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culteranésimo o culteranismo

sm. Termine coniato dall'aggettivo spagnolo culto (latino cultus) probabilmente dall'erudito Jiménez Patón, amico e ammiratore di Lope de Vega, all'inizio del 1600, a indicare con evidente senso spregiativo la concezione letteraria culta professata dal poeta Góngora e dai suoi seguaci, oggetti di scherno e di violenze verbali specie da parte di Lope de Vega (che li chiamò anche “poeti ugonotti”, vale a dire eretici). Nel corso delle numerose polemiche che ne seguirono, Lope e i lopisti rinfacciarono soprattutto ai gongoristi la loro mania di usare vocaboli nuovi e culti, ossia trasposti crudamente dal latino, e inoltre di usare l'iperbato e altre formule espressive latineggianti, col risultato di rendere oscura la poesia castigliana. Un altro implacabile nemico di Góngora fu Quevedo, che usa culterano (e anche culto, divenuto ormai sinonimo di culterano) con lo stesso significato di “inventore di vocaboli nuovi e pressoché incomprensibili, per mero gusto di bizzarria e di oscurità”. È quindi evidente che, nella terminologia polemica dell'epoca, culterano stava a indicare solo un aspetto esteriore della poetica barocca ed era quindi ben distinto dal termine “concettista”, che era invece laudatorio. Ma poiché culteranesimo e concettismo non erano che due aspetti diversi di un'unica poetica, quella tardo-rinascimentale o manierista culminante, in piena coerenza con le proprie premesse, nel barocco, i due termini finirono col diventare quasi sinonimi; quindi non è improprio applicarli a tutti i grandi scrittori barocchi di Spagna – Góngora, Quevedo, Gracián, Calderón, Lope stesso – e ai precursori che vanno da Louis Carrillo y Sotomayor agli epigoni come G. Alvarez de Toledo, indipendentemente dalle polemiche e dalle rivalità personali che li separarono spesso in campi opposti; vedi anche gongorismo.

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