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armatura

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Lessico

sf. [sec. XIII; latino armatūra].

1) L'apparato difensivo usato un tempo dai combattenti per riparare il corpo o alcune parti di esso dai colpi di armi da punta, da taglio e da getto. "Per lo schema dell'armatura vedi il lemma del 2° volume "

2) Nella tecnica delle costruzioni, struttura in legno o in metallo, provvisoria e non, atta a sostenere opere murarie in costruzione; vedi armatura (edilizia). Nell'industria mineraria, insieme di opere per assicurare la stabilità a una galleria, a un pozzo ecc.; vedi armatura (industria mineraria).

3) Nel linguaggio tecnico, struttura interna o esterna di un oggetto, apparecchio, apparato, ecc. con funzione portante d'irrigidimento o di protezione "Per lo schema dell'armatura vedi pg. 439 del 2° volume." . In particolare: A) In agricoltura, insieme di sostegni utilizzati per sorreggere o proteggere rami e piante, per costruire pergolati, spalliere, ecc. B) In elettrotecnica, armatura di apparecchi illuminanti, insieme delle parti meccaniche, ottiche ed elettriche, esclusa la sorgente luminosa; armatura dei cavi, rivestimento metallico destinato a proteggere i cavi da danneggiamenti conseguenti a sollecitazioni meccaniche esterne; armatura dei condensatori, ciascuno dei conduttori aventi superfici estese che, insieme al mezzo isolante posto fra essi, formano un condensatore; armatura delle macchine elettriche, nelle macchine a collettore, parte sulla quale sono posti gli avvolgimenti indotti; nei trasformatori è l'insieme di staffe e tiranti che nel nucleo collega i gioghi alle colonne; armatura di un'elettrocalamita,armatura di un magnete, espressioni usate come sinonimo di ancora. C) In metallurgia, denominazione delle parti, in genere metalliche, che vengono inglobate in fase di preparazione nelle forme o nelle anime con lo scopo di conferire a queste rigidità e maneggevolezza. In senso meno appropriato si intende spesso per armatura la parte metallica di rinforzo e sostegno dei forni.

4) Nell'industria tessile, intreccio di trama e ordito per formare il tessuto; vedi armatura (industria tessile).

Etnologia e storia

L'armatura, diffusa fin da epoca remota fra molti gruppi etnici extraeuropei, può assumere sia l'aspetto di acconciatura da guerra sia quello più proprio di arma difensiva. L'armatura completa è molto rara (armatura in fibre intrecciate degli indigeni delle isole Gilbert); più frequentemente si usano corsaletti in fibre intrecciate o in cuoio (Niloti, Niloto-Camiti, Papua, Indù, Malesi), talvolta rafforzati da piastrine o borchie metalliche. Armature in rete metallica, vere e proprie cotte, vengono usate in Africa dalle genti del Sudan centrale e occidentale (Haussa, Fulbe, Nupe, ecc.) e in Asia dagli Indonesiani, dagli Arabi e dalle genti arabizzate fin nelle Filippine. Anche presso alcune tribù dell'America nordoccidentale (Aleuti, Shahaptin, Californiani del nord), presso gli Irochesi dell'est e nell'America centro-meridionale (Araucani, Aymará, Quechua, Aztechi, Maya, ecc.) erano usate armature in pelle o in tessuti imbottiti di cotone o fibre. Elmi in maglia di ferro, in legno, in fibre intrecciate, in cuoio e in pelle imbottita sono usati più di rado sia da soli sia accompagnati all'armatura. § Nell'antichità classica l'armatura era realizzata prevalentemente in bronzo e cuoio, plasmati in modo da imitare e secondare il rilievo dei muscoli, e splendidamente decorata con smalti e metalli preziosi. In epoca romana l'armatura divenne più semplice e funzionale, costituita da strisce di ferro collegate da cinghiette di cuoio e rinforzata da borchie; la foggia fu standardizzata, con lievi variazioni secondo i gradi. L'armatura romana era concepita per offrire una valida protezione a uomini strettamente inquadrati, ma era meno efficace nel caso di formazioni sparse. Nel Medioevo, l'influenza dei barbari e l'evoluzione tattica facilitarono la diffusione delle tuniche o cotte di maglia, realizzate con maglie di ferro concatenate o rivettate. Le cotte, prima a forma di tunica, furono corredate di cappuccio e maniche verso la seconda metà del sec. XII. A partire dal secolo successivo vennero applicate placche di ferro che, estendendosi progressivamente, arrivarono, verso la fine del Trecento, a costituire la maggior parte dell'armatura. Durante la guerra dei Cento anni (1337-1453), la notevole efficacia e potenza degli archi inglesi, che riuscivano a perforare un'armatura fino a 50-70 m, determinarono sostanziali modifiche. Si diffuse così l'armatura del cavallo, detta barda, e l'architettura metallica dell'armatura fu perfezionata fino a coprire, grazie a ingegnosi e complessi snodi, la quasi totalità del corpo. Nel sec. XV l'armatura raggiunse il massimo della perfezione tecnica, giungendo a coprire l'intera superficie corporea; alcune parti, quali i guanti e i calzari, erano talmente complesse da richiedere mesi di lavoro. La progressiva diffusione delle armi da fuoco nel sec. XVI determinò prima un aumento dello spessore delle corazze e quindi l'inevitabile obsolescenza dell'armatura completa, divenuta troppo pesante e scarsamente efficace. Il limite di peso si raggiunse nella prima metà del Cinquecento, quando in molti casi i cavalieri venivano issati in sella con l'aiuto di argani. L'armatura, artisticamente sempre più bella, rimase però in uso fino al sec. XVII per scopi di rappresentanza e tornei cavallereschi. Parti di armatura, quali elmi e pettorali, continuarono a far parte dell'equipaggiamento della cavalleria fino alla fine dell'Ottocento, mentre l'uso dell'elmetto d'acciaio per la fanteria ricomparve durante la I guerra mondiale come protezione contro gli shrapnel. Durante la guerra di Corea gli Stati Uniti introdussero per la fanteria d'assalto dei giubbotti in nylon laminato e fibre di vetro per proteggere il torace e l'addome dai proiettili di striscio e dalle schegge (vedi antischegge), giubbotti entrati nell'uso, con forme perfezionate e più efficienti, da parte di truppe speciali e forze antisommossa.

