Questo sito contribuisce alla audience di

bacino

Guarda l'indice

Lessico

sm. [sec. XIV; dal latino tardo bacchīnon].

1) Recipiente di forma rotonda, con i bordi bassi e rovesciati, di terracotta, metallo o altro materiale, adatto a contenere liquidi. Per esempio: in metallurgia, è un contenitore per la conservazione e la manipolazione di materiale metallico liquido (vedi forno); in fonderia, il bacino di colata è un contenitore entro il quale si immette materiale metallico liquido affinché si depuri dalle scorie prima di entrare nella forma attraverso il canale di colata.

2) Per estensione il termine è impiegato a designare vari tipi di cavità, che richiamano la forma del recipiente. In particolare: A) In anatomia cavità ossea situata nella parte inferiore del tronco, formata dalle due ossa dell'anca, dal sacro e dal coccige. B) Nella geografia fisica, ogni avvallamento o depressione del terreno in cui confluiscano le acque: bacino fluviale, torrentizio, lacustre, idrografico, ecc. C) La conca delle fontane, in cui viene raccolta l'acqua dei diversi getti prima che defluisca dallo scarico. D) Fig.: bacino d'utenza, circoscrizione territoriale cui appartengono gli utenti di un determinato servizio; in particolare, la zona su cui una scuola pubblica esercita abitualmente i suoi compiti educativi.

3) Territorio del sottosuolo ricco di giacimenti: bacino argentifero, petrolifero, ecc.

4) Ant., piatto di metallo che nel Medioevo veniva arroventato per accecare i condannati a questo supplizio.

Tecnica: costruzioni idrauliche

Invaso artificiale realizzato per costituire una riserva d'acqua per l'irrigazione o la produzione di energia, oppure per ridurre la portata di un corso d'acqua in periodo di piena. I bacini si classificano in base alla funzione specifica. Fra quelli utilizzati per centrali idroelettriche si hanno: A) Il bacino di ritenuta , esteso invaso di acqua che si forma in seguito allo sbarramento di una valle mediante una diga, al fine di consentire lo sfruttamento, da parte della centrale idroelettrica, della potenza idrica dell'acqua immagazzinata: sono detti anche bacini idroelettrici, laghi artificiali e bacini di accumulazione. Questi bacini a loro volta sono spesso collegati a camere di carico, dette anche bacini di carico, ampie vasche dalle quali si dipartono le condotte forzate che portano alle turbine e che hanno lo scopo di ripartire le portate e di mantenere costante il salto utilizzato dalle turbine stesse. Spesso, per un'efficace protezione, vengono costruite interamente in galleria. B) Il bacino di smorzamento o bacino dissipatore, conca posta a valle di una diga tracimabile; ha caratteristiche tali da realizzare un salto di Bidone, con conseguente assorbimento dell'energia cinetica. Ha la funzione di impedire che le acque tracimate rechino danni alla regione e alle opere circostanti. C) Il bacino di calma o di sedimentazione, vasca di grande sezione che serve a rallentare il moto dell'acqua affluente e quindi a favorirne, per sedimentazione e, eventualmente, mediante dissabbiatori, la chiarificazione, cioè il deposito delle particelle solide (quale la sabbia silicea dei fiumi), per impedirne l'accesso alle turbine ed evitarne danni conseguenti (bacini analoghi sono utilizzati nelle canalizzazioni per acqua potabile). D) Il bacino di compensazione, situato a valle della centrale idroelettrica superiore, che ha il compito di regolare, al fine di successive utilizzazioni, la portata d'acqua uscente, accumulando o restituendo l'acqua a seconda delle esigenze. § Fra i bacini realizzati quali opere di regolamentazione dei corsi fluviali, per l'irrigazione e per l'approvvigionamento di acqua potabile si hanno: A) Il bacino di compensazione, vasca inserita lungo l'acquedotto, il canale o il fiume, con la funzione di compenso (mensile, stagionale, annuale) nella portata dell'acqua, cioè che trattiene gli eccessi di portata nei periodi di “morbida” restituendoli nei periodi di “magra”; B) il bacino di accumulazione, vasca nella quale si pompa acqua nelle ore di scarso carico (notturne o festive) per aumentare le riserve per i periodi di magra (bacini analoghi sono utilizzati per alcune centrali idroelettriche); C) il bacino di carico, vasca d'acqua che serve per sopperire a improvvise richieste d'acqua entro limiti giornalieri; D) il bacino di espansione, vasca predisposta nelle vicinanze di un corso d'acqua onde consentirne l'espansione nei periodi di piena, con conseguente limitazione dell'aumento di livello nelle zone più a valle; E) il bacino di risparmio, vasca che ha il compito di diminuire il consumo dell'acqua nelle conche di navigazione; infatti, affiancato a queste, fa sì che, nella conca per il passaggio del natante a valle, l'acqua non fluisca via, ma venga accumulata per essere poi restituita quando si effettua la manovra inversa; per l'alto costo e il rallentamento delle manovre sono poco impiegati.

