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crisi

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Lessico

sf. inv. [sec. XIV; dal greco krísis, giudizio, scelta, attraverso il latino crisis].

1) Svolta brusca del decorso di una malattia in cui si verificano notevoli modificazioni organiche, sia in senso positivo (risoluzione di uno stato morboso) sia in senso negativo (con exitus). In caso positivo, la crisi si associa a normalizzazione della temperatura corporea, urinazione abbondante, normalizzazione del sonno e degli indici del sangue e dell'urina. È riferito a fenomeni fisiologici o stati morbosi, per esempio, crisi asmatica, crisi cardiaca, crisi convulsiva; più in particolare: A) crisi genitale, fenomeno fisiologico osservabile nei primi giorni di vita per cui nelle femmine si ha una secrezione muco-sanguigna dai genitali esterni e nei maschi un versamento sieroso nella vaginale dei testicoli. Entrambi i fenomeni sono in relazione a manifestazioni ormonali. B) Crisi nervose, caratterizzate dal disordine delle funzioni psicomotorie (agitazione, movimenti degli arti, espressioni mimiche, convulsioni e spasmi), in genere di breve durata. C) Crisi nitritoide, episodio morboso che può manifestarsi dopo iniezione di arsenobenzoli, con arrossamento del volto, caduta della pressione arteriosa, dispnea. D) Crisi termale, manifestazione morbosa che si osserva negli individui sottoposti a regime termale (particolarmente fanghi e bagni), caratterizzata sia dalla riacutizzazione dei disturbi abituali sia da sintomi di carattere generale (astenia, cefalea, febbre, ecc.).

2) Per estensione, crisi di pianto, di riso, scoppio di pianto, di riso, violento e irrefrenabile, per lo più dovuto a stanchezza o a uno stato di tensione nervosa.

3) Fig., stato di profondo turbamento e scompenso nella vita di una persona, di una società, in un'attività spirituale, in un'istituzione, dovuto a cause di varia natura e con effetti e ripercussioni più o meno gravi: crisi economica, di governo, sociale; crisi di coscienza, crisi religiosa, crisi spirituale; crisi del teatro; essere in crisi; attraversare una crisi, trovarsi in un momento, in una condizione particolarmente difficile. Scherzoso, donna crisi, magrissima.

Scienze politiche: crisi di governo (o ministeriale)

Interruzione del rapporto di fiducia fra i membri del governo o fra essi e il Parlamento. Si parla di crisi parlamentare se avviene a causa di un voto di sfiducia del Parlamento; di crisi extraparlamentare quando sorge un dissidio fra il capo dello Stato e il governo o fra i membri stessi del governo, rendendone impossibile il funzionamento. In Italia quasi tutte le crisi di governo sono state extraparlamentari.

Economia: crisi economica

Fase del ciclo commerciale caratterizzata da un declino dell'attività economica, da un aumento del tasso di disoccupazione, da una sensibile riduzione dei profitti. La più famosa e più grave crisi della storia è stata quella scoppiata negli Stati Uniti nel 1929, ben presto estesasi a tutti i Paesi industrializzati e terminata nell'estate del 1933. Dal 1929 al 1932 l'indice della produzione industriale si dimezzò negli Stati Uniti e in Germania, scese da 100 a 67 in Italia e a 71 in Francia. Si ridusse a meno della metà il prezzo della maggior parte dei beni, si polverizzarono le quotazioni dei titoli azionari, i disoccupati nel mondo salirono a quasi 30 milioni. Per combattere la “grande crisi” fu posta in atto negli Stati Uniti la nuova politica economica nota come New Deal. Negli anni Settanta del Novecento si realizzò nei Paesi maggiormente industrializzati un tipo di crisi economica mai prima verificatasi: il caso della stagflazione, in cui la sensibile riduzione del livello di attività economica si accompagnava a un alto tasso di inflazione. I metodi tradizionali della politica economica, la leva monetaria e quella fiscale, risultavano poco idonei a combattere tale fenomeno. Tale inidoneità fu altresì aumentata dal fatto che la forte crescita dei prezzi proveniva dall'inaspettato e sostanziale aumento del prezzo del petrolio conseguente alla guerra del Kippur (1973); un tipo di shock esterno all'economia su cui non si poteva agire. Si trattava soltanto di limitarne quanto più possibile gli effetti interni. La recessione avviata dalla crisi finanziaria del 2007-2008 è stata la più grave dai tempi della Grande Depressione, assai più severa di quella seguita alla fine degli anni Novanta al crollo del valore azionario della imprese legate alle new economy, o di quella successiva agli attacchi dell'11 settembre. Nei Paesi OCSE fra il primo semestre del 2008 e il secondo semestre del 2009 la contrazione del Prodotto interno lordo è stata dell'ordine del 5%, mentre nei Paesi emergenti dell'Asia e dell'America Latina si è verificato un forte rallentamento in un ritmo di crescita comunque ancora molto intenso. Come di quella del 1929, della crisi attuale sono state offerte interpretazioni divergenti. Ci si è in particolare interrogati sulla natura della crisi – del sistema o nel sistema – e su chi ne portasse la maggiore responsabilità fra mondo del business, autorità economiche e politiche e comunità degli scienziati e dell'informazione economica. Si è soprattutto insistito sugli effetti distorsivi prodotti da una concatenazione ormai patologica di conflitti di interesse che impedisce al mercato di autoregolarsi, frenando gli eccessi speculativi. In particolare, si è messo in dubbio il ruolo del management (soprattutto l'uso di retribuirlo attraverso bonus) e la credibilità delle agenzie di rating, dimostratesi incapaci di valutare correttamente l'affidabilità degli operatori finanziari.

Sociologia: crisi sociale

Rottura di una situazione di stabilità e il prodursi di fenomeni d'instabilità e variabilità che possono riguardare aspetti diversi dell'organizzazione sociale. I teorici del pensiero sociologico – pur condividendo nella sostanza questa definizione di base – hanno sempre oscillato fra un'interpretazione della crisi come fatto ciclico e relativamente fisiologico, considerando perciò la crisi come un momento necessario e rivelatore del mutamento sociale, e una concezione della crisi come trasformazione radicale e perturbazione dell'equilibrio (crisi come rivoluzione). Così, se C. H. de Saint-Simon e A. Comte – alle origini della sociologia moderna – parlano di età critiche come fasi di transizione dal vecchio ordine aristocratico e militare al nuovo ordine scientifico e industriale, E. Durkheim, a cavallo fra i sec. XIX e XX, individua già il nesso fra crisi e declino dei valori condivisi di una società. La crisi si accompagnerebbe, insomma, al sorgere di fenomeni di anomia. Esemplare l'analisi dedicata da Durkheim al significato del suicidio come manifestazione di una latente crisi sociale in una comunità in cui vengono meno le credenze tradizionali e, con esse, il sentimento di appartenenza comunitaria dei suoi membri. I sociologi di orientamento funzionalistico (T. Parsons) si sono anche occupati della cosiddetta crisi d'integrazione, intesa come momento di transizione a valori e modelli di comportamento capaci di allargare il consenso al sistema sociale nelle fasi di più accelerato mutamento. Successivamente, autori come J. Habermas hanno denunciato l'insorgere di una vera e propria crisi di razionalità che renderebbe tendenzialmente ingovernabili i grandi sistemi economici e politici del nostro tempo.