Arte: generalità

L'aspetto artistico nell'armatura individuale, più ancora che nelle armi offensive (in un certo senso considerate accessori e quindi subordinate ai caratteri dell'armatura) si esplica soprattutto nella struttura architettonico-plastica: le ornamentazioni sono un fattore secondario e si adeguano alle superfici consentite dal disegno costruttivo. Questa gerarchia di valori estetici ha improntato fin dall'origine la costruzione dell'armatura, sia nell'antico modello lamellare elaborato nel Medio Oriente e noto agli Egizi e agli Assiri, poi introdotto in Grecia e in Italia (sec. VIII-VII a. C.), sia in quello a piastre e in quello a elementi rigidi, come la corazza greca (diffusa tra gli Etruschi e, attraverso influenze ellenistiche, presso i Parti tra i sec. IV-III a. C.). Per continuità e coerenza di sviluppi, sia sul piano tecnico sia su quello artistico due sono le costruzioni di difesa individuale che hanno improntato delle loro caratteristiche la storia dell'equipaggiamento militare del mondo orientale e occidentale: l'armatura europea e quella islamica.

Arte: l'armatura giapponese

Alle armature europea e islamica può senz'altro essere accostata, anche se limitata e circoscritta all'Estremo Oriente, quella giapponese, per la sua millenaria tradizione, il solo caso da considerare a pari livello delle maggiori civiltà militari. Se dalla pittoresca armatura del samurai giapponese si togliessero tutte quelle sovrastrutture di lacche, di guarnizioni metalliche, di nastri e fiocchi di seta variopinti, ricuperando nella disadorna struttura che ne rimane i suggerimenti più immediati all'antica immagine dell'armatura lamellare keiko (sec. VI d. C.), ispirata ed elaborata su schemi d'origine asiatica, si ritroverebbe il tipo di armatura che tanta strada aveva percorso tra genti diverse: dal Medio Oriente alla Grecia, per riapparire nuovamente in Asia portata dalle tribù nomadi (sec. VI-V a. C.) e più tardi dai soldati di Alessandro fino all'Indo. A differenza degli armaioli europei del Quattrocento che concepiscono l'armatura come “l'immagine plastica del guerriero”, i Giapponesi, pur elaborando nel tempo forme nuove di armature più aderenti al corpo (do-maru e haramachi), guardarono sempre a un'immagine architettonica dell'armatura, una specie di custodia protettiva di cui le varie parti erano concepite e raccordate insieme da un'organica e armonica idea costruttiva: non si modellava e plasmava secondo il corpo, ma si costruiva per il corpo e attorno al corpo. Protetto dalla sua armatura ō-yoroi il guerriero giapponese non è simile a una scultura modellata e levigata di lucidi metalli, bensì è una forma viva, simulata da un complesso apparente di sovrastrutture, non riducibili a quelle umane della forma, ma proprie dell'architettura che cela nel suo aspetto esterno la disposizione degli organismi interni. Sul piano tattico un'armatura siffatta corrispondeva perfettamente all'insidia delle armi tradizionali.

