, fisiologiche, psicologiche e comportamentali, sia verso i gruppi umani per determinarne non solo le caratteristiche antropologiche ma anche le variabili psicofisiche in rapporto all'ambiente e alla dinamica culturale, la distribuzione dei valori morfosomatici, i valori dei parametri quantitativi (peso, statura, caratteri ematologici, ecc.) in relazione all'habitat e al modo di vita In tal senso, l'antropologia biologica comprende vari settori di specializzazione fra i quali alcuni sono fondamentali oltre quello di più antica origine, cioè l'antropometria, che consente di elaborare statisticamente i valori metrici di ogni parte del corpo rilevati sia sul vivente sia sui reperti fossili; in questo settore, particolare rilievo assume la craniometria per quel che concerne lo studio, la ricostruzione e la comparazione dei crani (o di parti di questi) di Ominidi e uomini fossili. La somatologia morfologica consente, mediante scale di valori, tabelle, indici particolari nonché elaborazioni grafiche al calcolatore, di individuare e classificare tutti i fattori pigmentari e tegumentari della pelle, la morfologia del corpo umano vivente e delle sue singole parti, nonché le caratteristiche fisionomico-morfologiche della testa; in particolare indaga sui meccanismi ereditari dei singoli caratteri (per esempio: colore della pelle, degli occhi, dei capelli), sulle loro anomalie e sul loro significato di adattamento all'ambiente. Gli aspetti dinamici e strutturali dell'organismo umano vengono studiati sia nel significato funzionale, sia in rapporto ai fattori evolutivi e all'influenza dell'habitat, relativamente ai singoli e ai gruppi. Sono così affrontati caratteri quali: la capacità vitale (mediante spirometri) con la frequenza respiratoria e del polso, nonché del dispendio energetico e della pressione arteriosa; la sensibilità e gli adattamenti degli organi di senso, compresi i sistemi di regolazione della temperatura corporea e della resistenza alla sete e alla fame; l'accrescimento, la fase puberale, l'invecchiamento; la composizione corporea e le sue interconnessioni con il carattere e i meccanismi fisiologici; la struttura immunoematologica del singolo e soprattutto dei vari gruppi etnici. Quest'ultimo campo d'indagine utilizza tutti i più avanzati metodi d'analisi, data l'importanza crescente che hanno sulla conoscenza delle popolazioni umane le ricerche sui marcatori genetici, i gruppi sanguigni, le proteine seriche e gli enzimi. Infine vengono studiati gli aspetti biodemografici delle popolazioni in riferimento all'isolamento riproduttivo, alle regole matrimoniali, al meticciamento, alle migrazioni, ai processi di assimilazione culturale, agli influssi sul singolo e sulle collettività del rapido sviluppo delle tecnologie, i cui effetti spesso si rivelano più negativi che positivi per lo sviluppo biofisico della specie.

