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carme

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Lessico

sm. [sec. XIV; dal latino carmen, dal tema di canĕre, cantare].

1) Composizione poetica di ispirazione e forma classica: i carmi di Catullo, il carme secolare di Orazio, il carme dei Sepolcri di U. Foscolo.

2) Anticamente, formula magica, incantesimo, scongiuro; anche responso divinatorio.

Letteratura

Carmi erano anche i componimenti poetici recitati o cantati durante conviti e trionfi nella Roma imperiale. Carmi conviviali, canzoni in cui nell'antica Roma i convitati cantavano a turno, con accompagnamento di flauto, le gesta degli uomini illustri, viventi o remoti, con mescolanza di storia e di leggenda. Per noi interamente perduti, vi si può però riconoscere l'origine dell'epica romana e più particolarmente del leggendario della città: la sua fondazione, le prime guerre, gli eroismi degli antenati delle principali famiglie. Carmi trionfali, motti e scherzi che i soldati romani lanciavano all'indirizzo del loro generale durante la cerimonia del suo ingresso trionfale in città. La tradizione è antichissima, ma i pochi frammenti a noi giunti sono di epoca piuttosto tarda, pur rispecchiando un modello molto anteriore. Carmi figurati, poesie che nella disposizione dei versi, più o meno lunghi, riproducevano l'immagine schematizzata dell'oggetto indicato dal titolo. Nati nella Grecia in età alessandrina, forse furono in origine iscrizioni votive che dovevano adattarsi alla forma dell'oggetto su cui erano scritte; in seguito divennero un gioco o, meglio, technopaegnia, scherzi fatti con arte, imitati dai Romani e da alcuni poeti del Rinascimento. Esempi di questo genere, conservati nel XV libro dell'Antologia Palatina, sono: La scure, L'uomo, Le ali, di Simia di Rodi (sec. III a. C.); La zampogna, La conocchia, attribuiti a Teocrito; L'altare, di Dosiada.