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Descrizione generale

Sf. [sec. XX; da clone].Tecnica biologica mediante la quale si ottiene un individuo geneticamente identico al progenitore. È possibile far moltiplicare e coltivare cellule della più diversa origine e ottenere la clonazione di un animale superiore; ciò è alla base di tutti gli studi di trasformazione del patrimonio genetico, data la possibilità di ottenere da cellule variamente modificate individui con nuove caratteristiche ereditarie. In particolare, clonazione genica, tecnica di ingegneria genetica che consiste nel trasferimento di uno o più frammenti di DNA di un certo organismo in un vettore molecolare e nell'introduzione di quest'ultimo in un altro organismo, nel quale i geni possono esprimersi ed essere trasmessi indefinitamente attraverso generazioni successive. Si ottengono così ceppi di cellule trasformate (cloni) in grado di riprodurre il carattere codificato dai geni trasferiti. Tale tecnica apre possibilità vastissime, rendendo possibile che cellule viventi producano sostanze naturali complesse, come ormoni umani e animali, fattori di crescita, linfochine, enzimi, proteine e vaccini scarsamente disponibili.

Genetica

La combinazione delle tecniche di biologia ed embriologia molecolare hanno permesso la clonazione di organismi complessi. Un organismo è identico a se stesso se il suo DNA è lo stesso e le cellule somatiche, quelle che costituiscono il corpo, contengono lo stesso DNA anche se durante il differenziamento assumono aspetti e strutture molto diversi. Le cellule germinali invece vanno incontro durante la loro maturazione a fenomeni di ricombinazione tra il corredo cromosomico materno e il corredo paterno che fanno sì che ciascun gamete prodotto sia unico e quindi diverso da ciascun altro. Per questo nella riproduzione sessuale ogni individuo è unico. Solo nel caso dei gemelli monovulari, un embrione allo stadio di due cellule si divide e dà origine a due embrioni distinti, che, maturando, daranno origine a due individui molto simili. La clonazione consiste nel generare individui identici a se stessi usando come materiale genetico il DNA delle cellule somatiche. Cellule embrionali di un determinato animale (è stato fatto con topi, pecore e scimmie) vengono divise e il loro DNA viene rimosso e sostituito con il DNA di cellule somatiche di un individuo della stessa specie. Gli embrioni vengono impiantati nell'utero di “madri ospiti”, perché portino a compimento la gestazione. Gli individui che riusciranno a nascere (i numeri di questi impianti che hanno successo sono molto bassi) saranno tutti uguali perché il loro DNA è identico. Tuttavia gli individui nati saranno identici tra loro, ma non perfettamente identici all'individuo di origine, perché nell'embrione dove il suo DNA è stato impiantato, sono presenti componenti cellulari, come i mitocondri che derivano dall'uovo dal quale l'embrione è stato originato. Questi esperimenti sono stati al centro di violenti dibattiti. I governi di molti Paesi hanno chiesto una loro sospensione a causa delle forti implicazioni etiche legate a queste nuove possibilità della biologia (vedi manipolazione). .

