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colchicina

sf. [sec. XIX; da colchico]. Alcaloide contenuto nei semi e nei bulbo-tuberi del colchico. È una polvere giallastra, amorfa, di sapore amaro, solubile in acqua, alcol, cloroformio; esposta all'aria imbrunisce. La colchicina favorisce l'escrezione dell'acido urico e ha proprietà analgesiche e antinfiammatorie, in virtù delle quali trova impiego in medicina per combattere gli episodi di gotta acuta. Le applicazioni terapeutiche della sostanza sono tuttavia limitate dalla sua notevole tossicità a carico dell'apparato digerente, che si manifesta già alle dosi terapeutiche. Ha la capacità di bloccare la mitosi cellulare allo stadio di metafase, impedendo la formazione del fuso e quindi la divisione della cellula. A questo effetto citotossico sono sensibili soprattutto le cellule vegetali e quelle animali aventi un vivace ritmo riproduttivo, come per esempio gli elementi epiteliali del tratto digerente e i leucociti. In passato la colchicina e un suo derivato di sintesi, la desacetil-metilcolchicina, sono stati impiegati nella terapia antineoplastica, specie nel trattamento delle leucemie linfoidi. Nelle colture di cellule in vitro l'alcaloide provoca la formazione di elementi diploidi e poliploidi, poiché, mentre blocca la divisione cellulare, non ostacola la duplicazione del corredo cromosomico. Per tale proprietà, viene spesso utilizzata in genetica nelle ricerche di laboratorio.

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