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dèstra

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Lessico

sf. [sec. XIII; f. di destro].

1) La mano destra che, generalmente, è più pronta e più forte dell'altra: scrivere con la destra; fig.: congiungere, unire le destre, in segno di alleanza, di pace; porgere la destra, recare aiuto.

2) La parte che è dalla mano destra: andare a destra; svolta a destra; tenere la destra, tenersi sul lato destro di una strada o rispetto a un punto di riferimento; a destra e a sinistra, a destra e a manca, da una parte e dall'altra, in ogni direzione; dare, cedere la destra, sedere alla destra, dare, cedere, occupare il posto d'onore.

3) Settore dello schieramento partitico di un Paese in cui si collocano le forze politiche conservatrici o reazionarie definite di destra perché per lunga tradizione siedono in Parlamento sul lato destro dell'emiciclo rispetto al presidente dell'assemblea. Per estensione, la parte più conservatrice di un partito politico, di una corrente letteraria o artistica, di una tendenza ideologica.

4) Ant. e lett., l'oriente, la parte da dove sorge il sole; il lato destro di una carta geografica.

Dottrine politiche

La storia dei partiti di destra si identifica con quella dei partiti conservatori o reazionari (estrema destra); unica eccezione l'Italia post-risorgimentale in cui l'espressione ha avuto un preciso riferimento a una realtà non legata a principi del passato: la cosiddetta destra storica. Con questa denominazione si è infatti indicato quel partito liberal-moderato che, nato dopo le esperienze del 1848-49, fu sotto la guida di Cavour il principale protagonista dell'unificazione nazionale. Finché rimase al potere, ossia fino al 1876, la destra cavouriana e postcavouriana, proprio perché seppe organizzare il nuovo Stato unitario e fornire una soluzione liberale al problema dei rapporti con la Chiesa cattolica, finì per assumere, anche sul piano internazionale, caratteristiche non del tutto consone al conservatorismo. Di conseguenza tutti i conservatori e reazionari che vollero difendere i principi del legittimismo o i diritti e privilegi della Chiesa (due capisaldi sostenuti dalla destra in tutti i Paesi) furono obbligati a operare fuori del sistema politico creato in Italia. Con tipici connotati eversivi, antiparlamentari e illiberali la destra italiana trovò un suo spazio autonomo solo collegandosi, nei primi anni del Novecento, ai nascenti movimenti nazionalisti e imperialisti e ponendosi così, ancora una volta, su una linea di opposizione al sistema costituito, che avrebbe poi finito per avere uno sbocco nella “marcia su Roma” e nel ventennio della dittatura fascista. Caduti fascismo e nazismo, le vicende dell'estrema destra si sono intrecciate dal dopoguerra ai primi anni del sec. XXI con quelle del neofascismo, sia nella sua variante legale (rappresentata per esempio in Italia e in Francia rispettivamente dal Movimento Sociale, MSI, e dal Front National di J.-M. Le Pen), sia nella sua variante violenta, eversiva e terroristica (presente soprattutto in varie organizzazioni italiane, tedesche e spagnole). Negli anni Novanta del sec. XX, tuttavia, la fine dei regimi comunisti, i fenomeni dell'integrazione economica mondiale, la crisi delle ideologie e l'estensione del modello democratico hanno implicato anche per la destra più estrema uno stemperamento delle originarie posizioni e una progressiva accettazione del sistema parlamentare. Emblematiche in questo senso le trasformazioni in Italia del MSI in Alleanza Nazionale e in Spagna di Alleanza Popolare in Partito Popolare, ossia in formazioni di destra conservatrice e democratica, ripudianti i metodi e l'ideologia del fascismo.

Bibliografia

R. Aron, Espoir et peur du siècle, Parigi, 1957; A. Berselli, La Destra Storica dopo l'unità, 2 voll., Bologna, 1963-65; P. Ceola, La nuova destra e la guerra contemporanea, Milano, 1987.