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comunitarismo

sm. [da comunità]. In termini filosofici, il comunitarismo costituisce una dottrina secondo la quale i singoli individui possono esplicare al massimo le proprie potenzialità etiche, intellettuali e politiche soltanto se organicamente inseriti in una comunità di appartenenza, riconosciuta come tale dai suoi membri.

Cenni storici

Remoti antecedenti del pensiero comunitaristico sono rintracciabili nella filosofia politica di Aristotele, in alcuni teologi cristiani dei primi secoli e, più tardi, nella Filosofia del Diritto di Hegel (1821). Il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies ha sviluppato organicamente, alla fine del sec. XIX, l'idea di una radicale contrapposizione fra comunità (Gemeinschaft) e società (Gesellschaft). Quest'ultima sarebbe il prodotto, artificiale e strumentale, di una volontà razionale degli individui che si aggregano secondo calcoli di reciproca convenienza sulla base di un più o meno precario patto sociale. Solo la comunità, invece, in quanto espressione di una volontà naturale, rappresenterebbe il luogo sociale in cui spontaneamente si producono solidarietà, cooperazione, altruismo. Anche il revival del comunitarismo nella pubblicistica filosofica e politica anglosassone presenta come principale tratto caratterizzante un'aspra critica al sistema di valori ispirato all'utilitarismo, all'economicismo e alle logiche contrattuali. Un altro bersaglio polemico del nuovo comunitarismo è il normativismo giuridico, ispirato a Kant e aggiornato da Hans Kelsen, che afferma il primato di regole universali capaci di esigere il rispetto di principi, norme, valori e sistemi di premio e sanzione validi per tutti gli individui e per tutte le comunità umane. Contro quella che viene ritenuta la dittatura della razionalità economica, da un lato, e della legge astratta, dall'altro, i teorici del comunitarismo (da MacIntyre a Sandel, da Taylor a Unger, sino a Walzer e all'ultimo Lasch) rivendicano la centralità dell'interpretazione e della valutazione dei fini e dei valori da parte di soggetti storici concreti, come gli individui che vivono e pensano in rapporto a un sistema di relazioni sociali necessariamente di tipo comunitario. Così, per esempio, Taylor ha duramente contestato le premesse dell'atomismo liberale di Nozick, proponendo una visione intersoggettiva dell'individuo in quanto portatore di un'identità etica, psicologica e culturale complessa, elaborata in un contesto comunitario. Sandel ha opposto alla teoria della giustizia di Rawls un'idea di diritto e di legalità basata sulla concreta esperienza storica e non su assiomi razionali astratti e destoricizzati. Contro la tradizione dell'Illuminismo, MacIntyre, addirittura, è giunto a sostenere che la stessa percezione del bene e del male, del giusto e dell'utile sia il prodotto di un'elaborazione comunitaria passibile di cambiamenti anche radicali e perciò difficilmente riconducibile a categorie universali di tipo etico e formale. Trasferendo questi concetti sul terreno di un progetto politico-culturale, si arriva a sostenere che la moralità e la virtù siano perseguibili solo all'interno di comunità locali, demograficamente ristrette e dall'identità collettiva molto omogenea, con una tendenziale ripulsa delle tendenze sociali, politiche ed economiche dominanti dagli albori della modernità in poi. Walzer muove dalla convinzione che l'appartenenza alla comunità costituisca il bene primario e la risorsa maggiore a disposizione di ogni individuo, per cui non è possibile elaborare un'idea di giustizia distributiva se non a partire dal significato sociale che la comunità attribuisce a principi come la proprietà, il benessere, la ricchezza privata, ecc. Sarebbe perciò impossibile rinvenire nelle diverse società un solo universale principio di giustizia, a meno che non si affermi una visione individualistica (atomismo liberale) che – enfatizzando i diritti soggettivi personali a scapito dei valori e degli interessi della comunità – produce un diritto inteso come permanente mediazione del conflitto fra soggetti detentori di diritti astrattamente eguali. Un diritto che, nei fatti, riprodurrebbe soltanto le diseguaglianze individuali e i rapporti di forza fra persone e gruppi. In maniera ancora più radicale, Sandel ha affermato il primato della comunità (concreta) sulla giustizia (astratta) e una nozione di politica come bene comune, anziché come luogo di esercizio dei diritti e della legalità. Il comunitarismo (o nuovo comunitarismo), soprattutto negli Stati Uniti, ha costituito una risposta intellettualmente e ideologicamente molto aggressiva all'egemonia del pensiero liberale e della filosofia economica liberista. Una certa vena di integralismo politico e la sua intrinseca difficoltà a suggerire soluzioni capaci di garantire e potenziare l'integrazione fra comunità etniche, linguistiche e religiose diverse, gli hanno però progressivamente alienato i favori dell'opinione pubblica e degli ambienti intellettuali più legati agli ideali della solidarietà interculturale e della democrazia civica. Secondo i suoi critici, infatti, il nuovo comunitarismo – nato come reazione al conformismo omologante delle società di massa e alle esasperazioni dell'individualismo – sembra approdare, almeno in alcune sue versioni più estreme, a un'idea di separazione per differenza fra gruppi e comunità, all'insegna di un equivoco e storicamente improponibile ritorno alla comunità naturale (piccolo è bello). Ancor peggio, nella sua diffidenza per ogni norma universale astratta e nel primato assoluto riconosciuto all'etica e al diritto comunitari, finirebbe per giustificare sopravvivenze eticonormative in contrasto con il rispetto dei diritti e della dignità individuale (si pensi, per esempio, a pratiche come l'infibulazione o ai sistemi punitivi del tradizionalismo islamico, l'una come gli altri espressione di codici comunitari accettati da molti gruppi etnici).

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