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danza

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Lessico

Sf. [sec. XIII; da danzare].

1) Arte di muovere il corpo umano con movenze ordinate secondo uno schema individuale o collettivo, generalmente accompagnata dalla musica: danza veloce, lenta; comunemente, ballo: aprire le danze, guidare le danze; sala di danza; danza classica, danza di scuola coltivata con finalità artistiche; per estensione, la forma musicale corrispondente a una determinata forma di movimenti (per esempio, mazurka, carola, ecc.).

2) Fig., successione tumultuosa, ritmico avvicendamento: danza di pensieri, di eventi; la danza del tempo, delle ore.

3) In medicina, danza degli ili, marcata pulsazione delle ombre degli ili di entrambi i polmoni (detta anche segno di Pezzi), rilevabile all'esame radiologico in caso di insufficienza delle valvole semilunari polmonari; danza delle arterie, pulsazione vivace di alcune arterie a decorso superficiale che si osserva nell'insufficienza aortica.

4) In etologia, sono dette danze i comportamenti con componenti motorie ritmiche e ondeggianti, a funzione comunicativa, che appunto ricordano movimenti di danza; effettuano danze le api che comunicano alle compagne la locazione di cibo, il pesce pulitore che segnala a un altro pesce la sua disposizione a liberarlo dai parassiti, lo spinarello che corteggia una femmina e altri animali.

Storia

Le prime forme organizzate di danza primitiva riproponevano le figure elementari del cerchio (o circolo) e della linea (o fronte). Il primo, già presente nel Paleolitico, era alla base delle danze estatiche e costituì il precedente della carola; la seconda, più recente e aperta a elaborazioni molteplici e disegni più complessi, era alla base delle danze celebrative. Al Paleolitico risalgono le danze astrali, di fertilità, falliche, funebri; al Neolitico le danze di corteggiamento, del fuoco, guerriere, del ventre. Nata probabilmente in India e introdotta nel Mediterraneo è la danza “astronomica”, in uso presso l'antico Egitto e citata da Luciano: le figurazioni tracciate nel cielo dal Sole e dai pianeti erano state prese a simbolo dell'ordine sacro dell'universo e la danza ruotava intorno al centro rappresentato dall'altare, dal fuoco, dallo stregone (tale, per esempio, la danza rituale di Osiride). Nelle grandi civiltà afro-asiatiche la danza entrò nel mondo cerimoniale sacro e profano con caratteri figurativi già delineati e distinti: alla vivacità della danza africana, estroversa, fa riscontro la solennità dell'introversa danza asiatica, soprattutto di quella cinese, estatica e allegorica, dagli evidenti ideali etici prevalenti su quelli estetici. In India la danza è soprattutto religiosa e, secondo i Veda, derivata da Śiva. È indiana la più antica forma di dramma danzato: il linguaggio dei gesti e dei movimenti del volto, delle braccia e soprattutto delle dita (mudra) esprime immagini e simboli di oggetti concreti e astratti. Dalla Cina e dall'India il dramma danzato passò in tutto il mondo asiatico (Indocina, Indonesia, Giappone, Corea) con temi e caratteri affini a quelli cino-indiani. Nella danza giapponese gli elementi stilistici cino-indiani confluirono nel lento (mai) del kagura (sacra danza scintoista) e nell'allegro (odori) delle forme coreiche popolari, nel dengaku (mimo bucolico buddhista) e, infine, nel . In Europa, soltanto verso la fine del II millennio a. C. si ebbero le prime manifestazioni, documentate in Grecia, dove si raccolsero tutte le forme e le intuizioni della danza antica, fondendo e sviluppando figurazioni acrobatiche egiziane, espressività indiana, visione morale cinese. Nacquero così la danza apollinea (o dell'Ethos) e quella dionisiaca (o del Pathos). Dalla fusione di elementi apollinei e dionisiaci derivò la danza teatrale: nei tempi più remoti si avevano danze per canti di guerra (pirriche), ma, soprattutto, con danze in cerchio (cicliche) si accompagnavano le varie forme della lirica corale, mentre in quadrato (tetragonali) si cantavano gli intermezzi della tragedia (stasimi) e della commedia. La mimica vi aveva gran parte e i movimenti erano più o meno concitati. Nell'antica Roma la danza fu accettata e seguita in misura assai minore. Le più antiche danze romane furono guerresche e religiose: si ricordano la bellicrepa, danza armata che si fa risalire a Romolo, e il tripudium, danza encomiastica di derivazione etrusca. In seguito la danza costituì quasi esclusivamente un complemento spettacolare dei ludi circensi, sostituita in breve da una chiassosa pantomima. Nel Medioevo la danza, che con il mimo era stata mantenuta in vita dai trovatori e dai giullari, seguì la decadenza di tutto lo spettacolo in genere e fu avversata e perseguitata dalla Chiesa come immorale. Solo il popolo continuò a celebrare le proprie feste con danze e balli, sovente trasformati in frenetiche sarabande collettive. Contemporaneamente, danze popolari – derivate a loro volta dagli arcaici balli in tondo e dalle danze di corteggiamento – si diffusero nel mondo feudale dando origine alla bassa danza (o danza strisciata) e all'alta danza (o danza librata), mentre si delinearono i primi prodotti originali dei popoli europei: la danza iberica (altamente espressiva, pantomimica), tedesca (danza guerriera, energica, vivace), francese (elegante e cerimoniosa) e italiana (vivace, librata, figurativa, pantomimica). Nel clima umanistico italiano del Quattrocento si costituì un nuovo personaggio della cultura: il teorico e maestro di danza. Domenico da Piacenza, Guglielmo Ebreo, Antonio Cornazzano – per citare i maggiori – rivelano con i loro trattati l'esistenza di una corrente già regolamentata nella danza italiana dell'epoca. Nel Rinascimento la danza assunse finalmente un ruolo importante, presentandosi in varie forme che avevano accolto elementi di manifestazioni coreiche antiche (fenicie, elleniche, arabe) e moderne (soprattutto iberiche): tali la ciaccona, la sarabanda, la passacaglia, la follia, ecc.; avvennero scambi da Paese a Paese dei balli di moda, con la conseguente formazione di un linguaggio stilistico riscontrabile nelle danze italiane (pavana, gagliarda, bergamasca, volta, tarantella, ecc.), francesi (branle, bourrée, tourdion, minuetto, gavotta), inglesi (giga, contradanza), tedesche (mazurca, polacca). Nel 1661, con l'Académie Royale de Danse, nacque la danza accademica (o teatrale); nel Settecento, con i primi balli borghesi di società (valzer, quadriglie, cotillons), la danza europea raggiunse la sua più completa espressione. Nell'Ottocento lo sviluppo della civiltà industriale determinò una trasformazione delle danze popolari e la loro graduale scomparsa. La danza europea del primo Novecento ha ceduto il posto alle danze afro-americana e ispano-americana, espresse dal tango, dall'one-step, dal cake-walk, dal fox-trot e dal jitterbug. Contemporaneamente si è sviluppata, come reazione al ballo accademico, la danza libera teatrale, che accoglie suggestioni provenienti dalle danze orientali e africane, dalle danze di società e dal folclore. A questa tendenza ha fatto seguito, agli inizi degli anni Settanta, la post-modern dance, legata al lavoro degli artisti dell'avanguardia newyorkese già attivi a partire dagli anni Cinquanta alla ricerca di nuove sperimentazioni.

