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cavallerìa

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Lessico

sf. [sec. XIII; da cavaliere].

1) Milizia a cavallo, distinta dal sec. XVI in cavalleria pesante o leggera, secondo il tipo di armatura; concretamente, l'insieme dei soldati a cavallo. Ant., qualsiasi tipo di milizia; guerra, campagna militare.

2) Una delle cinque armi in cui oggi è diviso l'esercito italiano: sergente di cavalleria.

3) Fig.: passare in cavalleria, detto di oggetti dati in prestito e non più restituiti, di promesse mancate e simile. Scherzoso, specialmente nel gergo dei militari, per indicare i pidocchi, le cimici e gli altri parassiti che si annidano sulle persone o nelle camere.

4) Istituzione a carattere militare e religioso sorta nell'ambiente della nobiltà feudale del Medioevo. Per estensione, il complesso di norme e valori morali propri dell'istituzione medievale; quindi, in senso fig., modo d'agire cortese, leale, generoso; comportamento da gentiluomo: rispettare le regole della cavalleria; sa trattare con cavalleria le donne.

5) Antiq., grado e onorificenza di cavaliere: “Si conferiva ai nobili scudieri l'onore della cavalleria” (Muratori).

Storia: generalità

Antichissimo è l'impiego come strumento di guerra del cavallo: popoli di grandi capacità guerresche ebbero infatti in grande onore l'arma a cavallo. I Persiani usarono la cavalleria in modo magistrale, eccellendo soprattutto nei rapidi spostamenti delle masse montate. Presso i Greci la cavalleria non ebbe grande sviluppo perché il terreno della penisola ellenica poco si adatta alle caratteristiche dell'arma a cavallo; inoltre scarsa era la produzione equina e di scarso pregio. Con Alessandro Magno la cavalleria diventa la principale arma offensiva e, impiegata in massa, costituisce l'elemento risolutivo dell'azione. Presso i Romani la cavalleria, presente nella legione con un reparto di circa trecento cavalieri, costituiva una formazione secondaria, mentre la cavalleria del grande avversario di Roma, Annibale, surclassava quella romana. Una rivalutazione della cavalleria si avrà nell'età imperiale, nelle continue guerre contro i barbari dotati di scelta e veloce cavalleria. L'imperatore Gallieno creò grossi corpi di cavalleria indipendenti dalle legioni e raggruppabili sotto un unico comando. La grande epoca della cavalleria fu il Medioevo. Essendo scarsa e poco efficiente la fanteria, la cavalleria fu il nerbo degli eserciti feudali. La battaglia della cavalleria medievale era assai semplice. I cavalieri si schieravano su una sola riga e affrontavano la riga dei cavalieri avversari al galoppo, prima combattendo con la lancia e poi con la spada. La battaglia si scomponeva così in tanti combattimenti individuali nei quali unico fattore di vittoria era l'abilità personale. Quando comparvero sul campo di battaglia le prime armi da fuoco (ca. metà del sec. XIV), la cavalleria si trovò a dover combattere contro una fanteria bene armata ed equipaggiata e fu costretta quindi a cercare maggiore protezione. Il cavaliere caricò se stesso e il cavallo di ferro ma la cavalleria perse così quella che era la sua caratteristica: la mobilità. Nel sec. XVII, cominciando dalla Germania, la cavalleria abbandonò del tutto la lancia e le armi difensive per adottare anch'essa le armi da fuoco. La tendenza a ridare alla cavalleria le sue classiche qualità di mobilità e di urto, manifestatasi con Gustavo Adolfo di Svezia, si attuò pienamente con Federico II di Prussia e con Napoleone I, che ebbe grande fiducia nell'impiego della cavalleria utilizzandola sempre come potente mezzo di manovra, atto allo sfruttamento del successo e allasoluzione di situazioni critiche. Ad Austerlitz la cavalleria francese sconfigge quella nemica; a Jena travolge i Sassoni; a Eylau carica e disperde la fanteria russa. Il periodo napoleonico ridiede alla cavalleria la fama cruenta di arma della decisione, ma le guerre del sec. XIX non tennero più conto di tale lezione. Solo nella guerra di Secessione americana si ebbe un impiego di tipo napoleonico: cariche di 10-12.000 cavalieri, incursioni a largo raggio a scopo ricognitivo o per la distruzione di magazzini nelle retrovie nemiche. L'eredità americana fu raccolta in parte dall'esercito prussiano che la applicò durante la guerra contro la Francia nel 1870-71, con gli adattamenti imposti dalle diverse proporzioni geografiche e dal diverso terreno. Nel periodo successivo alla guerra franco-prussiana le cavallerie dei principali eserciti rielaborarono la dottrina d'impiego dell'arma. La cavalleria fu addestrata anche al combattimento a piedi, in cooperazione con unità di mitragliatrici e di artiglieria. La prima guerra mondiale confermò che l'impiego dell'arma a cavallo nelle forme tradizionali non era più possibile e successivamente si accentuò presso tutti gli eserciti il processo tendente a sostituire la cavalleria montata con truppe motorizzate e corazzate. La seconda guerra mondiale vide la scomparsa della cavalleria montata come arma combattente, a eccezione di alcuni episodi, come la carica della cavalleria polacca contro i carri armati tedeschi nel 1939 e la carica della cavalleria italiana in Russi. Tutti i reparti di cavalleria degli eserciti in lotta furono trasformati in reparti corazzati dando così vita alla cavalleria blindata. Solo l'Unione Sovietica mantenne a cavallo intere divisioni di cavalleria. La cavalleria blindata comprende unità di autoblindo, motociclisti, carri armati medio-leggeri, cannoni controcarro, elicotteri, pionieri, trasmissioni, ecc. I compiti della cavalleria blindata possono essere esplorativi, per determinare lo schieramento e la consistenza delle forze nemiche; di sicurezza, sia come reparti di sicurezza sia come avanguardia; offensivi, mediante puntate offensive, collegamenti tattici, interventi in combattimento come unità di manovra, azioni antiparacadutisti, antiaviosbarco, antiguerriglia, e difensivi, come la protezione di reparti operanti, manovre ritardatrici, ecc.