Cenni storici

I primi esperimenti di clonazione sono stati condotti su organismi estremamente semplici a partire dalla fine dell'Ottocento. Uno dei primi ricercatori a registrare un successo fu l'embriologo tedesco Hans Drieskh, che riuscì a trasferire il nucleo di una cellula muscolare di un riccio di mare all'interno di una cellula nervosa dello stesso organismo, ottenendo un embrione normale. Da allora fu necessario quasi un secolo di tentativi prima di ottenere nuovi risultati significativi. Già nel 1938 fu proposto un esperimento ardito: prelevare il nucleo da una cellula di un individuo adulto e di trasferirlo nel citoplasma di una cellula uovo enucleata per capire se il nucleo di una cellula differenziata fosse in grado di riprogrammare l'informazione. Un passo in avanti fu fatto alla metà del Novecento dagli americani Robert V. Briggs e Thomas J. King, che riuscirono a perfezionare la tecnica. Nel 1952 si conseguirono i primi risultati, mal riusciti, su girini: due ricercatori inglesi riuscirono a trapiantare il nucleo di una cellula di embrione di rana in un ovulo. I primi risultati positivi vennero però ottenuti nel 1967 dal biologo inglese John B. Gurden. Nei suoi esperimenti, condotti sugli anfibi, Gurden trasferì il nucleo di una cellula dell'intestino di una rana sudafricana in una cellula uovo di un animale della stessa specie, ottenendo così il primo clone di un vertebrato. Nel1981 venivano ottenuti i primi topi clonati attraverso l'inserimento di nuclei prelevati da cellule embrionali in oociti enucleati, dimostrando così che era possibile clonare anche i mammiferi. Da allora veniva perfezionata la tecnica di divisione embrionale per ottenere individui identici, ma soltanto con la nascita della pecora Dolly veniva dimostrata la possibilità di clonare un mammifero complesso a partire da una cellula adulta. Dolly è stato infatti il primo mammifero della storia clonato a partire da un individuo adulto. I ricercatori del Roslin Institute di Edimburgo hanno prelevato cellule della ghiandola mammaria di una pecora adulta, ne hanno rallentato la divisione cellulare e le hanno trasferite in un ovulo privato del suo nucleo. Quest'ultimo è stato poi trapiantato nell'utero di una terza pecora che ha dato alla luce Dolly. Questo risultato non ha però dato chiare informazioni. Non ha chiarito infatti quale cellula somatica ha generato Dolly (cellule epiteliali, fibroblasti, linfociti, tutte provenienti dalla ghiandola mammaria). In campo zootecnico il vantaggio di clonare un animale adulto è dato dal fatto che si possono valutare le caratteristiche di partenza e decidere di riprodurle attraverso la clonazione. La clonazione di mammiferi è continuata quindi solo per interessi applicativi in ambito zootecnologico e, allo stesso tempo, si è dato l'avvio a una serie di discussi esperimenti concernenti la clonazione di embrioni umani. La comunità scientifica, escludendo l'ipotesi di clonare l'uomo per fini riproduttivi, ha percorso la strada della clonazione terapeutica: la possibilità cioè di trasformare una cellula adulta in una cellula embrionale totipotente, da ritrasformare poi in un tessuto utilizzabile per riparare organi danneggiati. Tale percorso ha offerto principalmente due vantaggi: da un canto evitare il problema etico legato all'impiego di embrioni, dall'altro superare il problema del rigetto da parte dell'organismo dal momento che i tessuti si ottengono per clonazione delle stesse cellule del paziente da curare. All'inizio del 2004 un'équipe di ricercatori coreani dell'Università Nazionale di Seul insieme a colleghi dell'Università del Michigan è riuscita a clonare un embrione umano, riproducendo una sequenza completa di cellule staminali in laboratorio. La tecnica adottata è stata quella che ha portato alla clonazione della pecora Dolly.