Danza accademica

Stile di danza del balletto classico (detta anche danza classica). Il termine è derivato dall'Académie Royale de Danse (1661), che di tale danza diede la prima codificazione, rimasta fino a oggi in gran parte invariata. Fondamentale principio della danza accademica è che il baricentro del corpo – collocato nella cintura (aplomb) – deve separare questo in due parti, aventi ciascuna libertà e indipendenza di movimenti, purché, secondo un altro principio, detto dell'opposizione, a qualunque spostamento della parte superiore rispetto all'asse verticale corrisponda uno contrario nella parte inferiore. Cinque sono le posizioni dei piedi, base fondamentale di tutta la tecnica accademica. La 1a posizione prevede talloni uniti con i piedi formanti un angolo piatto (un atteggiamento quindi raccolto, in attesa di sviluppo); la 2a i piedi a 180º, sulle punte e con le gambe divaricate tanto da lasciare 35-40 cm di distanza tra i talloni; nella 3a i piedi, paralleli alle spalle, si incrociano e il tallone del piede in posizione avanzata poggia sull'ansa interna del piede arretrato; nella 4a i piedi sono paralleli ma distanti tra loro; nella 5a i piedi sono uniti uno davanti all'altro ma in opposte direzioni. Analogamente cinque sono le posizioni delle braccia. I movimenti (centrali e periferici) possono essere en dehors (spinta verso l'esterno) o en dedans (quando le gambe o il corpo che compiono una rotazione girano nella direzione della gamba a terra), à terre (quando almeno un piede è a terra) o en l'air (salto). Pose sono dette le posizioni di ogni movimento: tra queste, fondamentali le attitudes e le arabesques. I tempi basilari della danza accademica sono l'adagio (sviluppatissimo dalla scuola francese) e l'allegro (caratteristico della scuola italiana). Dote primaria del virtuosismo accademico, soprattutto per il ballerino, è il ballon (massima facilità di esecuzione delle figure saltatorie e rotatorie). Aspirazione della danza accademica è l'élévation, per cui è determinante l'uso delle punte, introdotto all'inizio del sec. XIX. I passi, semplici o composti, i tempi e le figure sono una cinquantina (assemblé, dégagé, développé, emboîté, chassé, ecc.); i salti (sauts) si dividono generalmente in cinque specie (su uno o sull'altro piede, in lunghezza, in altezza, semplice e battuto); i giri (tours) presentano vari tipi (chainés, en l'air, renversés, fouettés, ecc.). Assai importante, tra i salti e i giri, è la cosiddetta batteria, che offre due aspetti: la piccola batteria (brisé, entrechat, ecc.) e la grande batteria (cabrioles, pirouettes, ecc.). Le origini della danza accademica possono farsi risalire alla Grecia antica. In epoca più moderna non va trascurato l'apporto dei trattatisti italiani del Quattrocento e del Cinquecento, che posero le basi della tecnica accademica poi codificata dall'Académie. Contributi importanti furono apportati da Marie Sallé, dalla Camargo, dai Vestris, da Viganò, da Maria Taglioni, da Blasis e da Cecchetti.

