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aplasìa

sf. [sec. XIX; a- privativo+-plasia]. Malformazione congenita, detta anche agenesia, caratterizzata da assenza o arresto dello sviluppo embrionale di un tessuto o di un organo. Il termine viene impiegato, oltre che per anomalie congenite, anche per anomalie acquisite di tessuti che si rigenerano continuamente, come il midollo osseo. Forme di aplasia sono per esempio: aplasia degli arti, che può essere totale o parziale (focomelia se manca il segmento prossimale di un arto e residua il segmento distale); aplasia del midollo osseo che può essere provocata da sostanze chimiche, medicinali (cloramfenicolo, sulfamidici, idantoina), insetticidi e radiazioni (raggi X, composti radioattivi, ecc.). Vi è pure una forma idiopatica (aplasia refrattaria del midollo osseo) non provocata da esposizione ad agenti tossici. Nell'aplasia del midollo il numero dei globuli rossi, dei globuli bianchi e delle piastrine diminuisce sensibilmente, il midollo osseo diventa atrofico, essendo principalmente costituito da tessuto fibroso e grasso; essa si manifesta con un'anemia molto grave, detta anemia aplastica, infezioni secondarie ed emorragie.

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