Sociologia

Attraverso un continuo perfezionamento delle teorie e dei metodi d'indagine, questa disciplina sta elaborando e trasferendo, in opportunità di applicazione, l'intuizione del monaco boemo Gregor Mendel, che a metà dell'Ottocento aveva dimostrato l'ereditarietà dei caratteri. La scoperta dei geni e del loro funzionamento non poteva avere applicazioni pratiche fino all'avvento dell'ingegneria genetica. Queste conoscenze hanno avuto le prime importanti ricadute pratiche quando si è riusciti a clonare geni umani e a farli operare in cellule adatte, dove producono proteine, spesso utilizzate nella produzione di farmaci. Le scienze sociali hanno iniziato a misurarsi con le tematiche che queste nuove scoperte hanno suscitato soltanto a partire dalla metà degli anni Ottanta, muovendo dalla convinzione che si rende necessario un nuovo sistema etico-normativo, che discende dal progresso scientifico e tecnologico e che va preliminarmente sottratto a rappresentazioni banalmente apologetiche o, viceversa, pregiudizialmente apocalittiche. Bisogna piuttosto combattere quell'inquietudine, spesso indotta dall'ignoranza o dalla paura, che puntualmente si presenta nella storia delle società umane di fronte alle grandi sfide della scienza, alimentando quel fenomeno di moral panic (allarme sociale) che quasi mai aiuta una corretta comprensione delle opportunità, dei vincoli e dei pericoli che il progresso scientifico porta con sé. Un primo elemento di razionalizzazione consiste nello sviluppo dei sistemi esperti, come il sociologo Anthony Giddens definisce i grandi apparati del sapere contemporaneo. Sistemi fondati sulla professionalità degli operatori, su codici deontologici rigorosi, su finalità sociali e su una razionale valutazione dei costi e dei ricavi nell'esercizio della responsabilità scientifica. Anche in questo caso, peraltro, un problema squisitamente scientifico si mescola a una questione di ordine sociologico controversa. Ulrich Beck, studioso del rapporto fra conoscenza e mutamento sociale, sostiene infatti che i progressi scientifici hanno reso la comunità degli esperti sempre più divisa rispetto alle cosiddette opzioni di valore. In altre parole, in quella che Beck definisce Risikogesellschaft (la società del rischio) è difficile trovare risposte sicure e assolute a problemi che coinvolgono l'ordine morale, dall'aborto all'eutanasia, dalla liceità delle produzioni transgeniche alla clonazione Gli scienziati, giunti alle soglie dei “grandi misteri”, preferiscono spesso un atteggiamento di prudenza, tendono a evitare pronunciamenti categorici, trasferiscono la responsabilità delle decisioni alla sfera politica, che, non appartenendo ai sistemi esperti descritti da Giddens, dovrebbe valersi delle competenze di questi come ausilio fondamentale per decisioni che implicano straordinarie responsabilità. Nel caso in questione, ad esempio, il solo punto su cui sembra si possa registrare un accordo relativamente ampio concerne la preliminare distinzione concettuale fra clonazione applicata agli animali e clonazione che possa interessare gli esseri umani. Per quello che riguarda gli animali l'opinione pubblica sembra a sua volta essere percorsa da atteggiamenti diversi. Il primo atteggiamento discende da una rappresentazione solo strumentale, per cui gli animali non sono che uno strumento di possibile beneficio per l'uomo, passibili di qualunque forma di “trattamento” nell'interesse della specie superiore. Diversa è la posizione di quanti ritengono che i viventi non umani posseggano almeno il diritto di vedere rispettata la loro natura psichica – e perciò la loro dimostrata capacità di patire e di godere - pur senza contestare una prospettiva valoriale di tipo gerarchico, che conferisce il primato alla vita e al benessere dei viventi umani. Un terzo atteggiamento è quello assunto da studiosi del comportamento animale, da biologi e da opinionisti che affermano il principio del diritto alla vita come valore assoluto, indistintamente applicabile tanto agli esseri umani quanto ai viventi non umani. Una posizione che dilata la nozione di universalità del diritto, sollevando non semplici questioni di ordine filosofico e sollevando in materia opinioni controverse in ambito scientifico (si pensi al dibattito sulla vivisezione). Questi distinti atteggiamenti, prodotto della secolarizzazione della cultura occidentale, rinviano ancora una volta a quel politeismo di valori descritto da Weber agli inizi del Novecento e puntualmente riproposto da una discussione controversa come quella che riguarda la clonazione

Bibliografia (per la genetica)

C. Cirotto, S. Privitera, La sfida dell'ingegneria genetica, Assisi, 1985; K. Drlica, Introduzione all'ingegneria genetica, Milano, 1985; A. Serra, E. Sgreccia, M. L. Di Pietro, Nuova genetica e embropoiesi umana, Milano, 1991.