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commèrcio

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Lessico

sm. [sec. XIV; dal latino commercíum].

1) Attività economica che, mediante compravendita, attua il trasferimento di beni dal produttore al consumatore o a un altro produttore. È sostanzialmente un complesso di scambi e ha pienamente il carattere di attività produttiva, non diversamente dall'agricoltura e dall'industria, in quanto conferisce nuovo valore e maggiore utilità ai beni. Essere in commercio, di prodotto disponibile nella rete distributiva; darsi al commercio, essere nel commercio, esercitare il commercio, praticare la compravendita di merci.

2) Fig., corrispondenza, scambio di idee, rapporto fra persone: “Che corresse fra quegli habitués un qualche commercio intellettuale, ... questo sarebbe stato un po' difficile ad affermarsi” (Montale). Anche corrispondenza epistolare: “Prescrisse al bibliotecario che mantenesse commercio con gli uomini più dotti d'Europa” (Manzoni). Per estensione, rapporto personale: aver commercio con qualcuno, essere in relazione con qualcuno, anche in senso amoroso.

Economia: generalità

Il commercio si distingue in: commercio all'ingrosso, se riguarda grandi quantitativi di merci ed è diretto ad altre imprese di commercio; commercio al minuto (o al dettaglio), se riguarda quantitativi limitati di merce ed è diretto al consumatore; commercio , se è svolto tra operatori di uno stesso Stato; commercio estero o internazionale, se è svolto tra operatori di Stati diversi; commercio d'importazione, se riguarda le merci provenienti da un altro Stato; commercio d'esportazione, con riferimento alle merci dirette a un altro Stato; commercio di transito, per le merci che transitano temporaneamente sul territorio di uno Stato. § Commercio a termine, insieme delle contrattazioni effettuate nelle Borse merci nel mercato dell'indisponibile o a termine con scopo prevalentemente speculativo.

Economia: analisi e teorie sul commercio internazionale

Le prime analisi dello scambio fra nazioni risalgono alla fine del sec. XV con il sorgere degli Stati nazionali e sono dovute ai mercantilisti (sec. XVI-XVII), che facevano consistere la ricchezza di uno Stato nella maggiore disponibilità possibile di metalli preziosi e reputavano necessario controllare le importazioni e incoraggiare al massimo le esportazioni così da rendere costantemente attiva la bilancia commerciale garantendo, quindi, al Paese, un costante afflusso di oro e argento. La teoria fu criticata dapprima da Hume e poi da Smith, che definì vantaggioso il commercio internazionale perché “consente l'eliminazione della parte eccedente del prodotto della terra e del lavoro di un Paese per il quale non vi è sufficiente domanda interna e apporta invece altri beni che sono maggiormente richiesti” e perché permette alle nazioni di spingere al massimo grado la divisione del lavoro, di allargare le dimensioni del mercato, di migliorare le proprie capacità produttive e quindi il reddito reale. L'economista scozzese abbozzò inoltre un'analisi dei costi o vantaggi assoluti del commercio internazionale, dimostrando che “se un Paese straniero è in grado di fornirci una merce a un prezzo migliore di quello che possiamo fare noi all'interno, è più conveniente comperarla all'estero con una parte del prodotto della nostra industria, la quale, a sua volta, deve essere indirizzata verso un settore in cui fruisca di qualche vantaggio”. Fu però Ricardo a formulare la cosiddetta “teoria dei costi (o vantaggi) comparati”, tuttora accettata come valida nelle sue linee generali. Egli così esemplifica: si supponga che, in Portogallo e Inghilterra, sia la stoffa sia il vino vengano prodotti con l'impiego del solo fattore lavoro; che in Portogallo un'unità di vino venga prodotta con 80 unità di lavoro e un'unità di stoffa con 90, mentre in Inghilterra un'unità di vino sia prodotta con 120 unità di lavoro e un'unità di stoffa con 100; il Portogallo godrebbe di un vantaggio assoluto in entrambe le produzioni ma, mentre in Portogallo un'unità di stoffa può essere ottenuta in cambio di 1,125 unità di vino (90/80) oppure un'unità di vino può essere scambiata contro 0,89 unità di stoffa (80/90), in Inghilterra la stessa unità di stoffa può essere ottenuta con 0,833 unità di vino (100/120) e la stessa unità di vino può essere ottenuta con 1,2 unità di stoffa (120/100). Al Portogallo conviene quindi specializzarsi nella produzione di vino importando stoffa e all'Inghilterra conviene specializzarsi nella produzione di stoffa importando vino. Dopo Ricardo, J. Stuart Mill analizzò il modo di determinare il prezzo internazionale di equilibrio, attraverso la teoria della “domanda reciproca”, in cui così definì l'“equazione della domanda internazionale” o “legge dei valori internazionali”: “Ogni commercio, sia tra nazioni sia tra individui, è un interscambio di beni in cui le merci che ciascuno vuole vendere rappresentano anche i rispettivi mezzi di acquisto: l'offerta che uno fa sta a indicare, infatti, anche la sua domanda di ciò che viene offerto dall'altro. Cosicché la domanda e l'offerta altro non sono che l'espressione di una domanda reciproca: e dire che i valori si aggiusteranno in modo da rendere uguali la domanda e l'offerta equivale a dire che essi si aggiusteranno in modo da eguagliare la domanda dell'uno e la domanda dell'altro”. Una nuova analisi del commercio internazionale, che perfezionò e superò quella classica, fu compiuta dagli svedesi Heckscher e Ohlin, che tentarono di spiegare sia le conseguenze del commercio internazionale sia i requisiti perché possa realizzarsi: un Paese che trae vantaggio dalla produzione di beni a buon mercato, per l'abbondanza di materie prime e degli altri fattori con cui sono prodotti, tenderà ad esportare tali beni e a importare quelli che richiedono grandi quantità di fattori relativamente scarsi. Inoltre, poiché “il commercio consente all'attività produttiva di adattarsi localmente all'estensione geografica dei fattori di produzione”, esso, se non si considerano i costi di trasporto e altri impedimenti, tenderà a neutralizzare la disuguaglianza originaria dei prezzi sia dei beni sia dei fattori produttivi e a provocare una più uniforme formazione dei prezzi stessi. In conclusione, i vantaggi del commercio internazionale consisteranno nel permettere a un Paese di procurarsi quei beni che non può produrre all'interno; di comperare a minor costo beni che, se prodotti all'interno, richiederebbero costi maggiori; di acquistare beni anche a costo maggiore di quello interno ma alla cui produzione è più conveniente sostituire quella di altri beni.

