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dèmo (storia)

sm. [sec. XVII; dal greco demos].

1) Nell'antica Grecia, popolo; in particolare, ceto, partito, governo popolare.

2) Unità territoriale politico-amministrativa, nell'Attica antica. § Introdotto da Clistene nel sec. VI a. C., il demo era amministrato da un consiglio (bulè) composto dai rappresentanti delle dieci tribù, ai quali competeva la tenuta dei registri sui diritti e doveri dei cittadini. L'appartenenza al demo iniziava con il 18º anno di età e dava la pienezza dei diritti di cittadino. Il demo rappresentò la principale suddivisione dell'Attica e divenne la base dello Stato civile, in quanto ogni suo membro godeva degli stessi diritti ed era tenuto agli stessi doveri, senza distinzione di classe. In origine il demo aveva rappresentato il sostegno politico dell'autorità regia di fronte al crescente potere dell'aristocrazia. Con il prevalere di questa, il demo si vide escluso da ogni partecipazione al governo e dal possesso di beni fondiari, ma con l'indebolirsi del potere aristocratico i demoti trovarono nuove fonti di guadagno nella mercatura e poterono contrastare il potere economico degli aristocratici, fondato sul latifondo, con le nuove ricchezze accumulate come mercanti. Riuscirono in tal modo ad affermare la loro presenza anche in campo politico. L'istituzione iniziò la sua decadenza a partire dalla fine del sec. V, ma il suo ricordo rimase integro nella popolazione, che la idealizzò in forme cultuali come una divinità. Questa era raffigurata come un vecchio barbuto, con mantello che lasciava scoperto il dorso. § Ritroviamo il demo a Costantinopoli sotto il governo bizantino, quale suddivisione amministrativa della città, ognuno sotto il comando di un “democrate” di nomina imperiale: una parte di essi costituiva la milizia civica. Politicamente raggruppati nei due partiti dei “verdi” e degli “azzurri”, influenzarono spesso la politica interna della città e talora quella della stessa Corte.

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