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cibòrio

sm. [sec. XVI; dal latino ciboríum, che risale al greco kiborion, propr. guscio della fava d'Egitto e specie di vaso che ne ricorda la forma].

1) Specie di abitacolo, facente parte dell'altare, destinato alla conservazione dell'Eucarestia. § All'inizio (sec. IV) e fino al sec. XII ebbe la forma di baldacchino, sostenuto da colonne. All'esterno era ricoperto da tende, significanti la presenza del Signore (Esodo 26,31-36). Con il sec. VIII all'interno del ciborio era appeso un vaso d'oro o d'argento a forma di colomba, contenente le specie eucaristiche, poi sostituito con la pisside.

2) Coppa, vaso; in particolare, ostensorio, pisside.§ In arte si ricordano i cibori frammentari di S. Clemente e di S. Prassede a Roma; quello completo di S. Prospero a Perugia (sec. VII). In età preromanica e romanica il ciborio si ornò spesso di rilievi in stucco sulle quattro fronti dell'edicola (ciborio di S. Ambrogio a Milano e di S. Pietro al Monte a Civate). A Roma (S. Giorgio in Velabro, S. Lorenzo fuori le Mura) e nel Lazio, tra i sec. XII e XIII era diffuso un tipo particolare di ciborio, con giri sovrapposti di colonnine, che passano dalla pianta quadrata a quella poligonale. Notevolissimi nel periodo gotico i cibori di Arnolfo di Cambio (Roma, S. Paolo fuori le Mura, 1285, e S. Cecilia in Trastevere, 1293), con pinnacoli, guglie e altri elementi tipici di quell'architettura. Durante il Rinascimento gli orafi si adeguarono alle nuove forme architettoniche e apparvero le colonnine, i timpani, le cupolette. Nel 1500, in Spagna, vennero realizzati, specialmente dagli Arfe, cibori straordinariamente ricchi che vennero poi imitati anche in Italia; ne è un esempio il ciborio di Paolo Gilli (sec. XVI) nella cattedrale di Enna. Singolare la forma del ciborio attuata dal Bernini nel baldacchino di S. Pietro a Roma, che ne rievoca l'origine strutturale e il primitivo valore liturgico e simbolico.