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dīvān

termine persiano, traslato in arabo (dīwān), cui in Europa sono stati attribuiti vari significati. Quello originario, al tempo del califfo ʽOmar I (634-644), era di “registro” delle paghe alle milizie e delle pensioni civili, esteso poi a indicare sia i contabili addetti alla tenuta di tali registri sia i loro uffici (dai cui sedili, ricoperti di tappeti e cuscini, disposti lungo le pareti e di cui costituivano l'unico arredamento, deriva l'italiano divano). Dal sec. IX la voce passò a designare la direzione generale delle finanze e della proprietà fondiaria; poi essa indicò qualsiasi ufficio pubblico e infine il consiglio di alti funzionari. Da tale termine deriva, attraverso la forma spagnola aduana, l'italiano dogana. § Dal primo significato di registro, il termine assunse poi quello di canzoniere, raccolta di componimenti poetici di vario metro, tipica delle letterature islamiche. Le poesie vi figurano ordinate alfabeticamente sulla base dell'ultima lettera della rima di ciascun componimento. Il dīvān classico comprende, riuniti insieme, i generi , e ; il contenuto può ricordare il nostro genere lirico, fuso però a quello panegiristico in maniera spesso inestricabile; i temi sono di preferenza religioso-mistici, ma spaziano talvolta nella satira politica o nella rievocazione personale. L'esempio classico di dīvān nella letteratura persiana è quello di Hāfiz, il più autorevole esponente della lirica islamica.

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