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biodiversità

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Definizione

sf. [da bio-+diversità]. Con questo termine si indicano sia tutte le specie presenti nell'ecosistema del globo terrestre, sia le differenze che caratterizzano un singolo individuo all'interno di una stessa specie, sia la presenza, all'interno delle comunità biologiche che occupano un determinato habitat, delle varie specie che si adattano l'una all'altra, formando nicchie e associazioni.

Cenni storici

La diversità biologica, o biodiversità, è il risultato del processo evolutivo che ha generato attraverso la selezione naturale, nel corso dei millenni, la grande varietà delle specie viventi animali e vegetali; gli eventi che hanno determinato l'attuale biodiversità sono difficilmente distinguibili tra loro, perché spesso più di una causa ha concorso alla definizione di una specie attuale; tuttavia bisogna ricordare che l'origine di nuove specie sta nell'evoluzione di una qualunque differenza che impedisca la produzione di ibridi fertili da parte di due popolazioni; tali diversità sono causate, a loro volta, dall'insorgere di barriere geografiche, quando per esempio un fiume o una catena montuosa causano la separazione fisica di due popolazioni, o fisiologiche, quando esiste un'incompatibilità funzionale nell'accoppiamento, o comportamentali, quando per esempio i rituali di corteggiamento di una popolazione non vengono riconosciuti come tali dall'altra, o alla poliploidia, cioè alla variazione del numero di cromosomi nella linea cellulare germinale, la linea cellulare destinata alla produzione dei gameti, che rende non fertile un incrocio. Di fondamentale importanza per il successo evolutivo di una specie è, oltre alla capacità di adattamento all'ambiente ben definita dalla teoria evolutiva di Darwin, anche il numero di individui che la compongono: maggiore è il numero di individui della stessa specie all'interno di un determinato habitat, maggiore sarà la possibilità di incrocio e di conseguenza la variabilità intraspecifica sarà più grande; le piccole comunità invece tendono ad essere costituite da consanguinei che si incrociano tra loro, e di conseguenza la variabilità genetica dei singoli individui risulta limitata. Lo sviluppo delle singole specie è consentito grazie alla selezione naturale, mentre il numero di individui di una stessa specie ha un ruolo fondamentale nel rendere la comunità più o meno stabile di fronte agli stress e ai disastri ambientali. Inoltre, in un qualsiasi ambiente biologico, la selezione naturale determina lo sviluppo di strutture differenziate per ogni singola specie, in modo da permettere che ciascuna possa coesistere con l'altra senza entrare in competizione, in quanto ciascuna sfrutterà diverse potenzialità offerte dall'ambiente. Quindi analizzando un qualsiasi ambiente naturale, è possibile verificare che, se non intervengono fattori esterni destabilizzanti, le varie specie che vi abitano raggiungono uno stato di equilibrio, detto climax, caratterizzato dalla presenza di un piccolo numero di specie dominanti e un maggior numero di specie rappresentate da un esiguo gruppo di individui. In questa condizione l'equilibrio raggiunto è dovuto ad interazioni talmente complesse da non ammettere né l'aggiunta né la sottrazione di alcuna specie, né alcuna variazione ambientale. In alcuni ambienti, infatti, la presenza di continue variazioni origina comunità che non raggiungono mai l'equilibrio in cui ciascuna specie può diventare dominante rispetto ad un'altra. Negli ultimi seicento milioni di anni tale straordinario evento di differenziazione è stato interrotto cinque volte da enormi catastrofi naturali, (cadute di meteoriti, mutamenti climatici, immani esplosioni vulcaniche), ognuno dei quali ha determinato un impoverimento della diversità delle specie viventi. Cinque sono, infatti, le grandi estinzioni di massa avvenute nel corso dell'ultimo mezzo miliardo di anni: nell'Ordoviciano, 440 milioni di anni fa; nel Devoniano, 365 milioni di anni fa; nel Permiano, 245 milioni di anni fa; nel Triassico, 210 milioni di anni fa; infine nel Cretaceo, 66 milioni di anni fa. Tra le cinque catastrofi sono anche accaduti degli eventi di minor importanza, che hanno comunque avuto un ruolo nella selezione evolutiva. Ogni volta, però, la vita è riuscita a ristabilire, anche se in forme nuove, gli originali livelli di biodiversità; ciò è comunque potuto accadere attraverso lunghi periodi di tempo, su scala geologica. Oggi purtroppo si assiste ad una sesta grande fase di estinzioni, questa volta interamente causata dall'azione dell'uomo. Poiché, a differenza di quelle che l'hanno preceduta, questa fase si evolve a ritmo incalzante, si teme che possa condurre alla fine della vita sul nostro pianeta. Vari scienziati si sono interessati all'identificazione dei segni di questa crisi in numerosi ecosistemi di tutto il mondo: barriere coralline, terreni a pascolo, foreste pluviali. La drammatica riduzione delle popolazioni di uccelli negli Stati Uniti, l'estinzione di numerose specie di pesci d'acqua dolce in Africa e in Asia, la progressiva scomparsa della fauna e della flora dovuta alla distruzione delle foreste pluviali, sono segnali inconfutabili della diminuzione della diversità biologica, che nel giro di pochi decenni potrebbe raggiungere il 20% del totale attuale. Infatti prima che l'uomo cominciasse ad interferire nell'ambiente le specie sopravvivevano per periodi nell'ordine del milione di anni; l'attività umana ha fatto sì che nella foresta pluviale, come conseguenza della sola riduzione di superficie, l'estinzione superasse questo livello da mille a diecimila volte; bisogna ammettere di trovarci al centro di uno dei più massicci eventi di estinzione della storia geologica del pianeta. In questi ultimi anni è stata per questo definita una disciplina scientifica che mira alla conservazione della natura nella sua totalità; tale interesse viene considerato indispensabile per cercare di impedire le estinzioni, che ormai procedono a ritmi pericolosi, ed è pertanto necessario predisporre un piano di emergenza: il tasso naturale di estinzioni è di circa una specie all'anno, mentre ora come ora ogni anno si estinguono da mille a diecimila specie animali e vegetali.

