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barìtono

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Lessico

agg. e sm. [sec. XVI; dal greco barýtonos].

1) In greco, detto di sillaba senza accento acuto, o di parola la cui ultima sillaba è priva di tale accento come nel caso di olígos (poco), ánthrōpos (uomo), prâgma (fatto, avvenimento). Per le parole con accento circonflesso sulla sillaba finale (perispomene), come sophôs (sapientemente), i dati degli antichi grammatici sono piuttosto controversi: a volte sono ritenute baritone, a volte no.

2) Voce maschile, intermedia tra tenore e basso. La sua estensione viene comunemente considerata di due ottave, da la (articolo e preposizione) e la₃. Si è soliti distinguere la voce di baritono in: lirico (di volume non grande, ma molto agile: Barbiere di Siviglia), drammatico (ricco e vigoroso specie nel registro medio: Guglielmo Tell, Rigoletto) e grave, timbro che confina con quello del basso cantante pur mantenendosi più luminoso.

3) Chiave di baritono: la chiave di fa posta sul 3º rigo del pentagramma.

Musica

Nei sec. XVII e XVIII le voci maschili hanno una parte in genere secondaria e l'alternativa al tenore è il basso. Il baritono in senso moderno si trova però già nell'opera buffa e si afferma solo con la scomparsa dei castrati, quando cioè ogni voce acquista un preciso carattere sessuale. Allora il baritono si definisce come voce “naturale” dell'uomo, più agile e chiara del basso, ma lontana dalla stilizzazione del tenore. In questo senso Don Giovanni è un vero e proprio baritono, pur non avendone ancora il nome; così pure Papageno e Figaro nei capolavori mozartiani. Nel sec. XIX il baritono si delinea come il tipico antagonista del tenore, ma non si limita a questa schematica contrapposizione (dove figura come il personaggio negativo, o il vecchio, o l'amante tradito): hanno questa voce eroi (Guglielmo Tell) o personaggi dalla psicologia complessa e ricca (da Rigoletto a Falstaff fino al recente Wozzeck).

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