danza màcabra

tema iconografico, diffuso alla fine del Medioevo soprattutto in Francia (danse macabre) e in Germania (Totentanz), derivante dall'Incontro dei tre vivi e dei tre morti. La composizione, che veniva dipinta nei luoghi destinati alla sepoltura (i chiostri dei monasteri, le navate e le cappelle delle chiese), si presenta come una processione di uomini di tutte le classi sociali (a significare l'uguaglianza di fronte alla morte), ciascuno accompagnato dal proprio cadavere disseccato, rivestito ancora di qualche brandello di carne (solo nel sec. XVI al posto dei cadaveri compaiono gli scheletri); i morti sono disposti in ordine gerarchico e i laici si alternano agli ecclesiastici. La più antica danza macabra (oggi distrutta ma nota attraverso stampe) fu dipinta nel chiostro del Cimitero degli Innocenti a Parigi nel 1424. Da questo archetipo derivano le pitture di Basilea (1440), di S. Maria di Lubecca (1463), di Kermaria in Bretagna (1440) e di La Chaise-Dieu in Alvernia (1460). Nel 1485 Guyot Marchant pubblicò una serie di xilografie in cui compare per la prima volta una danza macabra di donne, disposte non in ordine gerarchico, ma secondo l'età. Sul tema della Totentanz Holbein eseguì una serie di xilografie (Lione, 1538). In Italia il tema ha rari esempi limitati al Settentrione (Clusone, 1470; Pinzolo, 1538) ed è generalmente sostituito da quello più diffuso del trionfo della morte. § Nella letteratura francese del Medioevo, componimento poetico che costituiva il commento in versi alle raffigurazioni della danza dei morti (fr. danse macabré, designata poi correntemente con il nome di danse macabre, forse da danza Machabaeorum). Nata dopo le epidemie del sec. XIV, la danza macabra è nominata per la prima volta nel Respit de la Mort di Jean Le Fèvre (1376), che è andato perduto. Divenuto tema corrente, sermone moralizzatore, satira dei vizi terreni, interessò anche un poeta leggero come Martial d'Auvergne, che scrisse La danse macabré des femmes, stampata nel 1486. Nella letteratura spagnola, il tema appare trattato per la prima volta, con particolare asprezza di satira sociale, in un dialogo di 79 strofe di arte mayor, anonimo, degli inizi del sec. XV, che adatta, con l'introduzione di personaggi tipicamente spagnoli, come il Rabbino e l'Alfaquì, una danse macabré francese. Il tema fu ripreso più tardi da vari drammaturghi, a cominciare da Gil Vicente, nella trilogia delle Barche (dell'Inferno, Purgatorio e Paradiso), nonché nella farsa llamada di Juan de Pedraza, Danza de la Muerte (stampata nel 1551), e nell'auto Las cortes de la Muerte di Micael de Carvajal, terminato da Luis Hurtado de Toledo (1557). Da ricordare anche il dramma Danza macabra o Danza di morte, di A. Strindberg (1901), che costituisce una spietata analisi del matrimonio, condotta in un clima di estrema tensione. Citiamo infine, in campo musicale, la Danza dei morti di Liszt (1849), la Danse macabre di Saint-Saëns (1874) e la Danza dei morti composta da Honegger (1938) su testo di Paul Claudel.

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