Antropologia cognitiva

Indirizzo di ricerca dell'antropologia culturale che ha come oggetto di studio privilegiato i rapporti fra linguaggio, cultura e realtà. L'antropologia cognitiva si propone l'obiettivo di far luce sui processi cognitivi di base attraverso i quali gli esseri umani elaborano le loro conoscenze sul mondo. Sviluppatasi a partire dagli anni Sessanta del sec. XX negli Stati Uniti, l'antropologia cognitiva ha progressivamente consolidato metodologie ed elaborazioni teoriche, divenendo intorno agli anni Ottanta uno degli indirizzi di punta della ricerca antropologica contemporanea. Alla base di questa disciplina c'è una concezione della cultura come sistema di conoscenze, opposta all'idea di cultura come insieme di norme e valori da cui derivano i modelli di comportamento degli individui, comunemente accettata in antropologia. Dalla confluenza di istanze della psicologia cognitiva, della linguistica e dell'antropologia strutturale di C. Lévi-Strauss, deriva il metodo di analisi degli antropologi cognitivi, che consiste primariamente nell'attenta esplicitazione del sapere attribuibile ai membri di un determinato gruppo culturale sui più diversi settori della realtà, attraverso l'esame delle loro risposte verbali, o indotte mediante apposite sollecitazioni dal ricercatore oppure spontanee, ottenute in determinate situazioni di interlocuzione. C. O. Frake, uno dei maggiori esponenti di questa corrente di studi, ritiene che i messaggi che l'osservatore può registrare nelle situazioni quotidiane di comunicazione siano importanti fonti per la ricostruzione di ciò che le persone sanno e per la definizione dei modi in cui i membri di un determinato gruppo culturale organizzano la loro vita. La maggior parte degli studi di antropologia cognitiva si è concentrata sulle classificazioni del mondo naturale (piante e animali) e sui sistemi di conoscenza zoologica e botanica elaborati dalle più diverse popolazioni in diversi luoghi della terra. Uno dei più importanti studi di antropologia cognitiva è quello realizzato dagli antropologi B. Berlin e P. Kay sulle terminologie di colore, dal quale prese il via l'indirizzo denominato etnoscienza, caratterizzato dall'ipotesi generale secondo cui ogni sistema di conoscenza in ogni cultura segue modalità identiche di organizzazione, attraverso le quali passa da una forma semplice fino a forme sempre più complesse. Importanti esponenti dell'antropologia cognitiva, oltre ai già citati Frake e Berlin, sono W. Goodenough e H. C. Conklin. In Italia, l'antropologia cognitiva e la sua più specifica diramazione, l'etnoscienza, è stata al centro degli interessi di Giorgio Raimondo Cardona.

Antropologia criminale

Branca della criminologia che studia il delinquente in base al suo comportamento, ai suoi indici somatici, alle varie anomalie morfologiche, integrandoli con i dati della psicopatologia e della sociologia. Fondatore di questa scienza è comunemente ritenuto Cesare Lombroso, al quale seguirono G. Marro, E. Ferri, R. Garofalo, A. Gemelli, N. Pende, B. di Tullio, E. Altavilla, ecc. L'antropologia criminale sostiene l'origine morbosa dei delitti fino a giungere alla conclusione che la struttura morfologica di un individuo sia sufficiente a identificare una personalità criminale. Avversata dai cattolici per il problema del libero arbitrio e dagli idealisti come espressione della loro opposizione al positivismo, essa ha però avuto il merito di aver messo in risalto i coefficienti individuali del delitto, di aver suggerito una profilassi della delinquenza e di aver indirizzato la legislazione verso la rieducazione del delinquente. Concentrando l'attenzione sulla personalità del criminale piuttosto che sul fatto delittuoso, l'antropologia criminale ha promosso l'avvio delle scuole criminologiche di indirizzo individualistico e sociologico.

Antropologia dialogica

Indirizzo di ricerca in cui è centrale il riconoscimento del ruolo essenziale del dialogo inteso come una modalità privilegiata di espressione dell'intersoggettività umana. L'antropologia dialogica è un'acquisizione teorica degli ultimi decenni del sec. XX di cui il principale esponente è l'antropologo statunitense D. Tedlock. Fra la ricerca nel campo delle scienze naturali e la ricerca nel campo delle scienze sociali, secondo Tedlock, esiste una differenza fondamentale, ma che è stata spesso trascurata dagli studiosi: nel primo caso si procede attraverso l'osservazione silenziosa, mentre nel secondo caso è necessario entrare in un mondo di conoscenze, intenzioni, nozioni culturali, valori e modelli di comportamento condivisi da una molteplicità di persone. Questo è il mondo dell'intersoggettività, al quale è impossibile accedere se non attraverso il dialogo. Il dialogo consente di “gettare un ponte” fra mondi culturali differenti e che, all'inizio della conversazione, sono infinitamente lontani. Trascurare l'importanza del dialogo, come è stato fatto in gran parte dall'antropologia classica, rende, secondo Tedlock, impossibile la ricerca in antropologia, a meno che questa non venga erroneamente confezionata in una oggettività apparente che, per la sua stessa natura, non può avere. Questa oggettività simulata si rivela, infatti, una sovrapposizione della soggettività dell'osservatore (l'antropologo) sulla soggettività dell'osservato (l'indigeno). Tedlock propone allora di non perdere mai di vista il fatto che è il dialogo ciò che può assicurare a una ricerca antropologica la sua validità; per questo è necessario integrarlo alle interpretazioni, alle domande, alle intuizioni, alle osservazioni e a tutto quanto ha permesso all'antropologo di conoscere ciò che dimostra di sapere scrivendo una monografia sulla popolazione che ha studiato. L'adozione del modo dialogico di fare antropologia, allora, non implica tanto l'abbandono delle passate metodologie di analisi culturale, quanto l'adozione di una prospettiva che comprenda anche il ruolo attivo degli indigeni nel processo di costruzione del sapere antropologico. Tra il secolo XX e XXI, V. Crapanzano e J. Clifford si collocano tra gli esponenti più illustri della corrente dialogica dell'antropologia. In particolare Clifford propone un'antropologia dialogica in cui anche il testo non sia solamente il prodotto dell'antropologo, ma il risultato dell'incontro tra osservatore e osservato e il soggetto etnografico non più soltanto una massa di informazioni assoggettata alla scrittura antropologica.

