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calcografìa

sf. [sec. XVI; calco-+ -grafia].

1) Incisione in cavo su lastra di metallo (ferro, zinco, acciaio, ma di preferenza rame) condotta con vari procedimenti tecnici.

2) La stampa ottenuta su torchio calcografico da lastra incisa con uno dei procedimenti calcografici. § In generale nella calcografia, a differenza della xilografia, s'incidono le linee che risulteranno nere nella stampa. L'incisione può avvenire sia direttamente per forza di mano (bulino, puntasecca, maniera nera) sia indirettamente con la mediazione di un mezzo chimico (acquaforte, acquatinta, vernice molle, maniere punteggiate, ecc.). Per la stampa, effettuata con apposito torchio calcografico, si usa inchiostro adatto (preriscaldato e distribuito sulla lastra per mezzo di un tampone) del quale si asporta l'eccedenza, lasciandolo cioè solo nelle parti incise; quindi la lastra viene posta sul piano del torchio, coprendola con il foglio di carta da stampare e con un feltro, e fatta poi passare sotto il cilindro di pressione. Storicamente la calcografia, originatasi forse nelle botteghe degli orafi e degli armaioli, si sviluppò in Europa verso la metà del sec. XV nelle regioni del Reno e nel Veneto, soppiantando in parte la più antica xilografia. La calcografia ebbe uno straordinario sviluppo a partire dal sec. XVI, quando al bulino si affiancò l'acquaforte e. § La calcografia è anche il metodo principale per la stampa dei francobolli. Con tale procedimento sono stati stampati i primi francobolli del mondo (1 penny e 2 pence inglesi emessi il 6 maggio 1840) e molti dei francobolli più belli, antichi e moderni.

3) Il deposito delle lastre (Calcografia del Louvre, Calcografia Nazionale di Roma).