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bardo

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Lessico

sm. [sec. XVIII; dal latino tardo bardus, di origine celtica].

1) Antico ordine di poeti cantori fiorito presso i popoli celti.

2) Per estensione, cantore, poeta patriottico; vate, propugnatore: “Cavallotti era stato chiamato il bardo della democrazia” (Gramsci).

Letteratura

Mentre in Gallia i bardi scomparvero dopo la conquista romana, sopravvissero, con diversa fortuna, in Irlanda, Scozia, Galles. Nell'Irlanda, come anche nella Scozia, finché durò il prestigio dei fili, esponenti dell'alta cultura, i bardi furono relegati al rango di poeti indotti; ma dal sec. XI, dopo la conquista normanna, crebbe la loro importanza, essendo ormai essi i soli depositari delle antiche tradizioni; e si organizzarono in vera e propria casta, con privilegi ereditari. Inalterata fu invece l'importanza dei bardi in Britannia, particolarmente nel Galles, dove la loro attività si identifica con la storia stessa della letteratura nazionale dalle origini fino al sec. XV. La maggiore fonte d'ispirazione è costituita dalla lotta dei Celti contro i Sassoni invasori: la saga eroica prevale così inizialmente sulla lirica sentimentale. In parte storiche, in parte leggendarie, sono le figure dei primi bardi del sec. VI: Aneurin, Taliesin, Llywarch Hen, Merlino. La massima fioritura si ha intorno al sec. XII, specie con Meilyr (Il letto di morte del bardo); a partire dal sec. XIV, essendo ormai il Galles assoggettato al re d'Inghilterra, le vecchie famiglie principesche non sono più in grado di mantenere i loro bardi, e questi non possono esprimere liberamente la loro passione politica: alla lirica guerriera succede allora quella amorosa, sul contenuto prevale la forma. S'impone un nuovo verso, il cywydd (sette sillabe con rime accoppiate), soprattutto per opera di Dafydd ab Gwilym, il più grande poeta cimrico, e di Jolo Gôch. Poi le norme metriche divennero sempre più restrittive e l'istituzione dei bardi decadde. Ma nella seconda metà del sec. XVIII ebbe fortuna in Europa la “poesia bardita”, in seguito alla pubblicazione dell'ode The bard (1757) di Thomas Gray e soprattutto dei Canti di Ossian (1760-63) di James Macpherson, che aveva contraffatto antichi canti gaelici, attribuendoli a Ossian, bardo irlandese del sec. III. Particolare sviluppo ebbe tale voga in Germania, dove l'immagine del bardo celtico venne a identificarsi con quella dello scaldo scandinavo, e si volle vedere nella nuova figura così creata l'incarnazione del poeta indotto, in omaggio al mito romantico della poesia popolare, intesa come anonima e autoctona espressione dell'anima germanica. Il più illustre tra i cultori tedeschi di poesia bardita fu il Klopstock, con i suoi Bardieten drammatici; in Italia, dove M. Cesarotti, con le sue pregevoli traduzioni dei Canti di Ossian, aveva introdotto il nuovo genere, vanno ricordati Ippolito Pindemonte (Arminio, 1804) e Vincenzo Monti (Il bardo della Selva Nera, 1806). Per tutto l'Ottocento l'immagine del bardo sopravvisse, collegata all'idea del poeta cantore e profeta delle fortune di un popolo.

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