Tecnica: costruzioni navali

Bacino di carenaggio , complessa costruzione utilizzata per effettuare a secco controlli, manutenzioni periodiche e riparazioni allo scafo di natanti, in particolare alla carena e alle sue appendici. Si hanno bacini fissi (i bacini di carenaggio tradizionali) e mobili, detti bacini galleggianti. I bacini fissi sono vaste conche rettangolari con pareti per lo più in calcestruzzo o pietra da taglio, aventi forma e dimensioni opportune e disposte in modo da potere essere messe in diretta comunicazione col mare. Il lato a mare, detto bocca, viene chiuso di solito mediante un galleggiante in acciaio, chiamato barca-porta o battello-porta, che può essere fatto affondare impiegando come zavorra acqua di mare e disposto simmetricamente rispetto al piano longitudinale di simmetria del bacino; il galleggiante è guarnito lungo i fianchi e il fondo con un paglietto di canapa con cui fa tenuta nella propria sede, chiamata gargame, ricavata sulle fiancate e sul fondo del bacino stesso. I grandi bacini possono avere un gargame intermedio e talvolta due bocche; le fiancate hanno spesso riseghe, per ottenere una migliore illuminazione e aerazione, senza aumentare eccessivamente il volume interno del bacino, nonché per facilitare le operazioni del personale. Un bacino per navi aventi portata lorda di 50.000 t, quindi di medie dimensioni, ha le seguenti caratteristiche: lunghezza 250 m, larghezza 32 m alla platea, profondità 12 m alla bocca; è servito da gru con portate pari a 50-100 t. Dopo avere posto il bacino in comunicazione col mare, vi si fa entrare la nave (immissione in bacino); quindi si provvede alla chiusura e al successivo svuotamento del bacino dall'acqua per mezzo di pompe. Con il ridursi del livello dell'acqua in bacino la nave va a poggiare sopra appositi blocchi di legno (taccate), disposti ordinatamente a distanza ravvicinata sul fondo del bacino stesso (platea); l'azione di sostegno è di norma completata da puntelli trasversali, pure in legno. Dopo i lavori del caso, effettuati con l'ausilio di mezzi e attrezzature oggi meccanizzate e di grande efficienza, si provvede all'operazione inversa (immissione dell'acqua, apertura della bocca e uscita del natante); immissione e svuotamento dell'acqua vengono effettuati in poche ore. I bacini galleggianti presentano, rispetto a quelli fissi, il vantaggio di poter essere spostati a seconda delle esigenze. Sono sostanzialmente pontoni in acciaio, con dimensioni e forme appropriate, muniti di compartimenti che, a seconda della necessità, possono essere allagati o svuotati. Quando si deve far entrare la nave i compartimenti vengono riempiti con acqua il cui peso fa sommergere la platea del bacino di quel tanto che permette alla nave di entrare; si svuotano quindi i compartimenti, il bacino si alza e la nave rimane all'asciutto poggiando sulle taccate. Finiti i lavori si allagano daccapo i compartimenti, per cui la nave torna a galleggiare e può uscire dal bacino. Vengono anche realizzati bacini galleggianti autocarenabili, cioè costituiti da diversi tronconi, in modo da poter eseguire le manutenzioni di ciascuno di essi, impiegando a questo scopo i rimanenti come bacini di carenaggio nei quali effettuare le riparazioni necessarie alla sezione in causa, che viene posta sopra le rimanenti come fosse una nave. Uno dei maggiori bacini galleggianti attualmente in funzione è italiano e ha le seguenti caratteristiche: lunghezza ca. 285 m, larghezza ai parabordi interni ca. 47 m, immersione media alle taccate ca. 9 m. Ha una capacità di sollevamento di ca. 50.000 t e può consentire il carenaggio di navi aventi portata lorda intorno alle 130.000 t. § Esistono bacini speciali adibiti alla costruzione di navi, detti correntemente scali-bacino. Sono bacini realizzati e attrezzati in modo che nell'interno possa essere effettuata la costruzione della nave senza doverla poi varare. Gli scali-bacino vengono attualmente impiegati per la realizzazione di grandi unità. Uno scalo- bacino per la costruzione di navi aventi portata lorda di 400.000 t (come le supercisterne) ha le seguenti caratteristiche: lunghezza 400 m, larghezza 60 m, profondità 12-15 m. È servito da gru con portata sino a 500-800 t, necessarie per la messa in opera dei grandi blocchi prefabbricati dello scafo.