Arte: l'armatura islamica

All'acceso cromatismo di lacche e di sete dell'armatura giapponese si contrappone la purezza astratta delle superfici metalliche decorate da volute e arabeschi della mistica armatura del guerriero islamico, riflesso immediato degli ideali di fede che spinsero il beduino del deserto alle più sfolgoranti conquiste. L'armatura islamica più antica (sec. XIII) ci è nota quasi esclusivamente da fonti letterarie o da documenti figurati. Agli inizi del sec. XIV, con le miniature compaiono numerosi ritratti di guerrieri rivestiti da armature dorate e finemente incise, montati su cavalli, anch'essi bardati e sellati con molto lusso. Le invasioni mongole diffusero nell'Islam il khatangku dehel (cioè, abito rigido come l'acciaio), un'armatura leggera di cuoio sottile, feltro o stoffa, lunga fino alle ginocchia, che poteva essere indossata anche sotto una corazza rigida (khuyagh), a struttura lamellare o laminata, cui si aggiungevano, sul petto e sulle spalle, dischi di metallo, ai quali si attribuiva un valore magico perché, come gli specchi, respingevano da chi li indossava l'influenza negativa degli spiriti del male. Da questa si sviluppò la tipica corazza persiana, detta chār aīna (cioè quattro specchi), che mantenne lo stesso significato simbolico. Esempi dei sec. XVI-XVII di tale “classica” armatura rivelano intenti e risultati estetici di rilievo attraverso l'opera di cesellatura, ageminatura e incrostazione di metalli preziosi. Caratteristiche sono le fasce marginali trattate con la tecnica a intarsio koftgari e riproducenti in oro versetti del Corano, che si ritrovano attorno agli “specchi” della corazza e attorno ai bordi del bacinetto semisferico tutti decorati da lavori di incisione e di cesello.

Arte: l'armatura europea

In Occidente le armature europee furono espressione delle arti nobili. Maestri quali Dürer, Holbein e altri prestarono i disegni per le più sfarzose realizzazioni, riservate ai personaggi più in vista della storia dal sec. XV alla fine del sec. XVII. Pittori illustri, quali Carpaccio, Paolo Uccello, Giorgione, ecc. riprodussero nelle loro opere, come tema centrale o attraverso pretesti diversi, gli esempi di armature più diffusi ai loro tempi. Centri famosi erano sparsi un po' dovunque: Augsburg, Dresda, Berlino, Norimberga, Greenwich, Anversa, Parigi, Milano, Brescia. Stimolati dai munifici committenti, artisti e artigiani elaborarono forme e inventarono decorazioni che ne resero celebri i nomi; tra essi, gli Helmschmid, i Frauenpreis, i Seusenhofer, i Witz, i Kirkner, i Bellino, i Figino, i Meraviglia, i Da Merate e la grande dinastia dei Missaglia. Non sempre le qualità del gusto e le ambizioni estetiche corrisposero alle esigenze funzionali dell'armatura: essa fu tanto impreziosita che divenne pura espressione artistica, quando non fu addirittura manifestazione vistosa di moda e di costume, più adatta alle parate e alle giostre che non alla guerra.

A. M. Aroldi, Armi e armature italiane, Milano, 1961; B. Thomas, O. Gamber, H. Schedelmann, Armi e armature europee, Milano, 1965; V. L. Grottanelli, Ethnologica, Milano, 1965; G. Vianello, Armi e armature orientali, Milano, 1966; L. White jr., Tecnica e società nel Medioevo, Milano, 1967; J. Poirer, Ethnologie Générale, Parigi, 1968; A. M. Snodgrass, Armi e armature dei Greci, Roma, 1988.