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conservatorismo

sm. [sec. XX; da conservatore]. Prassi politica, più che vera e propria ideologia, di chi si sente impegnato a mantenere intatti gli ordinamenti e i rapporti sociali vigenti, in opposizione a qualunque programma riformista o rivoluzionario. In pratica, più che realizzare un'esigenza di assoluto immobilismo, il conservatorismo ha avuto una funzione di forza frenante dello sviluppo socio-politico in atto e ha assunto varie manifestazioni, sfociando nella reazione, nel moderatismo liberale borghese o nel fascismo illiberale. Primo tentativo di teorizzazione politica del conservatorismo fu quello effettuato dal filosofo inglese E. Burke che, in polemica col razionalismo illuminista della Rivoluzione francese, sostenne la funzione di un conservatorismo antirazionalista, tradizionalista e liberale. Nell'Europa continentale, il conservatorismo, reazionario, autoritario, legittimista e talvolta clericale, trova la sua espressione in Gentz, Metternich, De Maistre, De Bonald, Lamennais, Ballanche, Haller. Esempi analoghi si ebbero in Italia durante la Restaurazione, con Canosa, M. Leopardi, Solaro della Margarita, mentre più tardi, sotto le spinte della nuova borghesia nazionale nascente, sorse un conservatorismo più moderno (Balbo, D'Azeglio, Durando, ecc.), sensibile alle istanze liberali e riformiste, che, divenuto forza predominante, prevalse sul movimento democratico e repubblicano, portando alla soluzione moderata del Risorgimento. Nel sec. XX, a causa dell'accresciuto potere del movimento operaio e delle esigenze di sviluppo del capitalismo, anche il conservatorismo ha subito dei mutamenti, fino ad assumere caratteri di un moderato riformismo economico, non sempre immune da pericolose tentazioni di autoritarismo. Nei Paesi a sistema bipartitico, il conservatorismo si trova istituzionalizzato in un solo partito, mentre nei sistemi pluripartitici ha una propria espressione politica, non univoca, nei settori di centro dello schieramento parlamentare. § Nel linguaggio psicologico, generale e persistente tendenza a reiterare schemi e modalità di comportamento prestabiliti e rivelatisi soddisfacenti in passato. Più specificatamente, il termine è usato dagli autori che studiano il comportamento decisionale per indicare la tendenza a scegliere in modo da minimizzare il rischio.

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