Geografia fisica

Nelle scienze della Terra il termine bacino è ampiamente usato sia nel senso generale ed estensivo in riferimento a qualsiasi area della superficie terrestre o struttura con andamento che richiami una conca o che realizzi una depressione, sia in senso restrittivo accompagnando il termine con adatte specificazioni. Così, accanto a espressioni di uso comune e di immediata comprensione come bacino oceanico, lacustre, fluviale, glaciale, ecc., per precisare una determinata situazione geografica, oppure come bacino minerario, carbonifero, petrolifero, ecc., per indicare aree strutturalmente favorevoli alla presenza di queste risorse, se ne hanno altre che riguardano settori specifici e che pertanto necessitano di una sia pur sommaria trattazione.

Geologia

Per il settore geologico un ampio panorama di accezioni è compreso sotto la denominazione di bacino sedimentario, che nel significato più generale indica una depressione della crosta terrestre, comunque originatasi, sul cui fondo per deposito si possono accumulare sedimenti. In generale associato al concetto di bacino è anche quello di ambiente di sedimentazione, in quanto in molti casi essi si integrano e si sovrappongono, o vengono inquadrati nel più vasto discorso dell'evoluzione geologica di una regione. La classificazione dei bacini sedimentari può essere fatta tenendo conto dei caratteri geografici, morfologici, genetici, di facies prevalente, ecc., e allora i bacini vengono definiti mediante un aggettivo che può indicarne l'ubicazione geografica (continentale o marino) o geologica (intercratonico, ecc.), la genesi (fluviale, glaciale, ecc.) o il fenomeno che ne ha provocato la genesi (strutturale, ecc.), le caratteristiche evolutive (subsidente, ecc.) o la facies prevalente (alluvionale, evaporitico, ecc.), anche se una suddivisione di questo tipo non può essere intesa rigidamente poiché è possibile accertare per uno stesso bacino la presenza contemporanea di più caratteri; oppure si possono classificare i bacini prendendo in considerazione i rapporti tra sedimentazione e geotettonica al fine di stabilire se un bacino appartenga a una regione geologicamente stabile, ossia a un cratone, o a una regione instabile, ossia a una zona mobile. § Anche nel linguaggio della geologia strutturale si usa il termine bacino tanto in senso generale quanto con significato ristretto. In senso generale, per bacino tettonico o strutturale si intende una qualsiasi area depressa originatasi per motivi tettonici. In questo caso i sedimenti deposti all'interno del bacino dipendono strettamente dall'ambiente tettonico esistente. Nella tettonica delle placche, i bacini sedimentari sono stati classificati da Bally e Snelson nel 1980 in tre diverse categorie. La prima comprende i bacini localizzati su litosfera rigida, in genere poco o per nulla deformata, e non legati alla formazione di megasuture. Sono di questo tipo, per esempio i bacini di rift, associati alla formazione di una nuova crosta oceanica; i bacini di tipo atlantico, quali quelli evaporitici e carbonatici, ubicati sui margini continentali atlantici di tipo passivo; i bacini cratonici, localizzati sulla litosfera continentale pre-mesozoica. La seconda categoria comprende i bacini perisuturali, ubicati su litosfera rigida e associati a zone di subduzione (megasuture). Quando la subduzione è di tipo B, ossia con collisione oceano-oceano o continente-oceano, si hanno i bacini di fossa oceanica, con ubicazione su crosta oceanica. Quando la subduzione è di tipo A, ossia con una collisione continente-continente, si hanno i bacini di avanfossa, con ubicazione su crosta continentale. Analoghi a questi ultimi, e sempre localizzati su crosta continentale, sono i bacini di tipo cinese, anomali perché non contengono depositi sedimentari tipici di avanfossa e sicuramente riconducibili a una subduzione di tipo A. La terza categoria di bacini sedimentari comprende i bacini episuturalici, con ubicazione all'interno dell'area di subduzione. A seconda della posizione che i bacini occupano rispetto alle diverse zone strutturali della megasutura, si riconoscono i bacini associati a faglie trasformi (come per esempio il bacino californiano); i bacini di avanarco, posti cioè esternamente all'arco magmatico (verso l'oceano aperto); i bacini intraarco, ubicati sull'arco magmatico vero e proprio; i bacini retroarco (o marginali o interarco quando sono più di uno e separati da archi magmatici non più attivi), posti internamente all'arco magmatico, oltre la zona di subduzione. Questi possono essere associati a subduzione di tipo A o B, e possono essere ubicati su crosta continentale (bacini ensialici) o su crosta oceanica (bacini ensimatici). Nell'accezione restrittiva per bacino tettonico si intende una struttura subcircolare o ellittica, formata da una sinclinale con pronunciata depressione assiale; gli strati presentano un'accentuata immersione centripeta e pertanto qualsiasi sezione tracciata attraverso il bacino assume una forma sinclinale. Termine equivalente è conca tettonica.

