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Lessico

sf. [sec. XIV; da disoccupare]. L'essere privo di occupazione; anche il complesso delle persone che non trovano un lavoro: la disoccupazione è in aumento.

Economia

Nel linguaggio economico si intende per tasso di disoccupazione il rapporto tra il numero di lavoratori non occupati e il totale della forza lavoro. Nell'ambito degli studi sulle cause della disoccupazione, gli economisti hanno distinto quella volontaria da quella involontaria. Rientra nel primo tipo quella di un lavoratore che volontariamente rimane senza lavoro per qualche tempo, per dedicare tutte le sue risorse alla ricerca di un nuovo posto di lavoro; nel secondo tipo, rientra il caso di lavoratori che pur essendo disposti a lavorare al salario corrente, non trovano lavoro disponibile. Mentre i monetaristi privilegiano l'interpretazione della disoccupazione volontaria, sostenendo implicitamente che il mercato come istituzione sia in grado di eliminare gli squilibri, i keynesiani mettono l'accento sul carattere involontario della disoccupazione, sottolineando dunque le imperfezioni nel funzionamento dei mercati. Considerando il fattore lavoro in un'ottica di lungo periodo, è possibile distinguere la disoccupazione strutturale da quella congiunturale (o ciclica). Nella disoccupazione strutturale, gli andamenti tendenziali dei diversi fattori, se squilibrati, provocano una difficoltà persistente a impiegare tutta la manodopera, come per esempio nel caso di scarso numero di macchinari disponibili. Nella disoccupazione congiunturale la disoccupazione è dovuta a una momentanea scarsità di domanda, dovuta alla particolare fase ciclica attraversata dall'economia. Un particolare tipo di disoccupazione strutturale è dato dalla disoccupazione tecnologica, vale a dire quella dovuta alla sostituzione del lavoro umano con quello svolto dalle macchine. La disoccupazione può essere, secondo il settore, agricola, industriale, ecc.; secondo la sua origine: frizionale o di attrito, dovuta al mancato adeguamento dell'offerta alla domanda di lavoro per il fatto che le unità di lavoro non sono adatte al tipo di lavoro disponibile o non si trovano nel luogo adatto per soddisfare la richiesta; stagionale, tipica di certi settori la cui attività varia secondo le stagioni (agricoltura, edilizia).

Diritto

La diverse legislazioni europee garantiscono al lavoratore disoccupato per cause indipendenti dalla propria volontà un'assicurazione contro la disoccupazione, l'erogazione cioè di un'indennità giornaliera con eventuali maggiorazioni per familiari a carico. In Italia è gestita dall'INPS. In campo internazionale la CEE prima e l'Unione Europea poi si è inserita nella lotta contro la disoccupazione promuovendo la libera circolazione dei lavoratori nell'ambito dei Paesi aderenti e istituendo un fondo sociale il cui statuto prevede la sovvenzione integrativa su richiesta dello Stato interessato per la rieducazione professionale dei disoccupati. "Per approfondire vedi Libro dell'Anno '97 p 415" "Per approfondire vedi Libro dell'Anno '97 p 415"

La disoccupazione in Italia

"Per la tabella vedi il lemma del 7° volume." In Italia il problema della disoccupazione "Vedi la tabella alla pagina 273 dell’8° volume." ha carattere permanente qualificandosi storicamente di natura strutturale. Le sue origini, secondo la maggior parte degli studiosi, vanno ricercate nell'eccesso di popolazione, in particolare della popolazione appartenente alle classi di età centrali, rispetto sia alle risorse naturali (intese come mezzi di sussistenza e come materie prime) sia alla disponibilità di capitali. D'altra parte, la mancanza di qualificazione professionale di molti dei disoccupati ne impedisce l'utilizzazione in un sistema produttivo sempre più automatizzato e razionalizzato, mentre all'opposto, almeno negli ultimi anni, un crescente numero di diplomati e laureati, superando quello dei posti impiegatizi offerti, stenta a occuparsi. Gravissimo nel passato, quando ne era pressoché unico rimedio l'emigrazione, il fenomeno della disoccupazione si è notevolmente ridotto nel corso del secondo dopoguerra soprattutto nelle regioni più industrializzate del Nord, dove tende ad assumere carattere frizionale: permane però tuttora preoccupante nel Mezzogiorno, dove la limitata industrializzazione e le forti correnti migratorie di forze lavorative all'interno e all'estero hanno creato nuovi problemi sociali. Nel 1931, secondo i risultati del censimento effettuato (in quelli precedenti il fenomeno non era stato rilevato), i disoccupati in Italia ammontavano a 920.000, pari al 3,5% della popolazione in età lavorativa. Il tasso di disoccupazione era decisamente più elevato nelle regioni settentrionali (raggiungendo quasi il 6% in Lombardia) che in quelle meridionali dove non superava in media il 2%. La maggior parte dei disoccupati apparteneva all'industria: in tale settore risultava senza lavoro oltre l'11%, dei censiti. Per comprendere sia il forte numero di disoccupati nell'industria sia la prevalenza del fenomeno nelle regioni settentrionali va tenuto presente che il 1931 fu un anno perturbato dalla grave crisi che colpì l'economia mondiale. D'altra parte nelle regioni meridionali il fenomeno va ritenuto largamente sottostimato per la presenza in esse di una vasta fascia di disoccupazione nascosta nel settore agricolo, sfuggita alla rilevazione. In ogni caso il censimento del 1931 è la più importante e la più attendibile fonte per una valutazione, pur approssimativa e limitata, della disoccupazione in Italia prima della seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto, si hanno stime della disoccupazione nel nostro Paese a partire dal 1954. In tale anno, secondo le rilevazioni effettuate dall'ISTAT, il numero dei disoccupati era di ca. 870.000 unità, cioè il 4,6% delle forze di lavoro. Poi il tasso di disoccupazione è diminuito, salvo punte più elevate negli anni di congiuntura sfavorevole, sino a ridursi all'1,4% nel 1970. Per una più esatta valutazione del fenomeno occorre considerare, insieme a coloro che hanno perduto l'occupazione, anche coloro che sono in cerca della prima occupazione. Dal 1977 l'ISTAT ha incluso tra le persone in cerca di occupazione anche i soggetti in condizione non professionale (casalinga, studente, ecc.) ma che risultavano comunque in cerca di lavoro. Secondo tale definizione, le persone in cerca di occupazione nel 1986 erano state pari a 2.611.000 unità ca. (11,1% delle forze di lavoro complessive). Pur con diverse oscillazioni, il tasso di disoccupazione sembra essersi attestato intorno al 10% e il numero delle persone in cerca di occupazione era, nel 2000, di circa 2.225.000 unità.