Danza acrobatica

Elementi acrobatici si inserirono nel teatro di danza fin dalle sue più remote origini rituali e la tradizione si è perpetuata fino ai giorni nostri. Passi e figurazioni acrobatici sono presenti, oltre che nel balletto moderno, soprattutto americano e russo, nelle danze folcloristiche e in alcune applicazioni spettacolari dell'acrobazia alla danza moderna, da parte di compagnie come per esempio la statunitense Pilobolus e la canadese La La La Human Steps.

Danza libera

Stile di danza (detta anche moderna) sviluppatosi fuori dai principi e dalla tecnica della danza accademica, deliberatamente rifiutati. Sorta agli inizi del sec. XX sotto l'influenza del naturalismo e in opposizione alla staticità cui era pervenuta la danza accademica prima dell'avvento di Djagilev, essa rifiuta ogni movimento o atteggiamento predeterminato, affidando allo stato emotivo del momento la creazione della forma. Preannunciata nelle teorie di J.-G. Noverre e di S. Viganò e nel sistema didattico di F. Delsarte, la danza libera ebbe nella statunitense I. Duncan la prima rilevante interprete, assertrice di una danza ispirata da “natura e naturalezza”, mentre il danzatore e coreografo ungherese R. Laban provvide all'elaborazione teorica della nuova corrente, fissando alcuni concetti formali (forza=movimento, tempo=ritmo, direzione=spazio) e assegnando alla danza libera valore di arte autonoma, riconoscendo tuttavia la necessità di un collegamento tra la danza e le leggi della scena. Altre figure di primo piano sono state i tedeschi Mary Wigman e Kurt Jooss, seguaci di Laban, e la statunitense Martha Graham, l'allieva più illustre uscita dalla Denishawn School, fondata a Los Angeles nel 1915 da Ruth St. Denis e da Ted Shawn, pionieri di quella forma che viene definita “danza americana”. Per molti coreografi statunitensi, ultimo in ordine di tempo Merce Cunningham, la modern dance ha rappresentato e rappresenta il terreno ideale per l'esperimento e la ricerca. Coreografi e danzatori come Agnes de Mille, Jerome Robbins e William Forsythe hanno invece operato una fusione di elementi di danza libera e di danza accademica.

