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avarìzia

sf. [sec. XIII; dal latino avaritía].

1) Ristrettezza esagerata nello spendere e nel donare, dovuta a morboso attaccamento per quanto si possiede; tirchieria, spilorceria: è dominato dall'avarizia; evita le comodità per avarizia; crepi, muoia l'avarizia!, escl. scherzosa usata nel risolversi eccezionalmente a compiere una spesa che si ritiene eccessiva.

2) Ant. e lett., smodata avidità di ricchezze, brama insaziabile di accumular denaro: “con grande avarizia averanno ammassata ricchezza” (Sacchetti). § Per la morale cattolica l'amore eccessivo per le ricchezze. Opponendosi alla giustizia distributiva e alla liberalità e avendo implicito il desiderio delle ricchezze altrui, l'avarizia è sempre peccato mortale ex genere suo (come il furto e la rapina), degradando l'anima dell'uomo fino ad asservirla ai beni materiali, preferiti al bene divino. San Gregorio include l'avarizia fra i vizi capitali e la fa diretta responsabile dell'indurimento del cuore, dell'inquietudine della mente, della violenza, della fallacia, dello spergiuro, della frode e del tradimento.