Antropologia interpretativa

Indirizzo di ricerca basato sull'idea che le culture siano composte essenzialmente da significati e che, quindi, il compito primario dell'antropologo che intenda comprendere il senso dell'esistenza degli uomini in uno specifico contesto sociale e culturale sia un compito di natura preminentemente ermeneutica. Questo modo di intendere le culture e l'analisi culturale si contrappone in maniera netta al modo in cui, viceversa, venivano intese nell'antropologia culturale o sociale classica: per l'antropologia interpretativa la ricerca antropologica non può essere ascritta a un campo del sapere conforme a un'epistemologia positivista, in cui quindi le parole d'ordine siano osservazione, descrizione, spiegazione e formulazione di leggi o modelli del comportamento e dell'agire umano in generale, ma, al contrario, essa si configura come un'attività eminentemente soggettiva, in cui dominano la partecipazione, l'immedesimazione, la comprensione, l'interpretazione e la rappresentazione evocativa, poiché ciò che più caratterizza l'esistenza umana nelle sue differenti forme è comunque la dimensione simbolica in cui questa è immersa. L'analisi della dimensione simbolica non può che essere condotta attraverso l'interpretazione e l'individuazione del “punto di vista del nativo”. La metafora che meglio esprime il carattere della cultura per gli antropologi interpretativi è quella della cultura come testo, che il ricercatore deve, appunto, “leggere” così come fanno i membri stessi della cultura in oggetto nella loro vita quotidiana. Il principale esponente e il maggiore teorico di questa corrente di studi è l'antropologo statunitense C. Geertz, il quale ha anche delineato un metodo attraverso il quale l'antropologo può tentare l'impresa estremamente complessa alla quale aspira l'antropologia. Questa impresa si realizza in due fasi, la prima è quella della ricerca sul campo – fase dalla quale non si può prescindere in antropologia – per riuscire a raggiungere una comprensione della società e della cultura presa in esame, tale da poter “vedere le cose dal punto di vista dei nativi”; la seconda è quella della scrittura dei risultati della ricerca, per poter rendere una esperienza particolarissima, alla quale l'antropologo si è sottoposto, comprensibile anche ad altri studiosi e a un pubblico più generale. Attraverso una continua negoziazione fra la prima fase – strettamente legata a concetti e nozioni locali – e la seconda – strettamente legata a concetti teorici generali – l'antropologo interpretativo può costruire un sapere adegutato alle ambizioni dell'antropologia interpretativa.

