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cantata

sf. [sec. XVII; da cantare2].

1) Canto prolungato e modulato eseguito per divertimento di solito fra più persone; frequente il dim. cantatina, specialmente per indicare cori popolari eseguiti alla buona: dopo la cena abbondante si fecero una cantatina.

2) Composizione vocale che ebbe la massima fioritura nei sec. XVII e XVIII, assumendo diverse forme nel corso della sua evoluzione, anche in rapporto alle diverse situazioni dei Paesi in cui si sviluppò (Italia, Francia e Germania). § L'origine della cantata è parallela a quella dell'oratorio e dell'opera: legata cioè all'avvento del basso continuo e dello stile monodico, agli inizi del sec. XVII. Il nome comparve per la prima volta nel 1629, con la pubblicazione a Venezia delle Cantade et arie a voce sola di A. Grandi, ma si riferiva a un tipo di composizione diffusa nella prima metà del secolo e presente già nelle Nuove musiche (1602) di G. Caccini e nelle Varie musiche (1609) di J. Peri. La composizione consta di varie strofe aventi intonazioni melodiche diverse, ma il basso uguale. In forme libere e varie, con alternanza di sezioni di recitativo o di arioso e ritornelli strumentali, la cantata si sviluppa a Roma, con L. Rossi e numerosi altri, toccando vertici altissimi con G. Carissimi. Decisivi furono poi i contributi di A. Stradella e A. Scarlatti: con quest'ultimo si definì la forma tipica della cantata italiana, che si articola in due arie di contrastante carattere, precedute da due recitativi. A volte la cantata assunse un carattere occasionale e celebrativo che mantenne anche nel sec. XIX. Anche in Francia la cantata incontrò grande diffusione: con M. A. Charpentier, allievo di Carissimi e primo autore francese di cantate, e, soprattutto, con A. Campra, N. Bernier, J. Ph. Rameau e molti altri. Uno sviluppo del tutto particolare ebbe la cantata in Germania, a causa della prevalenza che assunse la destinazione liturgica. Le Symphoniae Sacrae (1629) di Schütz sono vicine ai modelli italiani contemporanei; nelle composizioni successive si riscontrano invece una maggior partecipazione strumentale e l'intervento del coro. Accanto ai testi, alle melodie dei corali e alle citazioni bibliche si sviluppò il gusto per la libera elaborazione poetica dei testi religiosi (ricordiamo le pubblicazioni di E. Neumeister). Nacque così il tipo di cantata che costituì uno dei culmini dell'arte di J. S. Bach, in cui si succedono arie, corali, recitativi e brani di rigorosa struttura polifonica. Dopo la metà del sec. XVIII diviene difficile distinguere la cantata dall'oratorio. Prevalsero le cantate destinate a fini celebrativi, come quelle di Haydn e Beethoven; Mozart ne scrisse per cerimonie massoniche. Cantate furono pure scritte da Berlioz, Liszt, Schumann e Brahms, ma il genere aveva ormai perso un suo preciso carattere.