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auto

sm. spagnolo (propr., atto; pl. autos). Designò in Spagna, dal Medioevo al sec. XVI, un'“azione drammatica” in senso generico, e in ispecie di argomento religioso. L'anonimo Auto de los Reyes Magos (Auto dei Re Magi) risale al sec. XIII; ma nel sec. XV Gómez Manrique intitolò un suo mistero natalizio Representación del nacimiento de Nuestro Señor. Dal suo canto, Lucas Fernández chiamava “farsa” due sacre rappresentazioni di Natale, ma Auto de la Pasión una pasquale (1514); mentre il coevo Gil Vicente designava come auto anche semplici moralità più o meno allegoriche, e persino dialoghi pastorali, definiti invece virgilianamente “egloghe” da Juan del Encina. Nel Códice de Autos viejos (ca. metà del sec. XVI), pubblicato nel 1901 da Rouanet, auto e farsa si alternano per opere in un atto di argomento religioso; e farse continuano a chiamarle H. López de Yanguas e Diego Sánchez de Badajoz, con i quali il teatro religioso spagnolo comincia ad assumere una sua caratterizzazione. È chiaro quindi che fino alla seconda metà del Cinquecento una notevole incertezza regnava circa la denominazione dei vari generi. La situazione comincia a chiarirsi con la nascita del teatro “teatrale” e professionistico (Lope de Rueda), che d'altra parte coincideva con una riaffermazione dello spirito cattolico e controriformista, anche per la ferrea volontà di Filippo II. Farsa (profana e comica) viene così a distinguersi sempre più nettamente da auto (religioso); Juan de Timoneda intitola addirittura Ternario sacramental (1575) una sua raccolta di pièces religiose. In Timoneda, come del resto anche in Lope de Vega, il termine sacramental non ha il significato stretto di “eucaristico” che assumerà poco dopo; ma l'allegorismo e le intenzioni edificanti sono già palesi. Contemporaneamente si intensificavano le rappresentazioni all'aperto della settimana del Corpus Domini (detto in Spagna Corpus Christi), festa di origini antiche, ma che nell'epoca filippina assunse il significato di una riaffermazione del mistero eucaristico contro le negazioni dei protestanti. Da cui il vero e proprio auto sacramental barocco: rappresentazione allegorica di esaltazione dell'Eucarestia, in un solo atto e in versi, portata al massimo splendore poetico e spettacolare da Calderón de la Barca. Gli 80 auto sacramentales di Calderón, fra cui numerosi capolavori, come El gran teatro del mundo (Il gran teatro del mondo), La vida es sueño (La vita è sogno), e quelli di vari suoi discepoli ed epigoni (Tirso de Molina, Valdivielso, Rojas, Mira de Amescua, ecc.) vennero rappresentati per quasi due secoli, con costante adesione popolare, sulle piazze e le strade di Spagna, e anche del Portogallo e dell'America iberica: fenomeno unico nell'Europa dell'età moderna. Solo nel sec. XVIII il venir meno dello spirito religioso e la mancanza di grandi poeti portarono alla decadenza del genere; e l'11 giugno 1765, dopo una violenta campagna dei trattatisti “illuminati” (Clavijo, Moratín, ecc.), un decreto reale di Carlo III proibiva le rappresentazioni del Corpus, affermando che erano dannose allo spirito religioso. E da allora anche il termine auto scomparve dal linguaggio del teatro spagnolo. Solo nel sec. XX, e in particolare dopo gli studi (1924) di A. Valbuena Prat sugli auto sacramentales di Calderón, si ebbe qualche tentativo di ripresa – ma solo laica e letteraria – del genere: Angelita (1930) di Azorín (definito auto sacramental non si sa bene per quale motivo), El hombre deshabitado (1931) di R. Alberti, Quien te ha visto y quien te ve (1935) di M. Hernández, e dopo la guerra civile, El viaje del joven Tobías (1939) di G. Torrente Ballester. Numerosi auto sacramentales di Calderón sono stati e sono rappresentati anche all'aperto.

J. P. Wickersham Crawford, Spanish Drama before Lope de Vega, Filadelfia, 1937; Ch. Aubrun, Sur les débuts du théâtre en Espagne, Parigi, 1937; B. W. Wardropper, Introducción al teatro religioso del Siglo de Oro, Madrid, 1953; A. Valbuena Prat, Historia del teatro españa, Barcellona, 1956; F. Lázaro, Teatro medieval, Valencia, 1965.