Antropologia linguistica

Disciplina, detta anche linguistica antropologica, che si basa sullo studio delle profonde interrelazioni esistenti fra il linguaggio e la cultura o la società. Si tratta di una disciplina che ha ottenuto uno statuto autonomo nella seconda metà del sec. XX, anche se il legame fra i fenomeni linguistici e i fenomeni socioculturali è stato avvertito dagli studiosi da molto tempo. Antropologi come F. Boas ed E. Sapir, con le loro ricerche risalenti agli inizi del sec. XX sulle lingue degli Indiani dell'America Settentrionale, testimoniano dell'interesse sempre vivo mostrato dagli studiosi della cultura per il linguaggio. Proprio da questi primi studi sono emersi quegli elementi che, successivamente, saranno sottolineati dagli antropologi linguisti fino a dare origine a una vera e propria disciplina con un metodo e un oggetto specifici e ben definiti. La lingua, nella considerazione dell'antropologia linguistica, è il filtro attraverso il quale passa l'esperienza umana: in questa prospettiva essa diventa anche primario veicolo del pensiero. Su queste basi prese forma l'ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui la lingua che parliamo influenza la nostra visione del mondo e così accade in ogni altra cultura e per ogni altra lingua. Le discussioni che seguirono la formulazione di questa ipotesi – anche detta del relativismo linguistico – hanno portato ad approfondire sempre di più i rapporti fra lingua, pensiero ed esperienza; oggi, anche se non è più sostenibile l'ipotesi nei termini rigidi in cui era stata formulata – soprattutto per gli esiti di incomunicabilità fra una cultura e l'altra, ciascuna chiusa nel suo specifico mondo linguistico, che essa comportava – è comunque riconosciuto il ruolo importante della lingua nell'organizzazione del pensiero, dei sistemi di conoscenza oltre che nella trasmissione del sapere tradizionale da una generazione all'altra. In altri termini è assodato che esiste una visione del mondo specifica e propria di ciascun gruppo culturale e che la lingua ne fornisce le linee di base. Lo studio di quest'ultima, in tal senso, può rivelarsi prezioso per la ricostruzione della visione del mondo di un determinato gruppo culturale, in relazione a un determinato ambiente. L'antropologia linguistica si è, negli ultimi decenni del sec. XX, orientata verso due prospettive principali di ricerca: quella legata alla competenza linguistica, che confina con l'antropologia cognitiva, volta alla ricostruzione dei tratti universali, dei principi costanti che regolano l'elaborazione di una visione specifica del mondo, e quella legata all'esecuzione linguistica, che confina con la sociolinguistica, volta allo studio dell'uso effettivo della lingua in un contesto sociale e culturale. Tra gli studiosi che privilegiano le ricerche di antropologia linguistica si menzionano lo statunitense D. Hymes e il tedesco B. Heine.

Antropologia visiva

Settore dell'antropologia culturale applicata che studia e documenta le manifestazioni visive del comportamento umano, elaborando dati raccolti non solo nelle cerimonie e nelle usanze ma anche nei miti, negli atteggiamenti, nei sogni dei singoli e dei gruppi cui essi appartengono. Le indagini condotte fra gruppi omogenei, classi sociali e gruppi etnici hanno messo in rilievo che una parte significativa dei singoli modelli culturali viene espressa con atti visivi più che verbali: si va dall'abbigliamento e dagli atteggiamenti quotidiani al modo di organizzare lo spazio intorno, dai gesti e dalla mimica alle varie espressioni delle arti figurative. Da ciò lo studio dell'impatto che i moderni mezzi di comunicazione visiva hanno sul comportamento dei singoli e dei gruppi, fino a elaborare metodiche che, utilizzando tali mezzi, possano fornire strumenti di orientamento e controllo sociale. Di contro, l'antropologia visiva applicata ai mezzi visivi permette di elaborare i dati raccolti, individuandone gli effetti negativi, i limiti e il pericolo di distorsione della realtà propri di ciascuno di essi. Nella cultura dell'immagine lo studio dell'uomo si va sempre maggiormente avvalendo dei moderni strumenti tecnologici della documentazione visiva. Nell'ottica di questo sviluppo l'antropologia visiva si afferma sia come mezzo di indagine scientifico, sia come mezzo di espressione artistica.

Bibliografia

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