Geomorfologia

Si distinguono vari bacini: bacino carsico, depressione scavata in rocce calcaree a opera del carsismo; bacino collettore, zona nella quale si accumula la neve che alimenta un ghiacciaio; bacino di deflazione, ampia e piatta depressione delle zone desertiche sabbiose, dovuta a un'intensa e prolungata deflazione (tipica azione di trasporto operata dal vento), che allontana man mano le particelle di sabbia. I bacini di deflazione possono raggiungere profondità superiori ai 100 m, come avviene, per esempio, nel deserto del Namib, nella Namibia. Se l'azione asportatrice del vento è particolarmente intensa e duratura, il fondo dei bacini di deflazione può, talora, approfondirsi fino a intersecare la superficie di locali falde freatiche, permettendo la formazione di oasi. Bacino endoreico, che racchiude un reticolo idrografico che non ha come livello di base il livello del mare. Per esempio sono bacini endoreici quelli del fiume Volga e dell'Ural, che sfociano entrambi nel Mar Caspio. Al contrario, i bacini esoreici hanno il reticolo fluviale composto di corsi d'acqua che scorrono dalle zone interne fino al mare. Bacino idrogeologico, espressione utilizzata in idrologia per indicare l'area che fornisce l'alimentazione idrica globale, sia superficiale sia sotterranea, a un determinato corso d'acqua o a una sorgente . Lo sviluppo topografico del bacino idrogeologico coincide in generale con quello del bacino idrografico, ma, in alcuni casi, può differenziarsi sostanzialmente per l'influsso di fattori geologico-strutturali. Bacino idrografico o imbrifero, locuzione utilizzata per indicare, in riferimento a un determinato corso d'acqua, tutta l'area che invia acque di varia origine (sorgive, di condensazione atmosferica, ecc.) a quello stesso corso d'acqua. Il perimetro di ciascun bacino idrografico coincide con la cosiddetta linea dello spartiacque o di displuvio. A seconda delle caratteristiche del collettore principale, si distinguono bacini torrentizi e bacini fluviali. All'interno di ogni singolo bacino è quasi sempre possibile riconoscere tre parti: quella superiore, generalmente a forma di anfiteatro, detta anche bacino di raccolta, è caratterizzata dalla presenza di un numero elevato di corsi d'acqua tributari; quella mediana, o canale di scarico, è caratterizzata da una generale minor pendenza e dal netto prevalere, in dimensioni, della valle principale; la parte inferiore, infine, coincide il più delle volte con il conoide di deiezione o, nel caso dei corsi d'acqua maggiori, con una parte della pianura alluvionale. Questa triplice ripartizione risulta valida anche in rapporto all'azione dei corsi d'acqua, risultando la parte più alta del bacino quella a prevalente erosione, quella mediana a prevalente trasporto e quella inferiore a prevalente deposizione.

