Questo sito contribuisce alla audience di

dònna

Guarda l'indice

Lessico

sf. [sec. XIII; latino volg. domna, per il classico domína, signora].

1) La femmina adulta della specie umana: una donna con una bambina in braccio. Per estensione, il sesso femminile contrapposto a quello maschile: nascono più donne che uomini; diventare donna, si dice di bambina che raggiunge la pubertà; da donna, femminile: un fisico da donna; scarpe, vestiti da donna, fatti per essere indossati da donne; donna di casa, che accudisce alle faccende domestiche; fig., che conduce vita ritirata; una buona donna, alla buona, modesta; eufemisticamente, meretrice; donna cannone, grassissima, specialmente quella che si esibisce come numero d'attrazione nelle fiere; donna crisi, magra e pallida; donna di strada, di vita, prostituta; prima donna, la prima attrice di una compagnia teatrale. Proverbi: “Chi dice donna dice danno”; “Donna e buoi dei paesi tuoi”. In particolare, si usa genericamente per indicare una persona di sesso femminile che aiuta a sbrigare le faccende di casa: la donna oggi non è potuta venire.

2) Moglie, donna amata: è uscito con la sua donna; le mie donne, le donne della mia famiglia, con le quali sono in stretti rapporti. Per estensione, amante: ha un sacco di donne; andare a donne, familiarmente, andare alla ricerca di avventure amorose.

3) Ant. o lett., signora, dama: “Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori” (Ariosto). Questo senso è oggi conservato nei composti gentildonna, nobildonna. Nostra Donna, la Madonna. In particolare, padrona, dominatrice: “Fosti donna, or sei povera ancella” (Leopardi). Premesso a un nome proprio era titolo nobiliare; oggi è appellativo onorifico attribuito alle mogli di importanti personalità dello Stato, in particolare del presidente della Repubblica. Familiarmente, nell'Italia meridionale, appellativo di donna anche di umili condizioni.

4) Nel gioco delle carte francesi, ognuna delle quattro figure rappresentanti una regina (e viene anche così chiamata); come valore viene dopo il re e prima del fante.

Storia: dall'antichità all'età rinascimentale

La posizione della donna nella società presenta valutazioni molto varie. Le legislazioni sumerica e babilonese riconoscevano alla donna una notevole indipendenza giuridica sia nella trattazione degli affari sia nella disponibilità della dote; essa inoltre condivideva con il marito l'esercizio della patria potestas, amministrava il suo appannaggio, era libera di testare la sua proprietà al figlio prediletto, poteva stare in giudizio e condivideva con il marito il possesso dei beni acquistati dopo il matrimonio. Inferiore appare invece l'agibilità giuridica della donna nell'antico Egitto e tuttavia ella aveva la possibilità di assurgere anche alle massime cariche e di regnare. Presso gli Ebrei la donna era in condizione nettamente inferiore all'uomo, ma era venerata soprattutto come madre e godeva di larga influenza intellettuale e spirituale: Sara, Debora, Betsabea, Ester, Giuditta alla dignità muliebre unirono un'incisiva influenza politica sul loro popolo. Sullo stesso piano si trovava la donna araba nel mondo preislamico e lo conferma l'alta posizione raggiunta da Zenobia, regina di Palmira. L'Islam tolse alla donna molta parte della sua capacità giuridica. Non molto diversa fu la condizione della donna in India e in Persia. In Cina il rispetto circondava la donna, ma l'isolamento dalla vita ne mortificava l'attività. Nella Grecia omerica la donna godeva di alta considerazione e il matrimonio prendeva alimento da un forte vincolo coniugale, anche se esso si basava su un contratto a metà strada fra la compera e la dote; minore fu invece la libertà della donna nell'Attica, dove era relegata in casa. Il periodo ellenistico mise la donna al centro di una vita mondana e galante. Presso gli Etruschi la donna fu largamente partecipe della vita sociale del marito; nella Roma regia e repubblicana godeva, nella famiglia, di ampia libertà e possedeva una cultura talora notevole; inferiore a quella dell'uomo era invece la sua capacità giuridica. L'impatto con la cultura ellenistica portò alla decadenza dei suoi costumi ma ne raffinò il livello culturale. A dare nuova dignità alla donna venne il cristianesimo, facendola compagna unica e inseparabile dell'uomo, collocandola nella casa come madre ed educatrice, rivelandole nuove grandezze nella vita religiosa: sull'esempio della Vergine Maria, madre di Dio, vergini e martiri sorrette dalla fede rivelarono alte doti nella guida spirituale e materiale delle loro comunità religiose. Tra esse: Teodolinda, regina dei Franchi, che mitigò i costumi violenti del suo popolo con la legge cristiana; Scolastica, che accanto a San Benedetto fu la fondatrice dell'ordine benedettino; Chiara, che sorresse San Francesco con la sua spiritualità forte e soave; Caterina da Siena, che riuscì a riportare a Roma il papa dalla cattività di Avignone. Nettamente inferiore invece fu la posizione della donna nei confronti dell'uomo in quanto soggetto di diritto: poteva succedere nei beni familiari, ma non nel feudo; in ogni momento della sua vita, la donna era sottoposta al mundualdo (padre, fratello, marito, zio, ecc. che esercitava su di lei il potere); nella famiglia era “domina”, ma senza potere effettivo e, in caso di morte del marito, cadeva sotto il “mundio” del figlio atto alle armi. Nella ricca vita culturale del Rinascimento la donna perse talora di vista gli ideali della virtù e della religione e si mondanizzò, ma nella letteratura e nell'arte occupò sovente posti di rilievo e sempre ne rimase l'ispiratrice.