La salvaguardia delle specie

Non è sufficiente proteggere le singole specie ancora esistenti per evitarne l'estinzione occorre anche garantire il mantenimento degli equilibri naturali, che sono dinamici e imprevedibili; mantenere vivi i processi ecologici ed evolutivi significa quindi mantenere la possibilità di cambiamenti. Un limite di molti piani di conservazione consiste nell'incapacità di prevedere i cambiamenti che inevitabilmente avvengono in natura. L'idea di impostare un progetto razionale e organico a salvaguardia delle specie viventi nacque nel 1992, quando Michael Soulè, Reed Noss, Dave Foreman, John Davis e Davis Johns scrissero una dichiarazione relativa al Wildland Project, in cui si affermava “la necessità di aiutare e proteggere la ricchezza ecologica e la biodiversità indigena del Nord America attraverso l'istituzione di un sistema di riserve interconnesse”, e che “risanare la terra significa ricongiungere le sue parti in modo da poter rinnovare i suoi fluidi vitali”. Proponevano quindi la nascita di una serie di riserve naturali in comunicazione fra loro, in modo da permettere o quanto meno facilitare il movimento e lo scambio genetico della fauna e della flora. Le riserve così istituite avrebbero dovuto avere come requisiti un nodo centrale strettamente protetto e zone circostanti in cui le attività umane fossero compatibili con quelle della riserva e soprattutto con poche strade, barriere difficilmente superabili dai singoli animali. Questo schema dovrebbe quindi dare luogo ad una trama diffusa di riserve naturali intrecciate fra loro e con attività umane compatibili con la loro presenza, e intercalate da zone in cui l'attività umana è molto elevata, cioè le città; questo schema, studiato per l'America Settentrionale, è stato in seguito adottato in tutto il resto del mondo. È nata così l'esigenza di stabilire gli elementi di un piano strategico globale e i passi che bisognerà muovere anche in futuro per far sì che gli sforzi fatti per il mantenimento della biodiversità siano effettivamente coordinati, soprattutto alla luce della considerazione che ogni ecosistema, sia esso terrestre o acquatico, dovrebbe rimanere o ritornare incontaminato per poter risultare un habitat naturale, in dipendenza anche della diversa legislazione esistente in ogni Paese. Nel 1992 venne firmata a Rio de Janeiro La Convenzione sulla Biodiversità dalla Comunità e da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, finalizzata ad “anticipare, prevenire e combattere alla fonte le cause di significativa riduzione o perdita della diversità biologica in considerazione del suo valore intrinseco e dei suoi valori ecologici, genetici, sociali, economici, scientifici, educativi, culturali, ricreativi ed estetici”. Nel giugno 1997 fu organizzata una sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dalla quale emerse che la situazione dell'intero pianeta va peggiorando, e si assiste a una drammatica riduzione della biodiversità dovuta sia allo sfruttamento delle risorse ambientali da parte dei Paesi industrializzati, sia alle variazioni climatiche causate dall'inquinamento atmosferico. In tale quadro venne stabilito che la conservazione della natura risulta di fondamentale priorità, e per questo tutte le autorità responsabili sono tenute alla cooperazione per la conservazione e l'utilizzazione durevole della diversità biologica. Sono state predisposte quindi le tecniche necessarie, quali il campionamento, per il controllo degli elementi costitutivi della biodiversità, con particolare attenzione a quelli che richiedono urgenti misure di conservazione e a quelli che offrono maggiori possibilità di utilizzazione; è