Economia: dal baratto alla cooperazione economica

Fino ai sec. XVI-XVII il commercio internazionale non era ancora un fenomeno generalizzato, perché molti Paesi avevano ancora un'economia chiusa e la loro produzione era in prevalenza artigianale, per la lentezza e la difficoltà dei trasporti, per l'inadeguatezza dei sistemi monetari e di pagamento in generale. Antichissima è invece la forma del baratto, già in uso nei popoli preistorici e ancora prevalente nelle remote civiltà, come nell'Egitto del III millennio a. C.; solo dopo il sec. VII a. C. le città egiziane sul delta del Nilo divennero centro attivo di scambi fra i Paesi del Mediterraneo e quelli dell'Oceano Indiano. Il commercio estero, ma soprattutto quello interno favorito da un embrione di economia monetaria, pare invece fosse abitualmente praticato nell'impero babilonese dove si hanno esempi di mercati periodici di prodotti agricoli. I più famosi commercianti dell'antichità furono però i Fenici, attivi già nel sec. XVI a. C. nello scambio in natura. L'attività commerciale presso i Greci si sviluppò dopo il sec. VII a. C. in parallelo con la loro espansione coloniale. Nei sec. V e IV a. C. Atene fu il massimo centro commerciale del Mediterraneo orientale. Lo sviluppo del commercio nella società romana si può far risalire al sec. II a. C., quando si ampliarono e si consolidarono le sue conquiste territoriali e cominciò a manifestarsi il fenomeno dell'urbanesimo. Nell'Alto Medioevo, con le invasioni barbariche, decaddero le attività economiche sviluppatesi in Occidente. Il commercio ritornò a essere monopolio dei mercanti orientali e Costantinopoli fu il più importante punto d'incontro dei prodotti asiatici e africani con quelli europei. Il predominio commerciale dell'Impero d'Oriente durò fino ai sec. VIII-IX, quando gli Arabi assursero a massima potenza commerciale del mondo allora conosciuto. Nell'Europa continentale, dove predominava invece l'economia feudale, gli scambi commerciali erano inesistenti o sporadici ed effettuati soprattutto in natura: centri commerciali erano i mercati settimanali e annuali e il commercio era esercitato da mercanti stranieri, in genere levantini. In Italia il vero commercio internazionale si sviluppò solo a partire dal sec. VII, accentrandosi a Venezia e ad Amalfi. Dopo il Mille, con il sorgere e l'affermarsi dei Comuni, il commercio prese sviluppo permanente anche nelle botteghe delle città, dando luogo a scambi fra Comuni e Comuni. Con il sec. XI, le Crociate favorirono l'intensificarsi dei rapporti commerciali fra i Paesi d'Occidente e quelli del Mediterraneo orientale e meridionale: il monopolio del commercio con l'Oriente passò alle città marinare italiane, soprattutto Genova e Venezia, che costituirono sulle coste mediterranee una fitta e prospera rete di colonie commerciali; nei sec. XIV e XV Venezia monopolizzò quasi tutto il commercio fra l'Europa continentale e il Mediterraneo. Dopo il sec. XIII si fece avanti la concorrenza delle città fiamminghe, di Bruges, di Amsterdam e delle città della Lega Anseatica. Punto principale d'incontro dei mercanti settentrionali con quelli meridionali furono le fiere della Champagne. Il maggiore sviluppo del commercio è però databile all'inizio dell'era moderna, con la scoperta di nuove, vastissime terre: il commercio divenne l'attività chiave dei nuovi Stati, specialmente della Spagna e del Portogallo; si aprirono nuove rotte commerciali attraverso gli oceani; Siviglia fu il centro dei nuovi traffici con la “Casa de Contratation”, che curava il commercio con le colonie; i Portoghesi sottrassero a Venezia il monopolio del commercio delle spezie. Fiorente e redditizio divenne anche il commercio degli schiavi. Tuttavia il primato del commercio marittimo rimase ai Paesi del Mare del Nord: dagli ultimi decenni del sec. XVI fino alla seconda metà del XVII, l'Olanda assurse al rango di massima potenza commerciale. I tentativi dell'Inghilterra di fondare un impero commerciale e coloniale ebbero inizio