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clientèla

sf. [sec. XVI; dal latino clientēla].

1) Nell'antica Roma, il rapporto di dipendenza che legava un individuo a un patrono o a un protettore.

2) Per estensione, l'insieme di coloro che, per essere protetti, appoggiano un cittadino potente o influente. Il rapporto di clientela presenta come caratteristiche l'interpersonalità; il paternalismo, per cui le vere intenzioni dello scambio vengono attenuate dall'esplicitazione di sentimenti di generosità e favoritismo, da parte del patrono, che generano devozione e affidamento da parte del cliente; la sovraordinazione del patrono rispetto al cliente, cioè una posizione di vantaggio del primo rispetto al secondo; il ruolo di intermediario svolto dal patrono fra struttura socio-politica e cliente. Particolare importanza assumono i rapporti clientelari in politica, il cui oggetto è lo scambio, quasi sempre mediato, tra atti di potere e sostegno politico (vedi anche clientelismo).

3) I clienti di un negozio, di un professionista, ecc.: “Aveva ereditato una vecchia clientela campagnola” (Calvino). § In economia aziendale, l'insieme delle ditte, società ed enti pubblici ai quali un'impresa vende i suoi prodotti o i suoi servizi. Da un'analisi delle condizioni presumibili di domanda della clientela si giunge alla determinazione della quantità vendibile che concorre alla formazione del preventivo delle vendite. In un'impresa bancaria, clientela attiva, l'insieme delle persone che ottengono prestiti originando le operazioni attive d'impiego dopo un'attenta valutazione della loro importanza economica e del ramo di attività svolta; clientela passiva, l'insieme delle persone che forniscono mezzi finanziari originando le operazioni passive o di provvista di fondi; clientela effettiva, l'insieme delle persone con cui una banca ha relazioni di affari; clientela potenziale, l'insieme delle persone che possono in futuro svolgere operazioni con una banca. § Per il diritto, vedi concorrenza.

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