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c

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Lessico

(pronuncia per esteso ci, dial. ), sm. o f. Terza lettera dell'alfabeto italiano: c maiuscolo o maiuscola "Vedi tabella vol. V, pag. 130" . "Per la lettera c come simbolo e abbreviazione vedi tabella al lemma del 4° volume."

Fonetica

La lettera c ha in italiano due valori fonetici: quello di un'occlusiva velare sorda, davanti alle vocali a, o, u o davanti a consonante (cane, coro, cura, credo, classe), e quello di una palatale sorda, davanti alle vocali i, e (cibo, cera). Davanti a queste ultime vocali il suono velare è rappresentato graficamente col digramma ch (chi, che), mentre davanti ad a, o, u il suono palatale è indicato col digramma ci (ciabatta, ciondolare, ciuffo). Il suono velare è articolato accostando il dorso della lingua al velo del palato, ma il punto di articolazione di chi, che è più spostato verso la parte anteriore del palato (prevelari o post-palatali) rispetto all'articolazione di coro, cura. Il suono palatale viene invece articolato nella parte del palato ancora più avanzata rispetto al luogo di articolazione delle prevelari.

Linguistica

La lettera c dell'alfabeto latino risale, probabilmente attraverso la mediazione etrusca, alla forma arcaica del gamma greco che a sua volta riproduce il segno fenicio gimel Ñ che sembra raffigurare schematicamente il collo del cammello (gamal) di cui, per il principio dell'acrofonia, passò a indicare il suono iniziale g. Ed effettivamente nei testi latini più arcaici c ha chiaramente il valore della velare sonora g (nel Lapis Niger del sec. VI a. C. troviamo recei=regi), e questo valore è rimasto nelle abbreviazioni dei prenomi C.=Gaius, Cn.=Gnaeus. Per influsso dell'etrusco, che non conoscendo le sonore usò il segno col valore della sorda, il segno c fu usato in latino anche col valore della sorda c. Però per questo suono il latino arcaico si serviva anche dei segni k e q che furono dapprima usati con una certa regolarità, secondo l'uso etrusco, in determinate condizioni: k davanti alla vocale a e a consonante (kalatorem, sakros), q davanti a o e u (qomes, pequnia), c davanti a e, i (feced, citra). Ma progressivamente il segno c sostituì in latino il segno k (che rimase solo in poche parolecome kalendae, Karthago, e nell'abbreviazione K.=Kaeso) e il segno q (che rimase solo davanti a u semivocale per indicare la labiovelare sorda (quis, sequor). Nel corso del sec. III a. C. si introdusse per la sonora il nuovo segno g (ottenuto da c con l'aggiunta di un trattino). L'occlusiva velare sorda c del latino può essere la continuazione sia della corrispondente velare indeuropea k (latino cruor, indiano antico kraviḥ) sia della palatale sorda indeuropea + che in indiano antico diventa q(latino centum, ind. ant. çatam); davanti a u può essere anche il risultato della delabializzazione della labiovelare qu (secutus rispetto a sequor). Nel sistema di numerazione romano la lettera C indica il numerale 100. Originariamente per questo numerale veniva usata la lettera greca thêta, che successivamente si trasformò in C per influsso dell'iniziale della parola latina centum.

Informatica

Linguaggio di programmazione realizzato nel 1972, in origine per il sistema operativoUNIX. Il linguaggio C associa le moderne prestazioni della programmazione strutturata, organizzata in modo da rendere trasparente, modulare e sintatticamente razionale il programma, con la capacità di accedere alle strutture di elaborazione con la stessa facilità di un linguaggio macchina. Il linguaggio C utilizza in modo particolarmente efficiente le risorse della macchina, e un programma scritto in C è facilmente trasferibile a tipi diversi di elaboratori. Il linguaggio è divenuto quindi uno standard per tutte le piattaforme hardware e con esso si realizzano i fondamenti di buona parte delle applicazioni software della rete Internet. Agli inizi degli anni Ottanta da C è stata sviluppata una versione successiva, C++, su cui si basa il linguaggio Java e che viene adottata spesso per le applicazioni di realtà virtuale.

Elettronica

Classe di funzionamento degli amplificatori in condizioni non lineari, che in regime sinusoidale hanno corrente di uscita nulla per un tempo superiore a mezzo periodo. Gli amplificatori di classe C sono impiegati per le trasmissioni a radiofrequenza di segnali audio, dove la rappresentazione fedele dell'onda portante è ininfluente, mentre è fondamentale l'efficienza elevata conseguibile (oltre il 60%).