Sistemazione dei bacini idrografici

Consiste in una vasta gamma di interventi coordinati coi quali l'uomo cerca di modificare l'intensità dei processi che concorrono alla degradazione, naturale o accelerata, dei bacini idrografici . Per quanto sia essenzialmente accentrata sulla parte montana, la sistemazione dei bacini idrografici risulta un'operazione ben più complessa della semplice sistemazione degli alvei. Nella sua impostazione si deve infatti tener conto non solo dei problemi connessi alle acque incanalate, ma anche di quelli relativi alle acque dilavanti, alle acque di infiltrazione, all'acclività dei versanti, alla natura litologica e alla struttura del substrato roccioso, al terreno agrario e alla copertura vegetale. Data la molteplicità dei problemi coinvolti, la sistemazione dei bacini idrografici è diventata un tipico lavoro interdisciplinare, cui collaborano tecnici di diversa formazione scientifica: ingegneri, geologi, esperti di scienze forestali e agronomi. Sotto il profilo prettamente idraulico, la sistemazione dei bacini idrografici consiste nella realizzazione di opere specifiche a protezione degli alvei e dei versanti. Per quanto riguarda in particolare gli alvei, si tratta di realizzare opere idonee a ridurre il potere erosivo e di controllare la capacità di trasporto delle acque incanalate (vedi alveo e argine). Il controllo delle acque dilavanti necessita invece di un vasto ed eterogeneo complesso di interventi in funzione delle condizioni locali che si riscontrano lungo i versanti (acclività e stabilità del pendio, natura geologica del terreno, presenza o meno di copertura vegetale, ecc.). In particolare, per la protezione di tratti di versante ripidi, modellati in rocce facilmente erodibili, ma stabili, come argille, marne, tufi vulcanici, ecc., si ricorre comunemente alla costruzione di viminate e graticciate, che hanno il duplice scopo di rallentare la velocità delle acque selvagge e di trattenere buona parte del terriccio trasportato da queste ultime, favorendo così la formazione di minuscole terrazze, sulle quali è poi possibile impiantare una stabile copertura vegetale. Laddove la pendenza lo consenta, si ricorre anche alla gradonatura artificiale, con o senza muri di sostegno al piede delle scarpate. Le modalità di intervento cambiano invece sostanzialmente nella sistemazione di versanti instabili per la presenza di dissesti franosi legati all'esistenza di acque d'infiltrazione. In questi casi l'obiettivo principale diventa l'allontanamento delle acque superficiali e sotterranee, attraverso l'esecuzione di una serie di opere drenanti (livellazione del piano di campagna, apertura di fossi di guardia e di cunettoni di scolo, esecuzione di drenaggi sotterranei e, nel caso di acque sotterranee profonde, costruzione di pozzi drenanti, ecc.) e il contenimento delle masse franose superficiali a mezzo di muri a secco o gabbionate. Il quadro generale degli interventi più comuni per la sistemazione dei bacini idrografici si completa infine con quelli a carattere forestale e agronomico. Fra questi predominano largamente le opere di imboschimento o rimboschimento di vaste aree, nelle quali il suolo vegetale e il substrato roccioso siano preda delle acque dilavanti o di movimenti franosi superficiali. L'impianto e il ripristino della copertura boscosa sono altresì utilizzati per il controllo delle piene, dal momento che questa contribuisce ad aumentare i tempi di corrivazione in occasione di intense precipitazioni: la copertura vegetale rallenta infatti il deflusso delle acque superficiali. Scopi analoghi a quelli citati hanno infine gli interventi che rientrano nel campo prettamente agricolo e mediante i quali si cerca di adeguare le colture alle condizioni dominanti nei vari settori di un bacino (natura e acclività del terreno, microclima, ecc.). Questi interventi consistono nella riconversione colturale di vaste aree per frenare gli effetti della degradazione accelerata del suolo, come per esempio la sostituzione di colture di cereali con prati stabili. In ogni caso è opportuno tener presente che l'esito di molti interventi agricolo-forestali è strettamente condizionato dai criteri adottati nella scelta delle essenze vegetali: l'esperienza dimostra che i migliori risultati si ottengono scegliendo essenze identiche o affini a quelle che già fanno parte delle associazioni vegetali spontanee presenti nella zona.