Storia: l'età moderna

Prodromi di un vero movimento femminista furono le due “Dichiarazioni dei diritti”, emanate negli Stati Uniti (1776) e in Francia (1789). Era solo una premessa e si dovette arrivare alla “rivoluzione industriale” con lo sconvolgimento del vecchio assetto familiare e l'immissione della donna nella produzione perché si enucleasse e prendesse corpo una linea di emancipazione femminile: necessario punto di riferimento rimaneva sempre la Rivoluzione francese, che aveva operato la distruzione degli istituti giuridici della società corporativa e aristocratica e per la prima volta aveva visto una partecipazione diretta e massiccia delle donne agli avvenimenti della vita pubblica. A fornire nuovi argomenti alla lotta per l'emancipazione femminile è stato il razionalismo, che proclamava l'eguaglianza per natura dell'uomo e della donna e riduceva ogni discriminazione nei riguardi della donna a puro pregiudizio. Il movimento movimento operaio trasse poi tutte le conseguenze del movimento femminista sostituendo alla figura femminile astratta della “cittadina” quella della “donna lavoratrice”. Inserita nella vita produttiva, la donna diveniva una componente essenziale del movimento proletario. Nel campo produttivo oggi la donna figura con percentuali notevoli nei servizi sociali, nell'attività medica e ospedaliera, nell'insegnamento, negli uffici pubblici e privati e nelle fabbriche. È opportuno ricordare le tappe fondamentali che hanno portato a questi risultati: nel sec. XVII sorgeva in Francia il collegio femminile di Saint-Cyr e Fenélon pubblicava l'Educazione delle fanciulle; nel secolo successivo si avevano le prime laureate e nel 1763 Poulain de la Barre pubblicava lo scritto Sull'eguaglianza dei due sessi; nel 1787 Mercy Otis Warren e Abigail Adams gettavano il primo germe del movimento per il suffragio femminile; durante la Rivoluzione francese si formarono a Parigi club femminili per ispirazione di Etta Palma, Madame Kéralio (che presentò alla Costituente il Cahier des doléances des femmes) e Olimpia de Gouges (che nel 1789 pubblicò il romanzo Le prince philosophe sui diritti della donna), mentre Condorcet rivendicava all'Assemblea Costituente il pieno godimento dei diritti civili per le donne e la stessa de Gouges un anno dopo pubblicava la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne e la presentava alla Costituente, ove Mirabeau e Robespierre la respingevano. Contemporaneamente in Inghilterra nascevano i primi circoli femminili e Mary Godwin Wollstonecraft pubblicava nel 1792 un Vindication of the Rights of Women. Il Codice napoleonico veniva poi a riconoscere alla donna alcuni diritti civili, ma la teneva in subordine all'uomo; Ch. Fourier, nel 1808, subordinava il progresso sociale all'emancipazione della donna; pochi decenni dopo in Gran Bretagna l'abrogazione del diritto elettorale alle donne per l'elezione delle amministrazioni locali e comunali provocava il movimento delle “suffragette” (1835); negli Stati Uniti, Lucretia Mott ed Elizabeth Cady Stanton preparavano le prime “convenzioni” (1844-50), in cui rivendicavano per le donne diritti uguali nelle università, nel commercio e nelle libere professioni, diritto di voto, accesso a tutte le cariche politiche, uguaglianza completa nel matrimonio, libertà personale, libera disponibilità della proprietà e del salario; nel 1863 Černyševskij nel suo scritto Che fare? affrontava le questioni del lavoro, dell'emancipazione e della vita sentimentale della donna in una prospettiva socialista; nel 1865 a Lipsia e a Berlino le associazioni femminili chiedevano l'ingresso delle donne nella scuola e nella professione, il miglioramento della loro condizione economica, il diritto al lavoro e la libertà di scelta della carriera; nel 1867 i circoli femministi di Londra, Manchester ed Edimburgo formavano l'Unione nazionale delle società per il suffragio femminile e ottenevano il diritto al voto delle donne capi-famiglia nelle elezioni comunali; nel 1889 si formava la prima Lega Internazionale delle Donne, con sede a Londra, mentre a Parigi venivano organizzati ben due congressi internazionali: per i diritti delle donne e per le opere e le istituzioni femminili; al congresso costitutivo della II Internazionale, Clara Zetkin ed Emma Iherer riuscivano a fare accogliere il principio del diritto della donna al lavoro e alla retribuzione pari a quella degli uomini. Nel 1891 la socialdemocrazia tedesca faceva inserire nel programma di Erfurt il suffragio universale senza distinzione di sesso, l'emancipazione della donna, l'uguaglianza completa fra donne e uomini. Nel 1893 il diritto di voto alle donne fu riconosciuto dalla Nuova Zelanda, l'anno dopo dall'Australia meridionale, nel 1899 dall'Australia occidentale e nel 1901 da tutta la Federazione australiana.