stato stabilito un sistema di zone protette e di zone in cui si devono adottare misure speciali, con la promozione della protezione di ecosistemi e habitat naturali e del mantenimento di popolazioni vitali di specie nel loro ambiente naturale, così come la realizzazione delle strutture ecologiche necessarie per la conservazione della natura. Si pone come obiettivo anche quello di riabilitare gli ecosistemi degradati e di recuperare le specie minacciate di estinzione, vietando comunque l'introduzione di specie esotiche che, qualora già introdotte, possono minacciare gli ecosistemi, gli habitat o le specie indigene. Poiché molte aree di interesse si trovano sui confini nazionali, è stato istituito un sistema di conservazione che coinvolge le frontiere, con obiettivi coordinati. I boschi e gli ambienti acquatici vengono considerati come habitat per la vita selvatica, e poiché sono sottoposti a molte minacce, quali gli incendi forestali e la successiva erosione del suolo o l'inquinamento dell'acqua, è stato predisposto un complesso piano di tutela. In questo ambito il WWF ha attuato un Progetto Tutela Biodiversità, per la gestione e la realizzazione di una serie di interventi sul territorio. In Italia, in particolare, il progetto per la conservazione della biodiversità prevede l'espansione, mediante l'acquisto o l'affitto di aree territoriali di alto valore biologico, degli ambienti steppici della Sardegna per la salvaguardia della gallina prataiola, di aree molisane e abruzzesi, con il blocco del taglio dei boschi e con l'assunzione di guardie e la realizzazione di incontri con il pubblico, per le abetine appenniniche; è stato inoltre concluso il progetto di realizzazione dei corridoi faunistici nel territorio alpino per la tutela della grande fauna e per la conservazione dei grandi carnivori per assicurare la sopravvivenza dei grandi mammiferi come l'orso, il lupo e la lince. Di particolare interesse risulta anche la Puglia che, per ragioni principalmente storiche ed economiche, è una zona ricca per diversità biologica: 120.000 ettari di superficie con una configurazione geografica varia, che va dalle isole Tremiti al Parco del Gargano, dalle coste sabbiose al Tavoliere delle Puglie, hanno consentito, insieme a uno sviluppo industriale ed edilizio moderato, il mantenimento di comunità biologiche di notevole interesse, che rappresentano il 70% della biodiversità degli uccelli e il 45% per quella delle altre specie animali presenti in Italia. Altri interventi mirano alla salvaguardia dei rapaci di passaggio sullo stretto di Messina e al salvataggio delle tartarughe marine. Attraverso una direttiva comunitaria, detta Rete Natura 2000, si sono inoltre stabiliti i criteri per la salvaguardia della biodiversità europea mediante la “conservazione degli habitat naturali e seminaturali nonché della flora e della fauna selvatiche”, con la realizzazione dei già citati corridoi, strutturati in una rete di aree naturali protette all'interno degli Stati membri della Unione Europea. Sono state individuate le specie e gli habitat che, per la loro importanza naturalistica e per la loro rarità risultano di particolare interesse ed è stata redatta una lista dei Siti di Importanza Comunitaria; in Italia il censimento di tali siti è affidato alle Regioni che si sono avvalse dell'attività dell'Università e di centri di ricerca locali. In particolare, il WWF Italia si è occupato della regione alpina e di quella mediterranea, e ha realizzato una Lista Rossa dei Vertebrati e delle piante italiane minacciate di estinzione e una relazione sui pesci delle acque interne.

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