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diàlogo

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Lessico

sm. (pl. -ghi; anticamente -gi) [sec. XIV; dal greco diálogos, conversazione].

1) Discorso fra due o più persone: avviare un dialogo concitato. Per estensione, l'apertura di colloqui diplomatici e politici tra Stati, partiti o gruppi sociali prima ostili: il dialogo russo-americano. Il termine dialogo viene anche adoperato in ambito religioso per indicare il dialogo tra le religioni e in particolare, per la Chiesa cattolica, i rapporti con l'ebraismo, l'islamismo e il buddhismo, affidati ad apposite commissioni. Il fine del dialogo interreligioso è quello di instaurare un impegno comune per la promozione dell'uomo e dei popoli nel rispetto reciproco delle differenze.

2) Parte di un'opera letteraria, scenica, ecc. in cui compaiono personaggi che parlano tra loro (per il cinema, vedi sceneggiatura); forma letteraria che si propone la ricerca della verità mediante lo scambio di pareri diversi o anche opposti tra due o più interlocutori; l'opera stessa.

3) Composizione vocale del sec. XVII, in genere per due cantanti le cui parti si alternano.

4) Nell'elaborazione dei dati, scambio informativo diretto tra utilizzatore ed elaboratore.

Letteratura

Nato in Grecia con l'opera di Platone, il dialogo ebbe grande fortuna nella letteratura greca, dove raggiunse il vertice stilistico con i Dialoghi dei morti e i Dialoghi degli dei di Luciano di Samosata, e in quella latina, da Cicerone a Seneca. Nella letteratura cristiana il dialogo divenne mezzo apologetico nelle opere di Sant'Agostino e di San Girolamo. Tra i primi dialoghi di formazione umanistica è il Secretum del Petrarca, preludio alla splendida fioritura del dialogo nella letteratura italiana rinascimentale, dall'Alberti all'Aretino, dal Bembo al Tasso. Più tardi, con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galilei, si ebbe il primo documento di prosa scientifica in volgare. Particolare rilievo ebbero in seguito i dialoghi di G. Gozzi, del Parini, dell'abate Galiani e, in Francia, quelli di Fénelon, di Voltaire, di Montesquieu; nel teatro, intanto, si affermava, dopo una millenaria tradizione poetica, il dialogo in prosa, anche se caratterizzato dalla presenza di formule ritmiche, come dimostrano le commedie di Goldoni o di Marivaux. Il genere dialogico decadde nel corso del sec. XIX, anche se non va dimenticato il suo mirabile esito artistico nelle di G. Leopardi. Nella letteratura contemporanea, scrittori come Hemingway affidano al dialogo il significato stesso dell'intera narrazione, mentre altri (C. E. Gadda, R. Queneau, N. Sarraute, ecc.) usano il dialogo in modo beffardo, come pseudo-comunicazione. Di notevole rilievo, infine, i Dialoghi con Leucò di C. Pavese, che si è servito della forma dialogica nell'evocazione dei miti greci, risolvendoli nei termini del suo angoscioso esistenzialismo.

Teatro

Struttura portante di quasi tutti i testi teatrali, il dialogo ebbe una sua prima configurazione nell'episodio della tragedia classica greca, in cui l'attore colloquiava con il coro. Con la successiva introduzione del deuteragonista ebbe inizio il teatro quale noi lo conosciamo. Lo stesso processo si è ripetuto agli inizi del dramma liturgico medievale e analoghi furono gli sviluppi: prima era il sacerdote a dialogare con il coro, poi si sviluppò l'azione drammatica sempre più complessa delle rappresentazioni sacre, introduzione indispensabile al teatro moderno.