Diritto

Bacino idrografico. La legislazione italiana trova la sua prima sistemazione scientifica nella Riforma Bonomi 1916, che precisa i termini del bacino idrografico, sottolineando la necessità di sottrarlo alla giurisdizione territoriale per fondarlo su “basi idrauliche”; essa quindi sottrae ogni potere agli enti locali per fare del bacino idrografico o imbrifero un'entità giuridica completa e autonoma. Questo indirizzo è ripreso dal T.U. 11 dicembre 1933 n. 1775, che all'art. 1 sancisce la demanialità del bacino idrografico nella sua interezza e dalla legge 27 dicembre 1953 n. 959 diretta alla delimitazione dei bacini imbriferi montani, che consente ai comuni più piccoli di usufruire delle provvidenze dalle quali, per motivi tecnico-finanziari, rimanevano esclusi. La legge 18 maggio 1989, n. 183, relativa alla difesa del suolo, ha istituito le Autorità di bacino con il compito di sovraintendere alla corretta gestione dei bacini idrografici per quanto attiene agli aspetti propriamente idrologici, il monitoraggio e il risanamento ambientale delle aree di competenza, l'utilizzazione economica delle acque. § Bacino montano. Il T.U. 13 febbraio 1933 n. 215 veniva a integrare il T.U. 30 dicembre 1923 n. 3267, nonché altre leggi precedenti, riconoscendo allo Stato ben più ampi poteri e includendo il bacino montano in un complesso di opere pubbliche destinate a trasformare radicalmente l'organizzazione produttiva “con riflessi nel campo igienico, demografico, economico e sociale”. Tale legge fu integrata da quella del 23 aprile 1949 n. 165 per la sistemazione idraulico-forestale dei bacini montani, dalla legge 10 agosto 1950 n. 646 per la bonifica, l'irrigazione e la trasformazione agraria nell'Italia meridionale e dalla legge 25 luglio 1952 n. 991 sui “comprensori di bonifica montani”, che istituì comprensori beneficianti di mutui trentennali e di contributi per rimboschimento, acquisto di bestiame, miglioramento dei pascoli, assistenza tecnico-forestale, agraria e zootecnica, oltre ad agevolazioni ed esenzioni fiscali. Il T.U. n. 1775 dell'11 dicembre 1933 e altri interventi posteriori hanno tentato un'armonizzazione tra le esigenze delle centrali elettriche e gli interessi degli abitanti del bacino imbrifero montano da attuarsi dal consorzio dei comuni interessati o dal Ministero dei Lavori Pubblici. In sintesi, i vantaggi della nuova legislazione furono: la partecipazione di altri 4000 comuni montani a questi benefici con l'abbassamento dell'altimetria da 500 a 300 m (esclusi la Lombardia, il Piemonte e il Trentino); la prevalenza dell'interesse della collettività esistente nei bacini montani su quelli delle società concessionarie delle acque; una maggiore partecipazione dello Stato al problema. § Bacino di carenaggio. Fanno parte delle opere riguardanti i porti (T.U. 2 aprile 1885 n. 3095) e appartengono al demanio marittimo se esistono entro i suoi limiti; altrimenti sono dati in concessione. Lo Stato, a sua volta, può dare in concessione l'esercizio dei suoi bacini di carenaggio a privati o a enti pubblici, in base a “disposizioni particolari fissate d'accordo fra la capitaneria di porto e gli enti interessati col concorso degli uffici del genio civile”. Norme identiche a quelle concernenti le navi sono applicate ai bacini galleggianti e ai pontoni di carenaggio.

Bibliografia

F. Cafiero, Manuale del tecnico navale, Genova, 1957; F. Spinelli, Costruzioni navali, vol. II, Napoli, 1962; A. Azzaroli, M. B. Cita, Geologia stratigrafica, Milano, 1963; V. Calzolaio, G. Nebbia, G. Chicchi, La risorsa fiume. Il bacino idrografico come unità di analisi economico-ecologica, Ancona, 1983.