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Lessico

(anche bengālī e bengalino), agg. e sm. e f. Proprio del Bengala; abitante o nativo del Bengala; la lingua ivi parlata.§ In linguistica, Il bengalese è la lingua indoaria del gruppo orientale, parlata nella regione del delta del Gange ed è la più diffusa e importante lingua neoindiana di tipo indeuropeo dopo quella hindī. La lingua letteraria appare sensibilmente influenzata, sia nella grammatica sia nel lessico, dal sanscrito classico. Quella parlata si è maggiormente alterata o trasformata con il passare dei secoli. La scrittura bengalese deriva da quella devanagarica del sanscrito; ci sono stati però, e ci sono, alcuni tentativi di scrivere il bengalese anche in caratteri arabi.

Letteratura

La fase formativa della letteratura bengalese rivendica, insieme con le letterature assamese e oriya, la raccolta esoterica del Caryā (inni rituali), la quale è peraltro più preziosa come documento storico che non come opera letterariamente valida. A parte quel prototipo letterario, il panorama artistico bengalese rimase sbiadito fino al sec. XIV, epoca in cui il pluricentenario caos politico della regione trovò un precario equilibrio con la dichiarazione d'indipendenza del sovrano bengalese Iliyas Shah. Gli induisti, fino a quel momento perseguitati con inaudita asprezza dai musulmani, trovarono finalmente una relativa pace e in breve le arti indigene risorsero a un nuovo Rinascimento. Massimo esponente di questa ripresa della letteratura puramente induista fu Candīdās, il cantore del mito di Kṛṣṇa. All'epoca di Candīdās risalgono inoltre i primi esemplari di fiabe e drammi in versi, o pañcālī (marionetta), che ebbero in seguito vastissima diffusione. L'epoca aurea della storia letteraria del Bengala coincide tuttavia con l'avvento del grande riformatore Caitanya. Delle numerosissime opere che egli compose non ci rimangono che otto strofe, ma la sua influenza riformatrice fu intensissima e varcò ben presto i confini della provincia, tanto che la letteratura biografica a lui dedicata è vastissima e comprende capolavori qual è il Caitanya caritamṛta (Acqua lustrale dei piedi di Caitanya) di Kṛṣṇadas (sec. XVI), raro esemplare di rigorosità storica. Il contributo umanistico del tardo Medioevo è per la massima parte viṣṇuita, mentre nel sec. XVIII l'insanabile anarchia politica soffocava nell'osceno e nel lezioso ogni forma d'arte. Inoltre, dopo la battaglia di Plassey (1757) il Bengala si trovò a far parte della corona britannica. Il nuovo governo si provò d'essere più stabile dei precedenti, ma la nuova cultura faticò a essere assimilata e trascorse quasi un secolo prima che il Fort William College e l'apporto individuale e illuminato di Rammohan Roy riuscissero a scavalcare la diffidenza dei letterati indigeni. A Rammohan Roy, primo cultore della prosa e fautore dell'occidentalizzazione, succedette infatti una generazione di letterati assai più consapevole e aperta della precedente, che ebbe modo di affermarsi con le poesie di Madhusudan Datt, con i popolarissimi romanzi cavallereschi di Bankim Chandra Chatterji e con quelli ancor più validi di Sarat Chandra Chatterji. La figura più nota della letteratura bengalese rimane peraltro quella di Rabindranāth Tagore, poeta, commediografo, pittore e riformatore, che con la sua raccolta di liriche Gītānjali (Offerta di canti) si aggiudicò il premio Nobel per la letteratura nel 1913. Il panorama letterario attuale è piuttosto vivace, pur continuando a seguire gli schemi tagoriani. Tra gli autori più noti ricordiamo i poeti Kazi Nazrul Islam, Bibhutibhushan Banerji (1894-1950) e Banaphool. § Rimasto negletto a un livello solo popolare con il genere degli yatra – rappresentazioni campagnole quasi estemporanee – il dramma bengalese acquistò importanza e diffusione nel sec. XIX con una vasta produzione di farse e commedie a soggetto mitologico o sociale. Capolavoro di queste ultime fu il Nil Darpan di Dinabandhu Mitra. Una certa occidentalizzazione specie nella tecnica fu introdotta da Girish Chandra Ghosh (1844-1911), scrittore, attore e regista.