Storia: l'età contemporanea

Nel 1903 riprese nuovo slancio in Gran Bretagna il movimento delle “suffragette”, che in agitazioni politico-sociali molto movimentate s'imposero all'attenzione internazionale con la Women's Social and Political Union, fondata da Emmeline Pankhurst; nel 1907 conquistavano il diritto al voto le donne finlandesi; nel 1908 a Roma e a Milano si svolgevano due congressi femminili: il primo sotto la direzione di Grazia Deledda e di Maria Montessori, il secondo promosso dall'Unione femminile nazionale; nel 1909 Critica sociale pubblicava un dibattito fra Anna Kuliscioff e Filippo Turati sul suffragio femminile e nel 1912 sorgeva l'Unione nazionale delle donne socialiste. Nel 1910 la Conferenza Internazionale dei movimenti femminili, riunita a Copenaghen, in ricordo di un gruppo di operaie vittime di un infortunio sul lavoro, aveva lanciato la “Giornata mondiale della donna”, fissandola per l'8 marzo di ogni anno. Nel 1917 la Rivoluzione d'Ottobre in Russia riconosceva l'assoluta parità di diritti fra l'uomo e la donna; l'anno dopo il Parlamento inglese sanciva il diritto di voto a ca. otto milioni di donne e il suo esempio era seguito nel 1920 dal Congresso degli Stati Uniti. Nel 1925 la Turchia di Kemāl Atatürk abrogava a favore delle donne la mortificante legge religiosa musulmana; nel periodo 1945-46 il diritto di voto alle donne si estendeva alla Polonia, all'Ungheria, all'Italia, alla Iugoslavia, alla Germania, alla Francia e al Giappone; nel 1948 l'ONU sanciva la condanna a ogni discriminazione fondata sulla differenza di sesso e alcuni anni dopo istituiva l'Ufficio Internazionale del Lavoro per la parità di salario, per la tutela della maternità e contro ogni discriminazione nell'educazione. Nel 1950 la nuova Repubblica Popolare Cinese aboliva la poligamia, vietava il concubinaggio, abrogava il divieto di nuovo matrimonio alle vedove, metteva la donna sullo stesso piano dei diritti dell'uomo. Dal 1950 al 1960 un impetuoso movimento femminista, intrecciandosi con la lotta anticolonialista, liberava milioni di donne nei nuovi Stati indipendenti dell'Asia e dell'Africa. Nel 1963 papa Giovanni XXIII nella sua enciclica Pacem in terrisindicava nell'avanzata della donna un “segno dei tempi” e le riconosceva solennemente il diritto al lavoro come parte essenziale della sua personalità. Dopo alcuni decenni nei quali il nuovo ruolo sociale della donna era venuto sempre più consolidandosi, nel settembre 1995 a Pechino si svolgeva la quarta Conferenza mondiale sulle donne, nella quale, oltre alle questioni legate all'erosione dei diritti delle donne e alla mancata uguaglianza sessuale nei Paesi islamici più conservatori, sono stati trattati i problemi delle categorie più deboli come i bambini, gli anziani, i disabili, le minoranze etniche e religiose.

Diritto

Nella legislazione italiana moderna la donna trova affermata la sua eguaglianza con l'uomo nell'art. 3 della Costituzione: il senso del dettato costituzionale è tale che il sesso è “rilevante” per tutti i casi in cui la differenza è condizione che accresce o quanto meno non altera la capacità giuridica, mentre diventa “irrilevante” tutte le volte che gioca a sfavore della capacità individuale. In particolare la stessa Costituzione stabilisce che il matrimonio è “ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare” (art. 29); nel campo del lavoro l'art. 37 dispone che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Inoltre le condizioni di lavoro devono consentire alla donna “l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”; l'art. 48 riconosce alla donna il diritto all'elettorato attivo e passivo, in forza del quale essa vota e può essere eletta al Parlamento; per l'art. 51 la donna può accedere a tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici, compresa la magistratura, nei vari gradi, carriere e categorie, senza limitazioni di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge.

G. Cesareo, La condizione femminile, Milano, 1963; E. Pieroni Bortolotti, Alle origini del movimento femminile, Torino, 1963; E. Servadio, La rivoluzione femminile, Torino, 1972; Autori Vari, Crisi dell'antifemminismo, Milano, 1973; C. Ravera, Breve storia del movimento femminile in Italia, Roma, 1978; G. Agostinucci, G. Campanini, La questione femminile, Casale Monferrato, 1989.