Accademie di danza

Grande importanza hanno avuto e presentano tuttora per lo studio e l'evoluzione della danza le accademie. Fondamentale è stata l'attività della parigina Académie Royale de Danse (1661), la prima istituzione interamente riservata alla danza, che portò alla nascita dell'École Royale de l'Opéra, fondata nel 1713 per istruire gratuitamente i migliori allievi dell'Opéra. Sempre nel sec. XVIII nacquero in Danimarca, per iniziativa di re Federico V, il Balletto Reale Danese (Kongelige Danske Ballet) e in Germania, a opera del francese Étienne Lauchery, l'Académie de Danse (1772) a Mannheim (poi trasferita a Monaco) e l'Académie Royale de la Danse (1788) a Berlino. Nel 1812 si costituirono le scuole di ballo del Teatro alla Scala a Milano (allora Imperial Regia Accademia di Ballo) e del Teatro San Carlo di Napoli. Ai giorni nostri l'insegnamento della danza è affidato ad accademie e istituti sia statali sia privati (questi ultimi, generalmente, sostenuti comunque da un contributo dello Stato o degli Enti locali). Si tratta di scuole professionali per lo più annesse a teatri d'opera o a grandi complessi ballettistici o ancora, nei Paesi anglosassoni, a colleges e università. In Russia, a San Pietroburgo, la massima istituzione pedagogica è l'Accademia Coreografica di Stato (fino al 1991, dell'URSS) intitolata, dal 1957, ad Agrippina Vaganova, erede diretta della celebre scuola di ballo dei Teatri Imperiali, le cui origini risalgono al 1738. Altra celebre scuola è quella annessa al Bolšoj Teatr di Mosca. In Gran Bretagna la massima istituzione ballettistica, il Royal Ballet, possiede una sua scuola, la Royal Ballet School, e, dal 1988, anche il London Festival Ballet (oggi English National Ballet) ha affiancato alle attività della compagnia una scuola per la formazione dei danzatori. Sempre in Gran Bretagna, ma con una sfera di influenza che si allarga a tutti i Paesi del Commonwealth e a diverse altre nazioni, opera la Royal Academy of Dancing che presiede all'insegnamento della danza accademica, con funzioni anche di supervisione nei confronti delle innumerevoli scuole private. Altre scuole di prestigio sono: a Montecarlo, l'Académie Princesse Grace fondata e diretta da Marike Besobrasova; in Germania, l'Accademia Statale di Balletto John Cranko a Stoccarda e la scuola di ballo del Teatro dell'Opera di Stato di Amburgo. Negli Stati Uniti l'istituzione più prestigiosa è la School of American Ballet fondata da George Balanchine. In Italia, oltre alle citate scuole di ballo del Teatro alla Scala e del Teatro San Carlo, il Teatro dell'Opera di Roma possiede una sua scuola di ballo e sempre nella capitale è attiva l'Accademia Nazionale di Danza. Nel campo della danza libera o modern dance le istituzioni più accreditate sono la Folkwang Hochschule di Essen, il Laban Centre for Movement and Dance, la London School of Contemporary Dance a Londra e il Centre Chorégraphique National di Angers. I corsi regolari delle accademie di danza hanno generalmente la durata di 8-9 anni e sono aperti a elementi maschili e femminili di età compresa tra gli 8 e i 10 anni.

Etnologia

Nelle società di interesse etnologico la danza è strettamente connessa alla sfera religiosa e sociale e accompagna ogni momento importante sia del ciclo della vita umana (nascita, imposizione del nome, matrimonio, morte, ecc.), sia delle attività puramente economiche e tecniche come caccia, pesca, ecc.. Nelle culture etnologiche la danza costituisce un elemento molto complesso e interessante per le sue implicazioni, per la varietà dei costumi e delle maschere dei danzatori e per le azioni mimico-drammatiche che a volte assurgono a livello di rappresentazione teatrale. In genere la partecipazione a una determinata danza è riservata a un solo sesso alla volta; più spesso agli uomini che non alle donne, soprattutto se si tratta di danze iniziatiche o a carattere mitico-religioso; talvolta a un solo ballerino (Inuit) o a due (Ruanda). I movimenti della danza sono spesso accompagnati dal canto che serve per spiegarne il significato e gli scopi; movimenti, ritmi e canti non sono mai improvvisati, ma seguono fedelmente la tradizione. La danza per le iniziazioni puberali raggiunge alti livelli per la varietà dei movimenti e delle azioni mimico-drammatiche che simboleggiano la morte del novizio e la sua rinascita come uomo adulto. Tra i popoli a economia venatoria la danza spesso è connessa alla magia della caccia: corroboree degli aborigeni australiani, festa dell'orso tra gli Ainu. Tra i popoli allevatori danze speciali accompagnano i canti celebrativi in onore del proprio animale favorito. Tra i popoli agricoltori si danza in occasione delle più importanti operazioni agricole, mimando i gesti del seminare, falciare, ecc., oppure rappresentando il mito che narra l'origine di quell'attività economica. Danze speciali sono eseguite in occasione della costruzione di una capanna, per la nomina di un capo, per celebrare una vittoria militare o in occasione dell'ingresso di un nuovo membro nelle società segrete, ecc. Al gruppo delle danze propiziatorie appartiene infine la danza della spada. Nell'ambito degli studi etnologici al termine del secolo XX, per G. Prokosch Kurath, considerata la fondatrice dell'etnologia della danza, questa è un linguaggio di cui è necessario analizzare gli elementi formali. L'etnomusicologo statunitense A. Lomax sostiene la presenza di relazioni statistiche tra lo stile dei movimenti corporei e l'organizzazione economica e sociale. In direzione di una teoria antropologica della danza in quanto sistema di comunicazione si situano gli studi di A. Kaeppler sulle danze Tonga e di J.L. Hanna sui movimenti della popolazione Ubakala Igbo della Nigeria.

