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bottéga

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Lessico

sf. [sec. XIII; latino apothēca, der. dal greco apothekē, deposito, magazzino].

1) Locale a piano terra, che dà per lo più sulla via, nel quale vengono esposti e venduti prodotti di vario genere o che funge da piccolo laboratorio artigianale: tenere, far andare avanti una bottega, gestirla; andare, lavorare, stare a bottega, essere alle dipendenze di un imprenditore artigiano; mettere qualcuno a bottega, mandarlo a imparare un mestiere; prendere a bottega, assumere alle proprie dipendenze; fam. scherzoso: avere la bottega aperta, i pantaloni sbottonati. Fig., commercio, conduzione degli affari: aprire bottega, iniziare un'attività commerciale; chiudere bottega, cessare ogni attività commerciale o, in genere, rinunciare definitivamente a ciò che si è intrapreso; tornare a bottega, in argomento. In senso spregiativo, impresa dedita ad attività illegali, traffico illecito: far bottega, trarre guadagni disonesti.

2) Dal sec. XIV al XVI, laboratorio sia dell'artigiano (orafo, ceramista, vetraio, ecc.) sia dell'artista al quale, appunto come all'artigiano, si ricorreva per commissionare un quadro, un ritratto, una scultura o altro. Nella bottega il maestro, che aveva vere e proprie funzioni didattiche, operava valendosi della collaborazione di allievi e aiuti, a cui affidava in genere le parti meno impegnative o i particolari delle opere in lavorazione; viene pertanto definita opera di bottega quella non ritenuta autografa di un determinato artista, ma eseguita dai suoi scolari e collaboratori. La bottega traeva origine dalla tradizione corporativa medievale e il diritto di averne una propria era disciplinato da leggi e statuti, così come l'iscrizione degli allievi. La funzione della bottega mutò col variare della considerazione del committente verso l'artista; infatti, quando nel Rinascimento le arti figurative vennero considerate “liberali” e quindi distinte dalla “manualità” dell'artigianato, la bottega lasciò il posto allo studio e all'accademia, che nacquero appunto con lo scopo di innalzare il prestigio degli artisti e di renderli indipendenti dal dominio delle corporazioni. Celebri botteghe ebbero Giotto, il Ghiberti e i Della Robbia a Firenze, il Bellini Gentile e Giovanni a Venezia, i Bassano e lo Squarcione a Padova; tra le botteghe fiamminghe quella di R. van der Weyden, fra le tedesche quella di A. Altdorfer, fra le spagnole quelle di P. Serra e L. Borrassá.

Cenni storici ed etnologici

Testi e raffigurazioni sulle botteghe sono già presenti in Assiria e Babilonia, dove si trovano intere strade su cui aprivano botteghe artigiane dello stesso tipo. Già più tipizzata è la bottega nell'antico Egitto, dove si presenta anche come luogo di vendita non molto dissimile da quelle del Cairo nel Medioevo; quartieri di commercianti con botteghe fisse sorgevano a Damasco e a Samaria. Gli Arabi preislamici usavano la parola aramaica ḥanūt per indicare la bottega del vino (e tenuto conto che l'aramaico era allora la lingua parlata in tutto il Medio Oriente si può desumere la presenza di botteghe in tutta quell'area) e i loro poeti cantano gli allegri simposi che ivi si tenevano. Maometto proibì il vino ma non poté far scomparire la taverna, anche se questa era ritenuta un luogo infame. Accanto alla bottega del vino esistevano però anche drogherie, macellerie, tintorie, sartorie, ecc., raccolte spesso nel khān al khalīlī (mercato): avevano generalmente forma quadrangolare con una stanza sul fondo adibita a magazzino. Il venditore sedeva su una panchina in pietra o mattoni che correva su una parete e la merce era messa in mostra appesa a chiodi o disposta su scaffali. Questo tipo di bottega si ripete anche a Costantinopoli e altrove. Nel mondo occidentale la lingua greca conserva i nomi di bibliopoleíon e kreopólion per indicare la bottega dei libri e la macelleria. Roma invece denominò le varie botteghe con la voce comune taberna seguita da un aggettivo qualificante: sartoria, vinaria, argentaria, ecc. In origine in Grecia le botteghe erano semplici baracche montate con giunchi e ricoperte di tela, ma già nel sec. IV a.C. sorsero botteghe in muratura: molto note erano le botteghe che ad Atene si aprivano sotto il portico di Apollo. In età ellenistica le botteghe si aprivano anche lungo i lati delle vie; consistevano instanze rettangolari con una larga apertura sulla via. Le più belle si potevano ammirare sulle facciate dei palazzi sannitico-ellenistici di Pompei (sec. II a.C.); all'interno lungo le pareti facevano bella mostra eleganti armadi e il banco era in muratura o in legno. Grande sviluppo ebbero le botteghe nei pressi dei templi per la vendita di oggetti sacri e nei grandi centri commerciali; a Roma si moltiplicarono tra la fine della repubblica e l'inizio dell'impero, arricchendosi delle merci provenienti da tutto l'impero; vere botteghe di lusso si potevano ammirare sulla Via Sacra, nel Forum Pacis e nel Vicus Tuscus. Nel Medioevo le botteghe non si scostarono dalla forma di quelle romane: erano a pianterreno e situate in modo che potessero usufruire del massimo di luce e della maggiore superficie possibile per l'esposizione delle merci. L'apertura era chiusa da una parte o da entrambe da un muricciolo alto quasi un metro, sul quale si esponevano le merci; al centro o a un'estremità si apriva il vano, che serviva d'entrata; tettoie fisse o mobili riparavano la merce dal sole eccessivo o dalla pioggia. Questi tipi di botteghe sono ancora conservati sul Ponte Vecchio a Firenze. Si continuò l'antica usanza di riunire botteghe delle stesse merci in un'unica via o rione e per distinguerle le une dalle altre s'inventò l'insegna; di queste le più varie e singolari furono quelle delle osterie (pavone, gallo, colombe, fronde, ecc.). Più tardi il banco fece da divisorio alla bottega e mentre una parte dell'apertura sulla strada serviva da accesso alla clientela, l'altra era adibita a vetrina per la mostra dei prodotti. Nel sec. XVIII le botteghe diventarono sempre più comode e adorne all'interno, soprattutto i caffè che si trasformarono in luoghi di ritrovo; nel secolo successivo invalse invece l'uso di ridurre tutta la parete esterna dell'edificio a una mostra di prodotti; la tecnica si è orientata verso le grandi vetrine e alla disposizione dell'interno in modo da formare una continuità visiva con la vetrina. All'inizio del sec. XX frattanto il commercio delle botteghe si orientava verso la specializzazione, ma il grande magazzino tende al concetto di bottega venditutto, rispondente all'esigenza di poter fare acquisti d'ogni genere in breve tempo. Con l'ulteriore sviluppo dei grandi magazzini e negli ultimi due decenni del secolo XX dei centri commerciali, il numero delle botteghe si è progressivamente ridotto. La botteghe sopravvive più facilmente nei piccoli centri, oppure specializzandosi in merci particolari di nicchia o di tendenza, come botteghe antiquarie, di erboristeria, di artigianato locale o etnico. In questi casi spesso conserva la caratteristica di luogo di ritrovo.