Storia: evoluzione organica della cavalleria italiana

La cavalleria italiana trae origine dalla cavalleria dell'esercito sardo riordinata con decreto 3 gennaio 1850 su nove reggimenti, quattro di linea e cinque leggeri. Nel 1860, dopo l'annessione della Toscana e dell'Emilia, i reggimenti di cavalleria salirono a 17, anche con l'aggiunta dei quattro reggimenti costituiti l'anno precedente dai governi provvisori dell'Italia centrale. Con l'incorporazione dei contingenti delle province meridionali i reggimenti di cavalleria raggiunsero nel 1863 il numero di 19, così ripartiti: quattro di linea, sette di lancieri, otto di cavalleggeri. L'ordinamento del 1871 articolò l'armata di cavalleria in venti reggimenti, dando loro un numero progressivo e sopprimendo le distinzioni di cavalleria di linea, lancieri, cavalleggeri, guide e ussari. Nel 1873 i venti reggimenti vennero ripartiti in nove brigate. All'inizio della prima guerra mondiale i reggimenti di cavalleria erano trenta, sedici dei quali riuniti in otto brigate a loro volta inquadrate in quattro divisioni, e quattordici di truppe suppletive o supporti di corpo d'armata. Nel 1919 l'arma di cavalleria venne ridotta a sedici reggimenti, l'anno successivo a dodici. Negli anni Trenta vari reggimenti di cavalleria contribuirono a costituire, con reparti di bersaglieri e di artiglieria, le unità celeri. Si iniziava anche in quegli anni il processo di motorizzazione della cavalleria. Alla seconda guerra mondiale la cavalleriapartecipò con le sue varie specialità e con tutti i suoi reparti, prima sul fronte alpino occidentale, poi sul fronte greco-albanese, in Iugoslavia, in Croazia, in Russia, ove il reggimento “Savoia Cavalleria” effettuò, il 24 agosto 1942 a Isbušenskij, quella che viene considerata l'ultima carica nella storia della cavalleria (pur se il 17 ottobre successivo i “Cavalleggeri di Alessandria” eseguirono una carica a Poloj, in Croazia). Si accelerava nel frattempo la meccanizzazione dell'arma. A Pinerolo, presso la Scuola di cavalleria, venne istituito nel 1941 un Centro di Addestramento Autoblindo, mentre presso i depositi dei rispettivi reggimenti vennero costituiti alcuni gruppi squadroni corazzati, due dei quali, dei reggimenti “Nizza Cavalleria” e “Lancieri di Novara”, vennero inviati in Africa settentrionale ove operò anche il Raggruppamento Esplorante Corazzato (RECo) “Cavalleggeri di Lodi”. Dopo l'armistizio (8 settembre 1943) in Grecia i reggimenti “Lancieri di Aosta”, “Cavalleggeri di Aosta” e “Cavalleggeri Guide” presero parte attiva alla guerra partigiana, mentre ufficiali, sottufficiali e soldati di cavalleria combatterono nel Corpo Italiano di Liberazione inquadrati nel “Raggruppamento Guide”, nello Squadrone autonomo Paracadutisti “F” e nello Squadrone Cavalleria del IX Reparto d'Assalto. A cominciare dal 1946 ebbe inizio la ricostituzione di reparti di “cavalleria blindata”; tale denominazione venne abbandonata nel 1958 quando tornò a chiamarsi semplicemente cavalleria.

