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crepuscolarismo

sm. [sec. XX; da crepuscolare]. Corrente letteraria del primo Novecento italiano. “Crepuscolare” fu termine usato da G. A. Borgese in un articolo su La Stampa del 10 settembre 1910, a definire il tono poetico di F. M. Martini, M. Moretti, C. Chiaves. Il termine si allargò poi a indicare i poeti che ebbero in comune il gusto di far poesia minimista e intimista. Sul piano del gusto e del linguaggio, i crepuscolari rappresentano la coerente soluzione del decadentismo elegiaco e degli epigoni del simbolismo francese già percepibile nella poesia del familiare di Pascoli e nel Poema Paradisiaco di D'Annunzio. Adottando, di contro alle forme metriche della lirica tradizionale, il verso libero di tono prosastico per rendere una realtà quotidiana – colta nel frantumarsi della volontà – di sofferte rinunce, di inquietudini, di malinconie, contribuirono, come poi in altro modo futuristi e frammentisti, a preparare le condizioni del nuovo linguaggio poetico, della nuova poesia del Novecento. Nel crepuscolarismo si è compiuta e risolta in poesia la testimonianza della breve e dolorosa vita di S. Corazzini; essenzialmente crepuscolare è la poesia di C. Govoni e soprattutto, anche se altre e diverse sono le componenti da identificarvi, quella di G. Gozzano. Tra i poeti che aderirono al crepuscolarismo, sebbene siano approdati poi ad altre scelte, sono Aldo Palazzeschi, i già citati Marino Moretti, F. Maria Martini e Carlo Chiaves, Tito Marrone e Guelfo Civinini.

Bibliografia

A. Vallone, I crepuscolari. Storia della critica, Palermo, 1960; L. Baldacci, I crepuscolari, Torino, 1961; E. Sanguineti, Tra liberty e crepuscolarismo, Milano, 1961; A. Frattini, Dai crepuscolari ai “novissimi”, Milano, 1969; A. Quatela, Invito a conoscere il crepuscolarismo, Milano, 1988.

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