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carlino (lessico)

sm. [sec. XIII; dal nome di Carlo I d'Angiò].

1) Moneta coniata nel 1278 nella zecca di Napoli da Carlo I d'Angiò, in oro (ca. 4,40 g) e in argento (ca. 3,40 g), con lo scudo bipartito di Francia e Gerusalemme sul recto e la scena dell'Annunciazione sul verso (ebbe perciò anche la denominazione di saluto). Sotto Carlo II d'Angiò si ebbe una grande emissione di carlini d'argento con nuovi tipi, che dalla figurazione sul verso furono detti gigliati, imitati in Francia e in Oriente. Carlini d'argento con tipi e valori diversi furono coniati nel Regno di Napoli anche dagli Aragonesi, sotto il dominio spagnolo, e dai Borboni fino al 1859. Si denominarono carlini anche i grossi d'argento papali coniati a Roma da Urbano V in poi, riformati in seguito da Giulio II, da cui presero il nome di giuli, i pezzi da dieci scudi d'oro di Carlo Emanuele I e Carlo Emanuele II (carlini di Savoia) e quelli da 5 doppie d'oro di Carlo Emanuele III (carlini di Sardegna).

2) In loc. fig.: il resto del carlino, compimento, conclusione; dare il resto del carlino, lasciare ad altri l'incombenza di concludere qualche cosa; Il Resto del Carlino, titolo di un giornale derivato dalla consuetudine di dare come resto all'acquisto di un sigaro, pagato un carlino, un giornale del valore corrispondente.