Storia: istituzioni medievali

La cavalleria è una istituzione della vita politica del tardo Medioevo, intimamente legata al feudalesimo e caratterizzata da uno spirito corporativistico, che, in quell'epoca, legava un individuo all'altro nel vincolo della stessa condizione sociale. Il cavaliere medievale è prima di tutto un miles: la milizia costituisce l'essenza della sua vita e la cerimonia che a essa l'ha aggregato con i momenti diversi del rito (colpo di piatto della spada o della mano dell'investitore sulla spalla del candidato, benedizione della spada, vestizione delle armi) gliene ricorderà sia la natura sia i diritti e i doveri. Il cavaliere, oltre che miles, è anche vassallo, legato a un signore, che gli fornisce i mezzi di sussistenza e tutto il necessario per armarsi in cambio della fidelitas, che lo lega a lui e ne fa un suo uomo. In questa rigida struttura sociale non vi è posto per il “cavaliere errante”, che agisce al di fuori del contesto sociale del suo tempo, e che vive solo nei testi delle chansons de geste e dei romans in lingua d'oc e d'oïl. Ma d'altronde la stessa Chanson de Roland (sec. XII), con il suo richiamo alla fidelitas del vassallo al suo signore, assume un atteggiamento polemico contro il cavaliere che ha dimenticato tale fedeltà, allontanandosi dal suo ideale. La cavalleria è stata sempre legata alla vita feudale e non è mai stata autonoma, anche se non sono mancati casi di singoli cavalieri che hanno agito in proprio. A conferma consideriamo l'esempio della Francia, dove la cavalleria si muove nell'ambito della corte feudale: il giovane che intende diventare cavaliere è addestrato con esercizi quotidiani alla corte signorile e passa per i vari stadi dell'addestramento fino alla piena maturità professionale. Una volta fatto cavaliere, avrà diritto a creare altri cavalieri, purché forniti dei necessari requisiti (nobiltà di tradizione e valentia nel mestiere delle armi). A questa cavalleria manca però ogni prerogativa sovrana o un capo, per cui non è possibile configurarla come un'istituzione, e ha un'esistenza giuridica solo in quanto legata ad altri istituti. Le cerimonie della vestizione, pur nella loro solennità, vivono e acquistano valore solo se significano il punto d'arrivo di un serio addestramento professionale. Così spogliata dei miti del “cavaliere errante”, “senza macchia e senza paura”, la personalità del cavaliere medievale perde alquanto del suo alone romantico, ma acquista in realtà, perché è radicata nella struttura della sua società. Accanto a una cavalleria di corte troviamo una cavalleria comunale. Era diritto dei Comuni infatti (e lo testimonia la Constitutio di Federico I) l'exercitium o diritto di heribanno e quindi la facoltà di creare una propria cavalleria, all'inizio come corpo militare e poi come “dignità”. E anche in questo caso è l'ordinamento feudale a spiegarcene l'origine: Corrado II aveva reso ereditari i feudi dei valvassori e dei valvassini, signori irrequieti che non perdevano occasione di opporsi ai grandi feudatari e che, per avere maggiore libertà di azione, si erano raccolti nei Comuni, formandone il primo nucleo militare. In Italia lo sminuzzamento del feudo, iniziato a metà del sec. XI, è già un fatto compiuto alla fine del secolo seguente per la mancanza del diritto di primogenitura ed è fatto abbastanza comune trovare valvassori e valvassini al servizio dei Comuni; ben diversa la situazione in Francia, dove l'esistenza e l'applicazione rigida di tale diritto tiene i cadetti vicino al fratello titolare del feudo come funzionari e amministratori; in Germania la cavalleria è solo una suddivisione dell'esercito: il Dienstmann è un soldato equipaggiato dal suo signore e può essere inizialmente anche solo un servo; in Spagna, invece, la cavalleria si sviluppa come gruppo autonomo, per l'ostilità continua con i Mori, che porta anche alla creazione di gruppi staccati dal potere centrale e periferico, pronti a ogni colpo di mano: lo testimonia l'epopea del Cid Campeador; uno spiccato spirito individualistico si trova presso i Normanni, dove sono in molti a evadere dagli stretti schemi dell'organizzazione statale per cercare avventure lontane, in Gran Bretagna o nell'Italia meridionale; dove invece la cavalleria rimane attaccata al tipo francese con la più ortodossa fedeltà e si canonizza in disciplinato coordinamento di forze è negli ordini religioso-cavallereschi (Giovanniti, Templari, Teutonici). Svincolati dal feudo eppure organizzati secondo le più rigide istituzioni feudali (gerarchia feudale, amministrazione cluniacense, elettorato sul tipo benedettino), questi ordini rappresentano forse, nel nascere e nel loro fiorire, ancor lontani dalle ombre del tramonto, l'ideale della cavalleria.

Per l'arte militare

Pezzi-Siboni, La cavalleria italiana nella campagna di guerra per l'indipendenza d'Italia nel 1848, Milano, 1948; N. Papafava dei Carraresi, La cavalleria italiana nella guerra 1915-1918, Padova, 1958; G. Vitali, Trotto, Galoppo... carica! Storia del raggruppamento truppe a cavallo. Russia (1942-1943), Milano, 1985.

Per la cavalleria nel Medio Evo

V. Langlois, La vie en France au Moyen- Age, Parigi, 1928; A. Parducci, Costumi ornati, Bologna, 1928; E. Prestage, Chivalry, New York, 1928; G. Cohen, Histoire de la Chevalerie en France au Moyen- Age, Parigi, 1949; F. Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Casellina di Scandicci, 1981.

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