Religione

Il carattere ritualistico della danza è nella sua stessa azione contenuta in formule fisse e volta a un'interruzione dell'attività profana, con la conseguente instaurazione di un tempo “festivo”, sia pure in senso “giocoso”, se non propriamente religioso. La formula è variamente definita: per l'itinerario, per il movimento, per i gesti, per il luogo e il tempo, per le circostanze (matrimonio, funerale, mietitura, ecc.); o per tutte queste cose combinate tra loro. Le formule risultanti costituiscono altrettanti “segni” di un linguaggio, il che fa della danza uno strumento di comunicazioni “festive”, sottratte alla normalità del tempo profano e “sacralizzate”. Ciò che in tali comunicazioni sembra l'espressione di sentimenti non è in realtà che la formulazione di simboli capaci di stabilire un rapporto eccezionale tra danzatori e tra danzatori e spettatori, in vista di un accadimento pure eccezionale. Tutta la comunità deve prendere atto di qualcosa allo stesso livello apprezzativo, ossia quasi sperimentando uno stesso sentimento o, più precisamente, uno stesso giudizio di valore. Le cose da valorizzare o “sacralizzare” mediante la danza sono diverse da una società all'altra; è appunto la diversità dei sistemi di valore che distingue una società dall'altra. Ma, in generale, alla base di ogni sistema non è difficile rinvenire tre elementi essenziali: sesso, cibo e prospettiva della morte. Le danze di guerra, che venivano classificate come un genere a parte, in realtà sono inseribili nello schema perché o concernono l'accaparramento del cibo (razzie, conquista di campi coltivabili) e talvolta di donne, o la morte (vendetta di sangue e, comunque, la guerra come strumento di morte). La festività della danza, ossia la sua capacità d'interrompere il tempo profano, viene utilizzata anche per ottenere una comunicazione con l'extraumano. La ripetizione ossessiva di movimenti irrelativi (o messi in relazione soltanto con i suoni che di solito accompagnano la danza), simbolici, produce eccitazioni cerebrali, vertigini e, in genere, effetti epilettoidi: in una parola quegli stati psicotici che vengono culturalmente utilizzati nell'azione degli sciamani, dei dervisci, dei visionari religiosi, dei mistici. Ma, senza arrivare a queste forme estreme, la possibilità di un contatto con l'extraumano è chiaramente indicata dall'uso della danza nelle normali azioni di culto. In molte religioni è previsto un sacerdozio di danzatori, e non soltanto in tradizioni esotiche: gli antichi Romani, per esempio, avevano un corpo sacerdotale indicato col nome di Salii, che significa appunto “danzatori”. Anche nella Bibbiai parla della danza come strumento di culto. Nel più antico cristianesimo si ha notizia di vescovi che guidavano i fedeli in danze sacre; la pratica fu vietata dal Concilio del 692, ma la proibizione rimase a lungo senza effetto. Ancora nel sec. XVIII sono attestate in Francia danze liturgiche eseguite da preti in occasioni festive.

Arte

In tutte le sue diverse accezioni e classificazioni (magica, rituale, religiosa, bellica, orgiastica, fliacica, funebre) la danza è tra i soggetti preferiti delle arti figurative classiche. La Grecia, a cominciare dall'età cretese-micenea (gruppi in terracotta da Paleocastro), è assai ricca di testimonianze, in particolare nel campo della pittura vascolare (vasi del Dipylon, oinochoe Chigi, vaso François) e della scultura (le saltantes Lacaenae di Callimaco, le Cariatidi di Prassitele, la Menade danzante di Scopa). La danza in associazione ai conviti funebri è il tema dominante delle pitture tombali etrusche (Tomba delle Bighe e Tomba del Triclinio a Tarquinia). In ambiente romano si ha qualche esempio di danza sacra e sono frequenti gruppi di fauni e menadi danzanti di derivazione ellenistica in rilievi marmorei e bronzi.

Bibliografia

P. D. Magriel, A Bibliography of Dancing, New York, 1936; S. Lifar, Traité de danse académique, Parigi, 1949; O. Eberle, Cenalora, Friburgo, 1955; F. Reyna, Des origines du ballet, Parigi, 1955; C. Sachs, Storia della danza, Milano, 1966; L. Bentivoglio, La danza contemporanea, Milano, 1985; F. Pappacena, Tecnica della danza classica, Roma, 1988.