con Elisabetta I, che si avvalse di compagnie commerciali privilegiate: quella di Moscovia (1555), che aveva il monopolio dei traffici con la Russia e le terre vicine; la Compagnia del Levante (1581) per il commercio nel Mediterraneo orientale; la Compagnia dei Paesi orientali (1579) per il commercio nel Baltico; la Compagnia delle Indie Occidentali (1597) per il commercio con l'America Settentrionale, e la Compagnia delle Indie Orientali (1600) per il commercio con i Paesi d'Oriente. Nel sec. XVIII l'Inghilterra riforniva dei suoi manufatti Spagna, Portogallo, Russia, Paesi scandinavi, Germania, Francia fino alle Indie, alla Cina e all'America Settentrionale. Meno fortuna ebbe la Francia le cui due compagnie commerciali privilegiate, istituite nel 1664, conobbero solo insuccessi. Rimasero escluse dal commercio internazionale Venezia e le altre città italiane che, oltre a essere situate fuori dalle grandi vie di traffico, non disponevano neppure degli ingenti mezzi, di uomini e di capitali, necessari per tentare le avventure commerciali a grande distanza. La necessità di assicurare sempre nuovi sbocchi ai prodotti industriali e fonti di approvvigionamento, accompagnata dall'introduzione delle ferrovie e della navigazione a vapore, rese i mercati nazionali sempre più intercomunicanti. D'altra parte l'America richiedeva ingenti quantità di prodotti industriali e inviava in Europa materie prime, cereali, carni, pelli. Il volume e l'intensità del commercio continuarono a crescere nel sec. XIX nonostante la politica protezionistica adottata dagli Stati europei, a eccezione dell'Inghilterra. Così il valore complessivo delle merci importate ed esportate nel mondo si raddoppiò dal 1860 al 1880 e si triplicò dal 1880 al 1913. La prima guerra mondiale, ma soprattutto la grande crisi del 1929 sconvolsero l'equilibrio economico fra gli Stati: le difficoltà in cui le singole economie si dibattevano e il disordine monetario indussero le singole autorità statali a intervenire nella regolamentazione degli scambi internazionali, frapponendovi ogni possibile ostacolo, quali licenze e divieti di importazione e di esportazione, contingentamenti, accordi di clearing, controlli valutari, ecc. Solo dopo la seconda guerra mondiale fu sentita l'esigenza d'instaurare una piena collaborazione economica internazionale e un sistema multilaterale di scambi e di pagamenti: a questo scopo è stata data vita a una serie d'istituzioni e organismi di cooperazione economica e monetaria quali il GATT sul piano commerciale e doganale, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo sul piano monetario, l'OECE (poi OCDE), le Comunità Europee e numerosissime altre istituzioni a carattere più o meno regionale.

Diritto

Nell'antica Roma commercio era il diritto di compiere negozi giuridici patrimoniali tra vivi. Già affermato anticamente, avveniva fra cittadini romani; più tardi fu usato anche nei trattati internazionali fra Roma e le altre città-Stato o i diversi popoli. Il contenuto dello ius commerci internazionale è discusso, ma il nucleo sostanziale era quello di poter comprare e vendere tra appartenenti a diverse comunità. § Nel moderno diritto italiano sono considerate imprese commerciali e, come tali, soggette alle relative norme, quelle che esercitano: un'attività industriale diretta alla produzione di beni e servizi; un'attività intermediaria nella circolazione dei beni; un'attività di trasporto per terra, per acqua o per aria; un'attività bancaria o assicurativa; altre attività ausiliarie delle precedenti. Tali imprese, per l'evidente rilevanza della loro attività nel nostro sistema economico e per la tutela dei terzi, sono soggette a specifiche norme di pubblicità dei loro atti. A tal fine la legge prevede l'iscrizione obbligatoria delle imprese commerciali nel “registro delle imprese” entro trenta giorni dall'inizio dell'attività. Norme particolari sono altresì dettate, sempre nel pubblico interesse, circa la capacità all'esercizio di un'impresa commerciale.