Sociologia

Sotto il profilo sociologico, va anzitutto osservato come si siano progressivamente venute differenziando le figure sociali dei disoccupati e come la ricerca di lavoro presenti caratteri di intensità e urgenza connessi a condizioni molto eterogenee per età, provenienza sociale, grado d'istruzione e livello di bisogno dei soggetti interessati. Nel caso italiano, circa la metà dei disoccupati censiti dagli osservatori del mercato del lavoro nel 1986 apparteneva alla categoria di giovani in cerca di prima occupazione, cui spetta più propriamente la qualifica di inoccupati. I disoccupati nel senso proprio del termine – cioè cittadini in età lavorativa che hanno perduto il proprio posto di lavoro – rappresentavano appena un quinto del totale, mentre il rimanente 30% rientrava nella classificazione di altre persone in cerca di lavoro, intendendo con questa dizione i soggetti non attivi, ma disposti a esercitare un'occupazione. Tanto i disoccupati quanto gli inoccupati rimangono, però, largamente concentrati nel Mezzogiorno, che – con il 36% della popolazione nazionale – ospita quasi la metà dei disoccupati e oltre la metà degli inoccupati. Le donne in cerca di lavoro prevalgono ovunque sugli uomini, anche se la disoccupazione vera e propria (da perdita di un precedente lavoro) affligge di più l'universo maschile e le fasce di popolazione di età superiore ai trent'anni. Non va dimenticato, del resto, come la nuova diffusa propensione delle donne italiane al lavoro costituisca uno dei fatti sociali di maggiore rilevanza degli ultimi decenni, con effetti estesi e profondi sull'organizzazione della vita collettiva, la struttura familiare e il sistema dei servizi. Fra gli inoccupati, invece, la condizione sociale dominante è quella del giovane meridionale a elevato livello d'istruzione (oltre il 40% risultava in possesso di laurea o diploma di scuola media superiore). Un terzo di questa categoria è però rappresentato da ragazzi di età compresa fra i 14 e i 19 anni che dichiaravano di aver rinunciato agli studi. Tutte le ricerche recenti, inoltre, concordano sulla difficoltà di censire e classificare scientificamente il fenomeno sempre più diffuso di compresenza fra studio e lavoro, con l'espansione di lavori saltuari, occasionali e precari quasi sempre irregolari. L'ultima faccia della disoccupazione è rappresentata da studenti, casalinghe e ritirati dal lavoro per ragioni di età o salute: una fascia di popolazione anch'essa, però, coinvolta in maniera crescente in attività di lavoro informale (a domicilio, stagionale, ecc.) con una non trascurabile funzione di integrazione dei redditi familiari. Uno strato di disoccupati atipici può essere considerato quello costituito da quanti – soprattutto donne in condizione non professionale e studenti, con prevalenza di residenti nel Mezzogiorno – dichiarano di essere disponibili solo ad attività lavorative particolari per orari e tipo di lavoro. La disoccupazione come fenomeno vario e complesso non è dunque più riconducibile a indicatori grezzi di tipo tradizionale. La sua effettiva incidenza – sino ai limiti dell'emergenza sociale – si misura piuttosto verificandone la diffusione su larga scala, depurando i dati quantitativi dall'incidenza di situazioni acute, ma circoscritte. In un'ideale radiografia della disoccupazione italiana come fenomeno sociale, è allora possibile individuare due poli significativi: quello a massimo rischio di disoccupazione reale si concentra sulle giovani donne del Mezzogiorno a basso livello d'istruzione; gli uomini di età compresa fra i 30 e i 59 anni, settentrionali e a elevato livello d'istruzione costituiscono invece l'area sostanzialmente immune dall'incidenza di disoccupazione.

A. Accornero, I paradossi della disoccupazione, Bologna, 1986; M. Depolo, G. Sarchinelli, Psicologia della disoccupazione, Bologna, 1987; D. Ciravegna, Caratteri della disoccupazione, Milano, 1989.